“Distruggere …”

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Distruggere è anzitutto una sconfitta, ma per molti, al contrario, resta ancora l’illusione di una vittoria.

Demoliamur, renovabimus!” era lo slogan di quella “rivista internazionale di battaglia” intitolata appunto “La Demolizione” che, diretta da Ottavio Dinale aveva tra i suoi collaboratori Orano, Buzzi, Marinetti e tanti altri fautori di una delle stagioni più “moderne” della nostra cultura, quella del futurismo, romantico, anarchico e socialista, cui ancora oggi, a quasi un secolo di distanza, si richiamano in tanti, giovani e meno giovani, dentro e fuori del nostro paese. Non fu così un caso che anche il Mussolini picconatore facesse più tardi largo uso di quegli stessi schemi logici che, prima ancora di costituirsi quale solida intelaiatura mercantile della politica edilizia e culturale del regime risultavano frutto di un’abile, convincente e pervasiva messa in scena mediatica ove alla metafora politica faceva quindi seguito la realtà di interventi cospicui e cruenti sul corpo della città storica e della sua architettura “senza qualità. “Tutte le mie simpatie sono, anche nel dominio dell’arte, per i novatori e per i distruttori: per i futuristi“, si leggeva perciò, a firma del Duce, sul frontespizio della terza edizione del più noto volume di Alberto Sartoris, quella Sintesi panoramica dell’architettura moderna: Gli elementi dell’architettura funzionale “collaudato” da Marinetti, introdotto da Pietro Maria Bardi e prefato da Le Corbusier. Parole inquietanti e peraltro attualissime che riscopriamo spesso nelle cronache contemporanee di oggi a firma di tanti nuovi e recentissimi epigoni di quelle squadristiche, modernistiche e poi littorie certezze d’antan. Sedicenti rivoluzionari di ieri e di oggi che hanno gioco facile nella chiacchiera giornalistica, nello strapotere effimero dei media e che fanno della “demolizione” il loro vessillo catartico, la panacea di tutte le illusioni, il simbolo di una artificiosa rigenerazione che tanto piace ai politici e ai burocrati di ogni risma e colore avidi di lasciare un segno, quale che sia e che si dimenano grotteschi pur che qualcuno parli, comunque, di loro. Sarà quindi importante trovare la soglia discriminante oltre la quale un oggetto qualsiasi diventa, ad un certo punto della sua storia, un reperto, una testimonianza, un documento, un “monumento” se non si vuole fare oggi per Pechino quello che si voleva ieri per Parigi, prima, per Roma, poi. Cancellare, demolire un’architettura, anche la più modesta e insignificante è infatti, comunque, fatto traumatico e irreversibile. L’eliminazione fisica da un certo luogo di un qualsiasi oggetto (a parte la relativa e, entro certi limiti, imponderabile accidentalità di un evento calamitoso, magari bellico), è quasi sempre dovuto alla specifica volontà di obliterare, radendolo al suolo e talvolta sostituendolo con altro di segno opposto, la memoria di un fenomeno, di un evento, di una situazione, di un disegno, di un progetto, di un’idea, di una presenza non condivisi, quindi inutili e pertanto condannati all’assenza fisica da quello specifico contesto. È quindi lecita la domanda: perché si distrugge un edificio, si cancella un’architettura?
Le motivazioni possono essere infinite e comunque autorizzate, plausibili o meno, frutto di ragionamento o di passione, di calcolate approssimazioni e di impeti irrefrenabili, ma comunque nascondono e perciò stesso sottintendono, quindi pure altrimenti evidenziano, qualche paura, almeno quella di fare i conti con una realtà che magari non si condivide, ma che pur tuttavia esiste e consiste proprio di quella presenza che si vuole assenza e che quindi, comunque resterà, ineluttabile, almeno come memoria. Memoria di una rimozione psicologica e simbolica ancor prima di essere fisica e materiale; metafora di un disagio che si è fatto conflitto non più sanabile, emblema di un potere effimero, di una volontà che si afferma con la demonizzazione dell’altro, incapacità di ascolto e di comprensione di una diversità che si è fatta sintesi materiale di una difficoltà a metabolizzare realtà che non si è in grado di comprendere e di apprezzare, magari solo ignorandole. Se ne vuole invece sottolineare, di solito artificiosamente, la presunta mostruosità mettendone in