Ortinuovi … hanno scoperto la borgata … “sostenibile” …

Dopo il grattacielo … la borgata …

La classica “sostenibile” … purinata …

Pubblicato in Architettura | 23 commenti

Bombe al MAXXI …

Pubblicato in Architettura | 2 commenti

“Distruggere …”

…………………………

Distruggere è anzitutto una sconfitta, ma per molti, al contrario, resta ancora l’illusione di una vittoria.

“Demoliamur, renovabimus!” era lo slogan di quella “rivista internazionale di battaglia” intitolata appunto “La Demolizione” che, diretta da Ottavio Dinale aveva tra i suoi collaboratori Orano, Buzzi, Marinetti e tanti altri fautori di una delle stagioni più “moderne” della nostra cultura, quella del futurismo, romantico, anarchico e socialista, cui ancora oggi, a quasi un secolo di distanza, si richiamano in tanti, giovani e meno giovani, dentro e fuori del nostro paese. Non fu così un caso che anche il Mussolini picconatore facesse più tardi largo uso di quegli stessi schemi logici che, prima ancora di costituirsi quale solida intelaiatura mercantile della politica edilizia e culturale del regime risultavano frutto di un’abile, convincente e pervasiva messa in scena mediatica ove alla metafora politica faceva quindi seguito la realtà di interventi cospicui e cruenti sul corpo della città storica e della sua architettura “senza qualità. “Tutte le mie simpatie sono, anche nel dominio dell’arte, per i novatori e per i distruttori: per i futuristi“, si leggeva perciò, a firma del Duce, sul frontespizio della terza edizione del più noto volume di Alberto Sartoris, quella Sintesi panoramica dell’architettura moderna: Gli elementi dell’architettura funzionale “collaudato” da Marinetti, introdotto da Pietro Maria Bardi e prefato da Le Corbusier. Parole inquietanti e peraltro attualissime che riscopriamo spesso nelle cronache contemporanee di oggi a firma di tanti nuovi e recentissimi epigoni di quelle squadristiche, modernistiche e poi littorie certezze d’antan. Sedicenti rivoluzionari di ieri e di oggi che hanno gioco facile nella chiacchiera giornalistica, nello strapotere effimero dei media e che fanno della “demolizione” il loro vessillo catartico, la panacea di tutte le illusioni, il simbolo di una artificiosa rigenerazione che tanto piace ai politici e ai burocrati di ogni risma e colore avidi di lasciare un segno, quale che sia e che si dimenano grotteschi pur che qualcuno parli, comunque, di loro. Sarà quindi importante trovare la soglia discriminante oltre la quale un oggetto qualsiasi diventa, ad un certo punto della sua storia, un reperto, una testimonianza, un documento, un “monumento” se non si vuole fare oggi per Pechino quello che si voleva ieri per Parigi, prima, per Roma, poi. Cancellare, demolire un’architettura, anche la più modesta e insignificante è infatti, comunque, fatto traumatico e irreversibile. L’eliminazione fisica da un certo luogo di un qualsiasi oggetto (a parte la relativa e, entro certi limiti, imponderabile accidentalità di un evento calamitoso, magari bellico), è quasi sempre dovuto alla specifica volontà di obliterare, radendolo al suolo e talvolta sostituendolo con altro di segno opposto, la memoria di un fenomeno, di un evento, di una situazione, di un disegno, di un progetto, di un’idea, di una presenza non condivisi, quindi inutili e pertanto condannati all’assenza fisica da quello specifico contesto. È quindi lecita la domanda: perché si distrugge un edificio, si cancella un’architettura?
Le motivazioni possono essere infinite e comunque autorizzate, plausibili o meno, frutto di ragionamento o di passione, di calcolate approssimazioni e di impeti irrefrenabili, ma comunque nascondono e perciò stesso sottintendono, quindi pure altrimenti evidenziano, qualche paura, almeno quella di fare i conti con una realtà che magari non si condivide, ma che pur tuttavia esiste e consiste proprio di quella presenza che si vuole assenza e che quindi, comunque resterà, ineluttabile, almeno come memoria. Memoria di una rimozione psicologica e simbolica ancor prima di essere fisica e materiale; metafora di un disagio che si è fatto conflitto non più sanabile, emblema di un potere effimero, di una volontà che si afferma con la demonizzazione dell’altro, incapacità di ascolto e di comprensione di una diversità che si è fatta sintesi materiale di una difficoltà a metabolizzare realtà che non si è in grado di comprendere e di apprezzare, magari solo ignorandole. Se