QUESTIONE DI “STILE” …

Matteo Tusa commented on L’UOMO CHE NON DEVE CHIEDERE MAI …

“La domanda che mi faccio è: come sono arrivati questi personaggi a questo punto? Che compromessi hanno accettato? Di alcuni, tipo Portoghesi, so vita morte e miracoli, ma di un Fuksas non so nulla! Occorrerebbe conoscere le biografie di queste”archistars” e allora secondo me TUTTO diventerebbe chiaro, anche la “genesi” delle loro schifose “creazioni”! Di costui che “non deve chiedere mai”, sarebbe interessante capire come è finito a S. Giovanni Rotondo a fare quella porcata!”

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TU QUOQUE IOANNIS … TRA LOGGE E MAESTRI? …

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BOTTISMI …

Da Andrea Balletti: …

“sempre a proposito di Botta…
 
…il fatto è che…spesso…

…peggio di Botta…

c’è il “bottismo” spicciolo…

facile e patetico…
 
Andrea_B

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UNA FORESTA DI PALME …

Simone commented on “Uno spazio dentro un altro spazio dentro un altro spazio” …

“Una possibile soluzione la si intravede nella Mezquita di Cordoba, dalla storia simmetricamente inversa a quella di Santa Sofia. L’antica moschea viene mantenuta nel suo ruolo di centralità religiosa, ma in mezzo alla “foresta di palme” delle colonne, che aprono prospettive infinite e labirintiche, viene creata dopo la reconquista un’arca barocca per il santo sacrificio. E’ il senso “forte” di una cultura che celebra la propria affermazione.
http://1.bp.blogspot.com/_VcL9W-hdSus/S7utud2yO8I/AAAAAAAAAAU/uQ9RtvdF6Uc/s400/mezquita_cordoba.jpg
http://farm3.static.flickr.com/2686/4110742618_f38d33e67f.jpg
http://www.sacred-destinations.com/spain/images/andalusia/cordoba/mezquita/resized/aerial-cordoba-mezquita-p.jpg
Oggi però non è più tempo di crociate e reconquiste, e il potere della Chiesa istituzionale sta svaporando. Il dibattito tradizionalisti – progressisti è viziato dalle aporie che derivano dall’infallibilismo: può un papa infallibile mutare il magistero?
Forse il futuro della religione è nelle micro-chiese che mantengono una loro identità ma a un livello umano cui ci si possa ancora rapportare. Trovo insieme commoventi e patetici per esempio questi due casi:
un vescovo vecchio – cattolico che si fa la propria cattedrale in miniatura:
http://www.highlandville.net/church.htm
un prete della traditional anglican communion che auto-costruisce la propria cappella nel garage:
http://civitas-dei.eu/newchapel.htm
Se la Chiesa non riparte da premesse simili, che permettano alle anime di respirare e alle comunità di formarsi guardandosi negli occhi (e insieme verso Dio), dubito che le chiese di Botta, Scarpa o Gotham city potranno qualcosa contro la secolarizzazione, esattamente come a nulla possono i fiumi di carta e di parole che escono dal Vaticano quando concretamente il fedele medio in parrocchia non solo non trova confessori, ma nemmeno una forma di culto e una prassi religiosa che siano effettivamente abitabili.”

 

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L’UOMO CHE NON DEVE CHIEDERE MAI …

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SUNSET BOULEVARD …

Pietro Pagliardini commented on QUANNO SE FREGO’ PURO L’ARBERO DE PURINI …

“E’ vero sergio43, in fondo l’esser archistar è una sorta di condanna all’ergastolo. Da ogni lavoro, dal momento della beatificazione, ci si aspetta il miracolo e, fino a quando la “fantasia” tiene, inni di gloria; quando la fantasia cala, inesorabilmente, dovrebbero rimanere altri valori, quelli veri. Ma non è detto che ci siano. Ogni nuovo lavoro è una coazione a rinnovare i fasti, ma si trasforma in una corsa lungo il Sunset Boulevard. La chiesa di Terranova manca di “fantasia”, a parte quell’assurdo scivolo banalmente simbolico, e il mestiere non supplisce.
Se non fosse Botta, l’avremmo presa come una delle tante stranezze che ci riserva la professione e che sono presenti in ogni città, ma per Botta credo rappresenti un punto di non ritorno.
Gli auguro di dimenticarsi chi è stato e di trovare la forza per fare l’onesto libero professionista.
Pietro