luce gli aspetti nefandi ed esaltando l’occasione calamitosa della distruzione come evento catartico e risolutore. Di solito, quando tutto ciò avviene, è perché si è scelta la via breve della sopraffazione nella presunzione di essere latori di una verità e di un’autorità che vengono dalla sedicente e contingente autorevolezza di una superiorità culturale che si fa fisica e materiale. Invocare la distruzione di ciò che non piace perché non lo si comprende è stato spesso l’esercizio di quanti nella convinzione ideologica di interpretare altrui bisogni si sono spesso arrogati il diritto di proposte indecenti. Invocare la demolizione di architetture importanti, come nel caso romano il Vittoriano, il Palazzo di Giustizia e il Palazzo della Civiltà Italiana, più amichevolmente noto come Colosseo “quadrato” (che, se non altro, sono state scenografie storiche e straordinarie di Greenewey, di Welles e di Fellini), piazza Augusto Imperatore, lo stesso Corviale quando si sa che l’ipotesi risulta del tutto impraticabile è esercizio stucchevole e isterico buono solo a sottolineare nell’enfasi retorica del gesto squadristico ed esemplare la propria incapacità di dialogo, di tolleranza, di ascolto e di intelligenza con quanto cozza col proprio modello teorico, con la propria utopia, con il proprio frustrato delirio avanguardistico. Tutto quello che “non piace”, ma si sa quanto speciosa sia questa definizione e quanto priva di valore in termini di teoria estetica, si vorrebbe cancellato per far posto ad un oggetto sostitutivo fatto a propria immagine e somiglianza per affermare il superamento di una frustrazione finalmente risolta. Qualcuno ha recentemente cancellato le Torri di Manhattan (e ci vorrano decenni per sapere con certezza chi, perché e per conto di chi lo ha fatto) altri hanno sparato sui Buddha afgani, altri hanno raso al suolo il Fuenti o tentato di fare lo stesso con le Vele napoletane, c’è chi, a Roma, si è esercitato attorno all’Ara Pacis, con l’Ambra Jovinelli, con qualche reperto di archeologia classica o, più spesso, di archeologia industriale come i vecchi e amati cinematografi, i risultati sono ovviamente disparati e diversi, le formule e le motivazioni inconfrontabili, ma, al fondo c’è comunque la stupidità, l’arroganza e l’impotenza di qualcuno che si arroga il diritto di eliminare per motivi quasi sempre inconfessati e altrettanto spesso inconfessabili un oggetto, una realtà che avrebbe comunque potuto testimoniare con la sua utile sopravvivenza il tracciato di una storia, magari effimera, che si vuole, invece, interrotta. Vittime di clamorosi e imprevedibili incidenti furono, come tutti sanno, il ricostruito Crystal Palace londinese o la “sfera” geodetica di Fuller, all’Expo di Montreal; le aviorimesse di Orbetello e di Orvieto, capostipiti dell’epopea del cemento armato crollarono invece per le mine naziste, ma i padiglioni delle Halles, le stazioni del Metro parigino e la Maison di Horta sono scomparsi solo per banale stupidità, arroganza e voracità.
Fra poco a Roma toccherà al Velodromo olimpico dell’EUR, straordinaria architettura di Ligini, Ortensi e Ricci, tra le testimonianze più significative di una delle più fertili stagioni dell’architettura italiana contemporanea che si affiancherà nella memoria al Padiglione Cosenza della Galleria Nazionale d’Arte Moderna che si vuole inopinatamente abbattere per sostituirlo con altro analogo, e qualcuno ha già avviato anche le pratiche per la liquidazione di altri e più recenti “mostri” metropolitani come il già citato Corviale, i “ponti” del Laurentino, la “Sopraelevata” di San Lorenzo.
Ma non rimpiangiamo forse il quartiere di James Stirling a Runcorn New Town che a suo tempo era stato salutato unanimemente come uno straordinario evento sulle nuove frontiere dell’abitazione popolare e che invece, alla prova dei fatti, in epoca di travolgente post-modernità, non resse all’impatto di un degrado sociale peraltro diffuso a livello globale? Gli esempi che abbiamo addotto sono diversi per qualità e significato, ma testimoniano tutti di una disattenzione diffusa e strumentale rispetto alla quale ci sembra ancora opportuno invocare qualche cautela, qualche maggiore predisposizione all’ascolto, qualche forma di rispetto e di amore per la vita delle cose, anche delle più umili e, quindi, più deboli.

