Mo’ … se li vede Alemanno … so’ cazzi …

Grattacieli coreani verdi e sostenibili

“Alcune delle finestre pseudo-esagonali di questi grattacieli coreani sono in vetro fotovoltaico. Le zone bulbose sono adibite a luoghi comuni (uffici, negozi, palestre,…) le zone più strette ospitano abitazioni private (chiamate non a caso cellette).

Tra un vetro e l’altro crescono delle piante, che, oltre a fungere da condizionamento termico, contribuiscono a rendere “organico” il complesso che non a caso e’ stato ribattezzato “Green Towers”.
L’acqua del sistema di irrigazione, oltre a mantenere in vita la vegetazione, scorre sui vetri mantenendoli liberi dalla polvere della città.

Il quartiere/parco sorgerà a Seoul … ed e’ stato progettato dal Mass Studies, uno studio di architettura di Seoul specializzato nella costruzione in ambienti densamente abitati.
La Seoul Commune 2026 (questo il nome del quartiere in cui sorgeranno le Green Towers) e’ stata studiata per adattarsi alla popolazione della Corea del Sud che si sta atomizzando …
”

Da: www.ecoblog.it/post/2858/grattacieli-coreani-…

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Questi alla prossima Festa dell’Architettura … non possono mancà … me raccomanno France’ …

un bel dibbbattito all’Auditorium … nu’ je lo leva nisuno … pare che tirano … tirano ‘n sacco …

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So’ creature …

Da pietro Pagliardini … In reply to Alessandra. …

“Il vate Pernazza con rima baciata
difende Alessandra, la star incazzata
per via del progetto che Franco Purini
giammai avrebbe imposto ai suoi architettini.

Un grande progetto da sommo sciamano
caduto di colpo sull’agro romano.
Disegno possente, la mano sicura
capace di fare la Roma futura.

In mezzo a borgate cresciute spontanee,
geometri, abusi, la vita, puttane,
un Ordine Nuovo adesso s’impone:
La Roma imperiale tra lor si frappone.

Col tocco gentile del pollice “verde”
la vita reale alfin si disperde.
Il segno sicuro del gran creatore,
la regola imposta dall’architettore.

Un Pietro aretino s’azzarda a parlare
e scassa, s’arrabbia, e vuol criticare.
“Vogliamo capire, ché noi siamo buoni!
Mo’ basta però, c’hai rotto i coglioni!”

Così, tanto per sdrammatizzare.“
Pietro l’Aretino

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Etica e Architettura …

L’IDEA PIU’ RIVOLUZIONARIA CHE L’OPPOSIZIONE OGGI PUO’ METTERE IN CAMPO E’ QUELLA DELLA LEGALITA’

“La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico.”

“La questione morale è il centro del problema italiano”. “I partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche.
Enrico Berlinguer, 1980/1981

……………

peccato che per molti architetti ….

la questione morale …

non esista proprio …

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Feste per tutti …

” … come si fa a stare al mondo” …

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INARCH … ultima cazzata … “spiritosissima” …

ROMA – Ecco il grattacielo vista Colosseo l´ultima follia dell´architettura
SIMONA CASALINI

SABATO, 12 GIUGNO 2010 LA REPUBBLICA – Roma

Una torre alta cento metri dedicata al benessere termale.
Un progetto Inarch

“Idee in libertà, anzi in verticalità. Alemanno ha lanciato la palla, e ora a Roma va di moda pensare ai grattacieli. In periferia? In aree degradate? Per costruire nuove case popolari in edifici dismessi e desueti limitando il consumo del territorio? Macchè. Pura provocazione e, qualcuno dice, perdita di tempo, soldi e credibilità degli architetti. Si vuole immaginare una Torre di 100 metri a non più di centocinquanta metri di distanza dal Colosseo. In uno spazio archeologico, il parco Traiano, dove anche i fili d´erba sono vincolati, e a un passo dalla Domus Aurea e dal delicato criptoportico che custodisce la meravigliosa Città dipinta, e immaginaria.
Una boutade? Uno scherzo di qualche blog d´archi-tête? No, è un concorso di idee indetto dall´Inarch, l´istituto nazionale degli architetti fondato dal prestigioso Bruno Zevi, insieme a “Arquitectum” gruppo cileno che mette in rete concorsi e progetti in Sudamerica, con premio finale di 3 mila dollari al primo classificato, pubblicato sul sito più seguito dai progettisti in cerca di lavoro e di passerella, Europaconcorsi.com. Si intitola, il concorso, “Rome 2010. Vertical Spa facing the Colosseum” e non è visionario. È stato pubblicato lo scorso otto giugno, in pieno dibattito grattacieli sì grattacieli no a Roma, con viatico del sindaco orientato verso il sì. …