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“Uno spazio dentro un altro spazio dentro un altro spazio” …

sergio 43 commented on PER UN’ARCHITETTURA PROFANA …

“Molto, molto interessante. Va a supporto delle ampie discussioni cui ho assistito in televisione tra tradizionalisti e progressisti in occasione del Cinquantenario del Concilio Vaticano II.
“….Questo toglie gerarchia allo spazio, anzi lo rovescia per importanza….centro (immagino l’altare. nota mia) che diventa poco significativo….l’aula grande diviene profana. Profana deve essere l’architettura, anche quella delle chiese. Il tempio è stato distrutto una volta per tutte…La sacralità non è più in Sancta Santorum….”
Detto questo è inutile che ironizziamo sul cubo di Foligno o sulle zeppe di Terranuova Bracciolini. E’ lo Spirito Santo che aleggiava sulla testa di eccellenze vescovili ed eminenze cardinalizie nell’aula di San Pietro che “le disegna così”. Poi , per chi ne ha ancora bisogno, si troverà pure da qualche parte una tradizionale chiesa pre-conciliare, dalla semplice chiesetta di campagna alla chiesa barocca con i suoi orpelli, “a maggior gloria di Dio o dei committenti”?
C’è un altro interessante passo che vorrei citare a proposito di spazio profano.
“….l’ambiente principale…è dentro uno spazio più grande che è incluso a sua volta in uno spazio più grande e così via. L’interno è in sottordine all’interno di un interno….le logge al primo piano sono ricavate tra almeno tre strati di muri….”. Che vi debbo dire? Ho avuto a queste parole il flash di Santa Sofia a Costantinopoli, come la sentii quando vi entrai. Lì per lì non capii il mio straniamento, abituato a partecipare al rito nelle basiliche costantiniane. Adesso mi par di capire. Mentre le basiliche romane, pur mantenendo l’antico nome, erano rivoluzionarie, la grande basilica sul Bosforo era il luogo profano dove, allo stesso modo, per esempio, di una basilica Ulpia, si celebrava la presenza lontana, prima di un Imperatore e qui di un Basileus. Fu naturale per i Sultani, eredi diretti di quel potere imperiale, ora califfato, appropriarsi di quella forma. Dalla splendida e vicina Moschea Blu, alle altre che disegnano il profilo storico di Istanbul, alle innumerevoli volute da Erdogan tra i grattacieli della moderna espansione, esprimono tutte lo stesso concetto sopradescritto da Michelucci: “uno spazio dentro un altro spazio dentro un altro spazio”. Adesso, da cattolico, mi chiedo quale sarà, se vi sarà, il futuro della nostra chiesa bimillenaria e dei suoi luoghi rituali, schiacciati sempre più o da una visione protestante o da una islamica visione prepotente.
Oh, ragazzi! Queste sono considerazioni che, per dirla alla Popper, sono confutabili. A questo serve un blog!

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MICHELUCCI TROPPO “COLTO” …

Michelucci_Prefazione a Lettera a una professoressa

Giancarlo Galassi :G commented on PER UN’ARCHITETTURA PROFANA …

In questa PAGINA  del sito della Fondazione Don Milana è narrata brillantemente la nascita di “Lettera a una Professoressa”. Tra l’altro fa capolino anche Padre Turoldo.
Verso la fine ci sono le ragioni per cui la prefazione, troppo colta dell’architetto colto, fu scartata.

Il passaggio è questo:

“Quando il libro stava per essere finito, don Lorenzo parlò con l’architetto Michelucci, noto a Firenze per aver progettato la stazione centrale e la chiesa dell’autostrada, per chiedergli di scrivere la prefazione. Don Lorenzo stimava Michelucci e lo riteneva, come lui, un cultore dell’arte anonima e del lavoro d’équipe. “Quando ho spiegato a Michelucci – scriverà ancora ai ragazzi – cosa dire è rimasto entusiasta. Come si costruisce un libro confrontando il nostro metodo di scrivere con uno studio di architetto: così avrà modo di spiegare in che senso sono l’autore e in che senso no”.