ne vuole invece sottolineare, di solito artificiosamente, la presunta mostruosità mettendone in luce gli aspetti nefandi ed esaltando l’occasione calamitosa della distruzione come evento catartico e risolutore. Di solito, quando tutto ciò avviene, è perché si è scelta la via breve della sopraffazione nella presunzione di essere latori di una verità e di un’autorità che vengono dalla sedicente e contingente autorevolezza di una superiorità culturale che si fa fisica e materiale. Invocare la distruzione di ciò che non piace perché non lo si comprende è stato spesso l’esercizio di quanti nella convinzione ideologica di interpretare altrui bisogni si sono spesso arrogati il diritto di proposte indecenti. Invocare la demolizione di architetture importanti, come nel caso romano il Vittoriano, il Palazzo di Giustizia e il Palazzo della Civiltà Italiana, più amichevolmente noto come Colosseo “quadrato” (che, se non altro, sono state scenografie storiche e straordinarie di Greenewey, di Welles e di Fellini), piazza Augusto Imperatore, lo stesso Corviale quando si sa che l’ipotesi risulta del tutto impraticabile è esercizio stucchevole e isterico buono solo a sottolineare nell’enfasi retorica del gesto squadristico ed esemplare la propria incapacità di dialogo, di tolleranza, di ascolto e di intelligenza con quanto cozza col proprio modello teorico, con la propria utopia, con il proprio frustrato delirio avanguardistico. Tutto quello che “non piace”, ma si sa quanto speciosa sia questa definizione e quanto priva di valore in termini di teoria estetica, si vorrebbe cancellato per far posto ad un oggetto sostitutivo fatto a propria immagine e somiglianza per affermare il superamento di una frustrazione finalmente risolta. Qualcuno ha recentemente cancellato le Torri di Manhattan (e ci vorrano decenni per sapere con certezza chi, perché e per conto di chi lo ha fatto) altri hanno sparato sui Buddha afgani, altri hanno raso al suolo il Fuenti o tentato di fare lo stesso con le Vele napoletane, c’è chi, a Roma, si è esercitato attorno all’Ara Pacis, con l’Ambra Jovinelli, con qualche reperto di archeologia classica o, più spesso, di archeologia industriale come i vecchi e amati cinematografi, i risultati sono ovviamente disparati e diversi, le formule e le motivazioni inconfrontabili, ma, al fondo c’è comunque la stupidità, l’arroganza e l’impotenza di qualcuno che si arroga il diritto di eliminare per motivi quasi sempre inconfessati e altrettanto spesso inconfessabili un oggetto, una realtà che avrebbe comunque potuto testimoniare con la sua utile sopravvivenza il tracciato di una storia, magari effimera, che si vuole, invece, interrotta. Vittime di clamorosi e imprevedibili incidenti furono, come tutti sanno, il ricostruito Crystal Palace londinese o la “sfera” geodetica di Fuller, all’Expo di Montreal; le aviorimesse di Orbetello e di Orvieto, capostipiti dell’epopea del cemento armato crollarono invece per le mine naziste, ma i padiglioni delle Halles, le stazioni del Metro parigino e la Maison di Horta sono scomparsi solo per banale stupidità, arroganza e voracità.
Fra poco a Roma toccherà al Velodromo olimpico dell’EUR, straordinaria architettura di Ligini, Ortensi e Ricci, tra le testimonianze più significative di una delle più fertili stagioni dell’architettura italiana contemporanea che si affiancherà nella memoria al Padiglione Cosenza della Galleria Nazionale d’Arte Moderna che si vuole inopinatamente abbattere per sostituirlo con altro analogo, e qualcuno ha già avviato anche le pratiche per la liquidazione di altri e più recenti “mostri” metropolitani come il già citato Corviale, i “ponti” del Laurentino, la “Sopraelevata” di San Lorenzo.
Ma non rimpiangiamo forse il quartiere di James Stirling a Runcorn New Town che a suo tempo era stato salutato unanimemente come uno straordinario evento sulle nuove frontiere dell’abitazione popolare e che invece, alla prova dei fatti, in epoca di travolgente post-modernità, non resse all’impatto di un degrado sociale peraltro diffuso a livello globale? Gli esempi che abbiamo addotto sono diversi per qualità e significato, ma testimoniano tutti di una disattenzione diffusa e strumentale rispetto alla quale ci sembra ancora opportuno invocare qualche cautela, qualche maggiore predisposizione all’ascolto, qualche forma di rispetto e di amore per la vita delle cose, anche delle più umili e, quindi, più deboli.