La giuria che dovrà stabilire il vincitore di questo concorso “a perdere”, visto che non c´è nessun committente che pensa di finanziarlo, annovera professionisti e docenti universitari, come Guendalina Salimei e Massimo Locci. La presiede Francesco Orofino, segretario nazionale dell´Inarch, da sempre nel “partito” pro grattacieli, purchè di qualità : «Quest´anno il nostro istituto compie cinquant´anni e abbiamo pensato di sottolineare la ricorrenza con questo bando, certo provocatorio» spiega, «è un concorso accademico che non dovrà avere alcun esito concreto, piuttosto il merito di far circolare idee. Certo, l´idea è un po´ folle ma in fondo anche Zevi ci aveva abituato a momenti di rottura. E comunque ci è sembrato assai pertinente, in un momento in cui cui si parla tanto di verticalità. E però, sia chiaro, pur nell´accademicità del bando, trovo paradossale porre un veto all´architettura verticale, perché sarà il destino della città contemporanea per non consumare territorio. E comunque penso che ci sarà da divertirsi a vedere una per una tutti i progetti che arriveranno»…”

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L’INARCH compie cinquant’anni e, da tempo, dà chiari segni di rincoglionimento …

è in buona compagnia … San Luca … Casa dell’Architettura … Maxxi … Ordine degli Architetti … etc. …