Michelucci, sia pure tra qualche incertezza, accolse l’invito e scrisse una bozza di prefazione. Però fu giudicata dai barbianesi troppo difficile nel linguaggio per il libro. Tentarono di semplificare il testo secondo il loro stile, ma non se la sentirono di proporlo all’architetto e preferirono rinunciare alla prefazione.”

Un saluto.

:G

 

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ORRORI DI GIOVENTU’ …

Marco Sedda ci invia: …



“Marione e’ in buona compagnia…”

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PER UN’ARCHITETTURA PROFANA …

Giovanni MICHELUCCIOur Lady of Consolation CHURCH ..

“In una riedizione di «Lettera a una professoressa» curata di Michele
Gesualdi che raccoglie anche scritti e articoli critici trovo
pubblicata  la prefazione “mancata” di Michelucci. Senza pensarci due
volte, ve la inoltro. Il testo del patriarca, aveva 75 anni nel 1967,
era sicuramente impubblicabile accanto alla scrittura militante della
Lettera ma è  importante per documentare  una stagione avventurosa
della Chiesa con  straordinarie ripercussioni sull’architettura.

A
corredo allego anche il link a un filmato sulla Chiesa della Vergine a
S. Marino che, a mio parere, è sicuramente la più barbianense delle
chiese di Michelucci, completata nell’anno di pubblicazione della
Lettera e della morte di don Milani.

Don Oreste Benzi, un altro prete
militante, coetaneo di Milani e figlio della Chiesa del Concilio, mi
raccontava, su mia sollecitazione, di come facesse fatica a dire messa
a San  Marino perché “non si vedono in faccia tutte le persone”
distribuite su diversi livelli. Aveva ragione. Lo spazio uterino della
chiesa sembra costituito da un’aula maggiore con cappelle minori ma in
realtà non è affatto gerarchizzato. L’ambiente principale con l’altare
è dentro uno spazio più grande che è incluso a sua volta in unopiù
ampio e così via. L’interno è in sottordine all’interno di un interno.
La cappella dei matrimoni e le logge al primo piano sono ricavate tra
almeno tre strati di muri. Attraverso feritoie in questi diaframmi si
contano tutti gli involucri prima del “fuori”.

Questo toglie
gerarchia allo spazio, anzi lo rovescia per importanza. Senza più la
virtù di obbedire a un centro, che diventa poco significativo rispetto
a un intorno in espansione, l’aula grande diviene profana. Profana deve
essere l’architettura, anche quella delle chiese.  Il tempio è stato
distrutto una volta per tutte e riscostruito in tre giorni in altro
modo. La sacralità non è più in un Sancta Sanctorum messo in posizione
dominante ma è diffusa alle persone che dal centro si fa fatica a
vedere ma sono raccolte in preghiera tutt’intorno.

Giancarlo Galassi :
G

http://www.casttv.com/video/kgcofg5/giovanni-michelucci-our-lady-of-
consolation-church-video

« Noi dobbiamo riconquistare un linguaggio
«popolare» o «anonimo» nel quale non dominino le qualità di un singolo,
ma esprima un tempo impegnato umanamente, oltre che scientificamente e
tecnicamente, alla costruzione del luogo dove gli uomini possano
svolgere la loro attività e trovare il loro riposo. […]

Voi,
scrivendo, non pensate ad ottenere prima di tutto un risultato
estetico, un’opera d’arte; ma l’opera d’arte verrà se in quel che avete
pensato e scritto vi sono elementi di tale verità umana e poetica da
generarla. A voi interessa che gli uomini riconoscano se stessi e i
propri interessi in quel che pensate e dite.

Così è o dovrebbe essere
per gli architetti e l’architettura. Il modo è elementare e vale per
tutti: si parte da delle considerazioni sui fatti della vita e degli
uomini, si meditano, se ne tira fuori il senso sociale ed umano e si
riportano in mezzo alla gente perché divengano argomento di meditazione
e di dialogo».

Giovanni Michelucci, Prefazione a «Lettera a una
professoressa»

Michelucci_Pref. a Lettera a una professoressa

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