Giorgio Muratore

Roma ottobre 2003

in “Area” n°.71 Nov.-Dic. 03

Pubblicato in Architettura | 7 commenti

Ancora su Corviale …

Vi segnalo, non senza una certa vanità, su “De Architectura” …

la “Lettera al Prof. Muratore sullo … squadrismo!!!!”

dove Pagliardini in sintonia col “Pecora” e con quelli del “Covile” …

riprende e contesta puntualmente alcune mie considerazioni sulla demolizione di Corviale …

naturalmente, lo ringrazio dell’attenzione verso quel mio vecchio testo, intitolato “Distruggere è, anzitutto, una sconfitta“…

rimango della mia idea e gli consiglio, comunque, di risparmiare le sue inesauribili energie per obiettivi più cospicui …

P.S. colgo l’occasione per ringraziare Pietro Pagliardini di avermi fatto ritrovare quell’articolo, dimenticato e disperso da anni nei meandri della rete, … e che adesso vi propinerò pari, pari, … prendetevela con lui …

Pubblicato in Architettura | 1 commento

Roma come Afragola …

“Roma come Afragola, MaXXI-TAV, è il sogno della global architecture per cui un Museo nella Caput mundi è simile alla Stazione dell’alta velocità di Afragola.

Un segno dell’estetica che interpreta l’etica della democrazia da spalmare sul globo come la marmellata!”

Isabella Guarini

Pubblicato in Architettura | 17 commenti

“Solo sculture volanti …”

Luigi Ontani su La Repubblica di venerdì 28 maggio …

“se penso al Maxxi, la prima cosa che mi viene da dire è che in quel museo non c’è spazio. Ho dovuto assistere al montaggio della mia opera Le24ore, le ho messe in alto, come un fregio, sospese. Eppure le ho esposte altrove senza difficoltà, alla Galleria L’Attico, alMarnBo. Allora dico, se gli stessi generosi padroni che hanno finanziato quel museo, mi aiutassero a realizzare sculture volanti come giocattoli o uccelli – nidi quelli che girano nelle piazze italiane, ecco questo genere di cose li potrebbe essere esposto adeguatamente.

Sia chiaro: non è che io sia ostile all’architettura contemporanea: ma trovo che quel volume non tenga conto di ma condizione ergonomica, Zaha Hadid non ha considerato la necessità che gli artisti hanno dello spazio. Ho apprezzato molto, ad esempio, il Centre Pompidou di Metz, questa specie di pagoda-cupola a croce, dove c’è uno spazio libero internamente. Al Maxxi, soprattutto ho trovato folle quella cosa che le signore chiamano «la bella vista» cioè la «brutta vista», la sala in cima con affaccio a vetrata sui palazzi romani. Io dico: ma la Hadid per quale motivo non ha orientato il museo dall’altra parte, aprendo in direzione del Tevere, delle colline romane, dei platani? L’ha ritenuta forse una prospettiva troppo edulcorata?

Non capisco chi ha voluto paragonare il Maxxi al Guggenheim di New York dove pure ho esposto ma dove hanno gli strumenti per consentire l’allestimento e poi quella spirale è armonia pura. Il Maxxi era più interessante visto dall’alto, con quella serie di fettuccine in corsa, diciamo per ricondurlo a una condizione indigena ma ora che è realizzato è piuttosto l’esibizione di qualcosa di delirante, una contorsione architettonica dove l’architetta non ha tenuto conto dello spazio per esporre. Eppure, noi artisti siamo abituati ad esporre ovunque.  …”

L.O.

Pubblicato in Architettura | 4 commenti

Uniti per l’arte …

Pubblicato in Architettura | 2 commenti

Pubblicato in Architettura | Lascia un commento

Pubblicato in Architettura | 7 commenti

Pubblicato in Architettura | Lascia un commento