perché Tremonti non ci dà una mano? …

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Grande Marcello …

Rassegna di Architettura e Urbanistica. 130/131. Marcello …

Rassegna di Architettura e Urbanistica. 130/131. Marcello Piacentini a cinquanta anni dalla scomparsa.,Edizioni Kappa,1800-1960 Età Moderna,,,Architetti e …
http://www.libroco.it/cgi-bin/dettaglio.cgi?codiceweb…
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Che Marcello Piacentini fosse stato uno dei più grandi architetti del Novecento italiano erano in molti a crederlo, ma sicuramente in pochi lo abbiamo detto, per ora, con una certa chiarezza.  Anzi, fino ad oggi, su quest’architetto romano gravava (e ormai da oltre mezzo secolo), una cappa di inquieto silenzio, una particolare e definitiva condanna all’oblio.  Di lui si ricordavano, se mai, i trascorsi rapporti con il regime fascista prima, con il grande capitale vaticano, poi.  “Piacentiniano” è stato nel dopoguerra un aggettivo diffuso, un epiteto inappellabile e perentorio, un vero e proprio insulto a connotare quanto di peggio fosse stato realizzato nell’aborrito ventennio e, di seguito attraverso l’epoca delle speculazioni, delle grandi immobiliari.  Lo  stesso “parlare di” Marcello Piacentini significava incorrere nelle scomuniche dell’accademia, della critica, della storiografia, dell’ideologia più a la page.  E’ stata forse la concomitante caduta di altri muri, di altre omertà a far rinascere, finalmente, un interesse critico, storiografico e culturale per un personaggio centrale della prima metà di questo secolo, addirittura del più significativo, per certi versanti non marginali, della cultura, dell’architettura e della città italiane contemporanee.  In questi ultimi tempi però la giovane critica si è soffermata sul personaggio ricostruendo con estrema meticolosa puntualità e abbondanza di documenti di prima mano la figura artistica e professionale del “personaggio” Piacentini e dando nuovamente voce, dopo tanti silenzi, a colui che tra i primi seppe dare significato e spessore europeo all’architettura italiana, da sempre, gravata da un provincialismo non epidermico; ne risulta quindi un architetto e un urbanista alle prese con i grandi temi della città italiana contemporanea e con le tendenze culturali più aggiornate, informatissimo su quanto accadeva nel resto del mondo e soprattutto capace di individuare con un intuito prefessionale eccezionale i canali e gli interlocutori, di volta in volta, necessari per dare corso concreto alla sua “idea di città”.  Qualcuno potrà obiettare (forse neanche a torto), che le sue architetture non raggiunsero mai la finezza espressiva e la pienezza figurativa di quelle di un Terragni, di un Libera, di un Pollini, di un Ridolfi o di un Gardella, solo per fare qualche nome tra i più intriganti tra quanti in quei decenni eroici illustrarono la nostra edilizia migliore, ma è altrettanto vero che nessuno di quei grandi artisti ha saputo mai e con altrettale intuito “comprendere” e interpretare il nesso logico e funzionale, espressivo e “politico” che da sempre lega l’architettura alla città, ai modi concreti e materiali della sua stratificazione, ai momenti attraverso i quali un progetto diviene parte viva di un “processo” di costruzione e di sedimentazione, parte necessaria di un ciclo cui non possono rimanere estranei motivi simbolici, funzionali, e finanziari.  Ci troviamo così di fronte ad una personalità di stazza europea che ha esercitato il suo magistero nella scuola e nella professione collaborando con amministrazioni pubbliche e gruppi finanziari, costruendo nelle grandi come nelle piccole città italiane una massa enorme di occasioni di architettura, di nodi e di luoghi urbani, conferendo per decenni forma e significato all’immagine stessa della “città italiana”.  Dalla “sua” Roma, città nella quale ha realizzato alcuni dei suoi progetti più noti, quelli per la Banca d’Italia, l’INA, la FIAT e la BNL, l’albergo Ambasciatori, il Ministero delle Corporazioni, la Casa Madre dei Mutilati, la chiesa di Cristo Re, i numerosissimi villini e palazzine, i cinema Corso, Fiamma, Barberini, la Quirinetta, la Città Universitaria, l’EUR (l’ultimo “pezzo” di città degno di questo nome), a Milano, Torino, Bergamo, Brescia, Firenze, Trieste, Genova, Napoli, Messina, Bolzano, solo per citare qualche località dove ha lasciato tracce cospicue: strade, piazze, grattacieli, palazzi di giustizia, banche, monumenti celebrativi.  Ma anche San Francisco, Parigi, Damasco, Gerusalemme, Rio de Janeiro, San Paolo del Brasile, hanno ospitato o conservano architetture di Marcello Piacentini.  Tutte opere che sono la testimonianza di un modo assai preciso di intendere la città, la sua morfologia, la sua architettura e il suo valore di significativa permanenza edilizia e simbolica.  Collocandosi nella grande tradizione dell’architettura moderna romana, evocando spesso i suoi mestri, dal Calderini al Koch, dal Pistrucci al Magni, dal Podesti al Sacconi, al padre Pio, Marcello Piacentini escogita nei suoi cinquant’anni di attività professionale una macchina progettuale di stupefacente attualità, di imprevista “modernità”.  Non fu solo una modernità stilistica la sua, anche se ricorse ad un continuo aggiornamento figurativo e sintattico del  proprio repertorio, ma si trattò soprattutto d’altro, della vera e propria “invenzione” di un meccanismo di produzione stupefacente, di una specie di “fordismo” progettuale che lo vide capace di coordinare, attraverso i suoi vari studi dislocati un po’ ovunque, “in parallelo”, decine e decine di progetti.  In questa particolare dinamica progettuale Marcello Piacentini seppe poi  circondarsi di partner e di collaboratori di prim’ordine, da Wenter-Marini a Limongelli, da Del Debbio a Samonà, da Piccinato a Guidi, da Minnucci a De Renzi, da Pascoletti a Fuselli, dai fratelli Rapisardi a Giorgio Calza-Bini, a Pier Luigi Nervi, i quali tutti portarono il loro contributo culturale e generazionale alla definizione di una grammatica e di un linguaggio, più volte rinnovati.