Giorgio Muratore

Roma ottobre 2003

in “Area” n°.71 Nov.-Dic. 03

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7 risposte a “Distruggere …”

  1. Alessandro Camiz ha detto:

    E che dire allora della urbanistica dinamitarDa (sic!) di wolter e soci che al Laurentino 38 ha abbattuta parte significativa di un’opera d’autore ?

  2. nico ha detto:

    Prof. Secondo me era stato anche troppo tollerante a non ripubblicare questo articolo diversi post addietro. La Corvialaide stava prendendo una brutta piega secondo me.

    Saluti, Nicola Ugas

  3. Lorenzo ha detto:

    …opera d’autore? (sic!)

  4. stefano salomoni ha detto:

    Per il Laurentino 38 si è trattato di una discutibile gefirofobia…

  5. biz ha detto:

    Il “colosseo quadrato” sta nei film di Greenaway, il Corviale in quelli con Pippo Franco http://www.youtube.com/watch?v=-pulp8F7wac

    Ovvìa, talvolta bisogna anche tirare giù qualcosa.

    Sempre per parlare di cinema e architettura, rivedere la sequenza della demolizione di “Pruit Igoe” in Koyannisquatsi (ai min 2.50-5.40 di questo link http://www.youtube.com/watch?v=t29fgA5M7VA ) e, se vogliamo fare gli spregiudicati, anche l’episodio di Sean Penn del film su 11/09, con il finale a sorpresa

    (se non ricordo male, l’architetto è lo stesso).

    • DONNA FELLINIANA ha detto:

      IL COLOSSEO QUADRATA STA ANCHE IN UN BELLISSIMO CORTOMETRAGGIO DI FEDERICO FELLINI DAL TITOLO: LE TENTAZIONI DI SANT’ANTONIO, con Peppino De Filippo e Anita Ekberg, all’interno di Steghe, con altri corti di Pasolini, Visconti, etc.
      Cortrometraggio meraviglioso, da consigliare a tutti gli architetti Italiani, in primis, e poi agli altri!

      • biz ha detto:

        grazie per il riferimento, non l’avevo ancora visto.
        C’è da dire che in Fellini, questo anche il suo fascino, il “colosseo quadrato” diventa quasi come il transatlantico in Amarcord, si astrae fino a divenire sfondo irreale e icona(uso questo termine nel senso triviale delle icone di windows, non in senso classico). Al contrario, in Greenaway, sia pure restando ancora una visione onirica, le inquadrature precise angolari lo rendono concretamente.
        Strano, peraltro, che mi ricordassi di queste e non del fatto che molto del film è dentro il Vittoriano. G. è stato forse uno dei primi a nobilitare il Vittoriano, e questo l’ha fatto facendolo vedere dall’interno e facendo vedere Roma da esso, sfuggendo alla visione di cartolina solita, quella per la quale la definizione di “macchina da scrivere” pareva persuasiva.

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