RACCORDARE ARCHITETTURA
Costruire case a schiera anche incrementate in altezza per ospitare più famiglie su una strada in salita non presenta problemi. Nell’esempio scovato a Tivoli, se si segue l’inclinata stradale a ogni corpo scala di circa 15 – 18 metri (due appartamenti per piano), corrisponde un salto di quota delle linee di gronda e delle imposte dei solai, leggibili in facciata per lo sfalsamento delle finestre tra un edificio e i contigui. (Calma. Digressione antipanico per non specialisti: “Vano scala”- la colonna delle scale; “Corpo scala” – il vano scala più gli appartamenti serviti dalla scala).
Il problema si presenta quando dalle schiere si passa alle case in linea il cui corpo scala arriva a 30 – 36 metri, quattro appartamenti per piano, due con affaccio su strada e due sul retro o cortile. Succede quasi tutto a Roma dalla seconda metà del XVIII secolo in poi e si complica perché per dettare le regole del tipo è indispensabile l’architetto: con quelle dimensioni di edificio ci si può confrontare con le architetture dei palazzi nobiliari e serve il creativo da scatenare in facciate ritmiche, simmetrie, pareste, lesene, cornici, gerarchizzazioni dei piani… tutto il linguaggio dell’Architettura Maiuscolona applicato all’edilizietta residenzialina di base.
Finché siamo in pianura tutto bene, ma in salita come si fa? Come riassorbire il notevole salto di quota tra lo spigolo a valle e quello a monte del nostro pseudopalazzo? Facile! Se il linguaggio da usare è quello classico c’è un’unica soluzione: il basamento si assume il compito di “livellare” il terreno, di fornire un nuovo piano di spiccato dell’edificio. Così sulla ripida di via delle Quattro Fontane la quota a valle del piano nobile è di un paio di metri maggiore di quella a monte e il basamento, visto in prospetto, è trapezoidale. I locali a valle sono esageratamente alti rispetto a quelli sfigati a monte al limite dell’abitabilità e seminterrati.
Ma un architetto che intende essere moderno, figlio del funzionalismo, razionalista d’annata, che vuole confrontarsi con Le Corbusier suo contemporaneo, votato alla ricerca dell’espressione della verità nel proprio lavoro ma ricavandoci in più pure un certo sollucchero nel farlo… come può risolvere il problema di disegnare un edificio in linea su un terreno in pendenza dandogli un aspetto unitario alla stregua della grande architettura dei Palazzi Romani evitando scimmiottamenti eclettici?
Mi ha sempre incantato la macchina esoterica, tutta fatta di trucchi e segreti dovuti alla padronanza del mestiere, utilizzata da Ugo Luccichenti per questo edificio in Piazzale delle Medaglie d’Oro a Roma risalente al 1953. Il terreno pende del 3,5 %, il che implica, se si parte da una quota a monte di quattro metri, di avere a valle, dopo 110 metri di sviluppo di facciata e 5 corpi scala, un’altezza del piano negozi di oltre 7 metri, in pratica un piano in più e con un lungo tratto al centro in cui il piano terra sarebbe stato alto tra i 5 e i 6 metri e mezzo.
Tutto questo se Luccichenti avesse tirato dritto la linea del solaio dei primi piani come nel palazzo umbertino di via delle Quattro Fontane. Invece, a guardare bene, c’è qualcosa che non torna: la linea di coronamento dell’edificio è inclinata! Segue proprio la pendenza del terreno! I salti di quota tra un corpo scala e l’altro della casa in linea, indicati in blu nel disegno, sono camuffati da velette che sporgono dall’intradosso dei balconi più alti fino alla quota dei parapetti dei balconi più in basso.
E, soprattutto, a una pensilina che fa venire il mal di mare a guardarla, è dato il compito di «raccordare» l’inclinata del terreno con lo spiccato orizzontale dei solai. Vedere schema nei disegni: 1- linea del terreno; 2- linea di chiusura parallela al terreno; 3- pensilina con una pendenza di circa due gradi, parallela al terreno nei tratti dove il corpo di fabbrica è arretrato, ovvero dove c’è il salto di quota tra un corpo scala e il successivo; 4- in corrispondenza della sporgenza dei volumi con i balconi colorati la pensilina non è orizzontale ma addirittura si raccorda in contropendenza.
Non resta che andare a impicciarci del retro. E che ci volete fare: siamo curiosi. Qui Ugo Luccichenti, il prestigiatore, svela i suoi segreti e a noi ci scappa un sorriso di gratitudine per la rivelazione dello spassoso toboga del progettare moderno. Un po’ ce l’aspettavamo!
Giancarlo :G Galassi
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