Si scopre così un Piacentini colto, raffinato, culturalmente aggiornatissimo che contrasta singolarmente con lo stereotipo diffuso e ci riporta alla realtà di una vita culturale romana intrecciata con le tendenze più attuali della vicenda europea, nell’architettura come nell’urbanistica, nella musica come nella pittura, nel teatro come nel cinema.  In tale contesto Marcello Piacentini manovrò da maestro, diffidando delle mode più effimere, poco concedendo agli stilismi più manierati, sorridendo “dell’irragionevolezza” dei vari razionalismi internazionalisti. Nel far questo non tradì mai la modernità, diffidò, se mai, degli schematismi più avanguardistici, distaccandosi dalle avventure più sgangherate e rumorose, dai personaggi più fragili ed effimeri.  La sua passione per i grandi architetti austriaci e tedeschi del novecento, da Bohm a Schwarz, da Muthesius a Bonatz, da Behrens a Fahrenkampf, da Poelzig a Hoger, da Kreis a Messel, da Tessenow a Loos, da Wagner a Hoffmann e la sua relativa indifferenza alla metafisica e meccanica razionalità di un Gropius, di certo Le Corbusier, dei costruttivisti russi, dei neoplastici olandesi, oltre alla dichiarazione di un’appartenenza culturale precisa svela poi, al di là di ogni dubbio, la chiara individuazione di valori e personalità di grande respiro e di lunga durata.  Architettura, urbanistica, arti decorative sono così lo scenario di una ricerca durata cinquant’anni che imparenta Piacentini ad altri grandi del novecento italiano, Muzio e Ponti, soprattutto.

G.M.

P.S. ringrazio Cristiano Cossu per il suggerimento …

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E la festa continua … Portoghesi interrato …

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MAXXIlenticchia … chi ben comincia …

Un premio al “collage” di lenticchie e fagioli

Assegnati i riconoscimenti per la giovane arte al Centro di via Guido Reni Un premio al “collage” di lenticchie e fagioli Un paio di chili di granaglie di tutti i colori: li ha usati Bruna Esposito, 41 anni, per disegnare un mandala sul pavimento del Centro per le arti contemporanee di via Guido Reni. E ha vinto il premio della Giuria popolare, aggiudicandosi una mostra personale a Castel S. Elmo a Napoli. Dove, pero’ , l’ opera vincitrice apparira’ soltanto in video. “Le granaglie – spiega Lorenza Bolelli, consulente del ministro Melandri per l’ arte contemporanea – poiche’ sono sparse sul pavimento senza alcun supporto, saranno spazzate alla fine della mostra romana, raccolte in un sacchetto e conservate presso il nuovo museo di via Guido Reni insieme alle altre 13 opere attualmente in mostra, selezionate tra quelle di ben 500 partecipanti”. Il sacchetto di lenticchie, fagioli e chicchi di cereali andra’ dunque a costituire, insieme al video che ne testimonia il disegno effimero, il nascente patrimonio artistico del Centro dedicato all’ arte contemporanea. Ognuna delle 14 opere e’ costata al ministero 30 milioni di lire. E ulteriori 35 milioni sono stati consegnati ieri pomeriggio dal ministro Melandri a Stefania Calegati, la piu’ giovane partecipante al Concorso di via Guido Reni (ha solo 27 anni), vincitrice del Primo premio per la giovane arte italiana, bandito dal ministero e assegnato dai critici. La premiata ha realizzato un samurai in terracotta, alto 20 centimetri e con una pallina di materiale radioattivo depositata in un piccolo spazio vuoto scavato nel ventre, che e’ stato sigillato dentro una teca di vetro al piombo, con l’ assicurazione che “i livelli di radioattivita’ impiegati per l’ opera sono inferiori ai limiti stabiliti per legge”. Tra i giurati che hanno deciso il primo premio figurano il regista spagnolo Julio Medem, il direttore del Museo di arte contemporanea di San Paolo del Brasile Ivo Mesquita, l’ artista angloafricano Ynka Shonibare.

Lauretta Colonnelli
(2 marzo 2001) – Corriere della Sera

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Sull’orlo del collasso? …

” L’ Accademia Nazionale di San Luca (in base al suo statuto) ha lo scopo di promuovere le belle arti, di onorare il merito particolare degli artisti, eleggendoli nel corpo accademico, di adoperarsi per la valorizzazione e la continuazione della grande tradizione artistica italiana e la conservazione delle opere d’arte.” …


Maddeché? …

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Sempre utili …

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