RITORNO AL LAURENTINO 38 …

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VIDEO A

“Così Laurentino 38 è finito in mano alla mala”

VIDEO B

Barucci, l’architetto del Laurentino 38: “Hanno tradito il mio progetto”

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4 risposte a RITORNO AL LAURENTINO 38 …

  1. Sergio Cardone ha detto:

    Il Laurentino mi è sempre sembrato un quartiere in tutto coerente con la ricerca architettonica di quegli anni. Così come per molti suoi contemporanei illustri, dalle Vele di Di Salvo al Corviale ecc. ecc., non credo sia corretto scaricare il fardello delle responsabilità del fallimento solo sul progetto/progettista. In fondo si tratta di progetti incompiuti, privati dei requisiti e dei servizi previsti o – come nel caso del Laurentino – addirittura snaturati (è cambiato davvero qualcosa eliminando i ponti?).

    Trovo molto più aberrante riproporre quei modelli progettuali, ormai falliti anche per il ruolo delle amministrazioni pubbliche nella gestione degli alloggi e nella realizzazione di strutture di servizio adeguate, nei quartieri contemporanei: dalla ricerca alla speculazione il limite è sottile ma fino a un certo punto.

    Più che demolire, però, sarebbe interessante capire come recuperare questi edifici/quartieri (nonostante la rigidità del sistema costruttivo e delle tipologie edilizie) … almeno fin quando se ne riconoscerà il loro valore, al di là dell’estetica del nostro tempo.

    Saluti,

    Sergio Cardone

  2. Andrea Di Martino ha detto:

    Eh, sì, è proprio vero. A volte ritornano. Inutile dire che la difesa di Barucci è a dir poco patetica (non a caso è totalmente incoerente rispetto a quella imbastita qualche mese fa). Ma si tratta, in ogni caso, di una difesa già nota. Come al solito, ci viene ripetuto (fino alla nausea), che il progetto è fallimentare perchè i servizi sono carenti. Mai ‘na vorta che se avanzasse l’ipotesi opposta, cioè che i servizi sono carenti perchè il progetto è fallimentare. In pratica, si cerca di coprire il fallimento facendolo passare per un’occasione mancata (da tutti tranne che dal progettista). Troppo comodo (per il progettista). Ad ogni modo, se proprio vogliamo ragionare in termini di “occasioni mancate”, bisogna riconoscere (fornendo, con ciò, un appiglio ai difensori di Barucci), che le occasioni che abbiamo perso col Laurentino 38 sono nulla (ma proprio nulla) rispetto a quelle che abbiamo perso col Corviale. Infatti, come ricordava F. Abbate nella sua guida di Roma, quel chilometro filato di cortina cementizia distesa sulla Portuense (quasi una sorta di diga), ha sortito l’effetto (del tutto inatteso perfino dal progettista), di sbarrare l’accesso in città a quel “ponentino” che il grande Rascel (in uno dei suoi pezzi più noti), aveva cantato in questi termini: “A Roma c’è ‘na legge der destino che dice “ve dovete inammorà”…Appena t’accarezza er ponentino te viè ‘na voja matta de bacià”. A conti fatti…Aivoja ad occasioni mancate! (sic). In fondo, la differenza tra il “capolavoro” di Barucci e il Corviale sta tutta qui: il primo andrebbe demolito a beneficio dei soli abitanti del quartiere, mentre il secondo andrebbe demolito a beneficio di tutti gli abitanti di Roma. Si conservi dunque il Laurentino 38 (ops, pardon: volevo dire: lo si “recuperi”), ma armeno aridatece er ponentino!!!

    • sergio de santis ha detto:

      Abbiamo ricevuto forte e chiaro …
      procediamo con il napalm? ….
      Surfare tra le onde del lido con quell’odore di Kerosene nellaria …
      …. non cè niente di meglio …

    • stefano nicita ha detto:

      Ma come proprio oggi che tutti si riempiono la bocca con le parole riqualificare, riciclare ecc… e ci sono occasioni meravigliose per farlo, come appunto questi quartieri così complicati, non ne approfittiamo? E’ un dato storico il fatto che Roma si è sviluppata costruendosi su se stessa nel tempo e “riciclando” i materiali. Mi sembra poi che molti spazi storici della città che tutti apprezzano siano nati per gradi, in diverse fasi temporali e con diverse mani di progettista e testa di committente. Ecco, io proverei a riciclare, non demolire completamente, questi quartieri fallimentari e non lo dico per criticare personalmente i loro progettisti, perchè in realtà la responsabilità è di tutti, di un’epoca, di un modo sbagliato di costruire la città. Riutilizzere gli scheletri per rivestirli in maniera diversa con materiali più durevoli e con migliori prestazioni energetiche, riutilizzerei le stecche, le barre, le torri come parti di un disegno urbano più complesso che riprenda la tradizione dell’edilizia romana della prima metà del novecento, quella delle grandi corti interne, della forte presenza del verde, dei rapporti più “organici” tra gli edifici. Altro che servizi!! Credo che gli strenui difensori di questi quartieri, e qui sono d’accordo con Andrea Di Martino, appellandosi sempre all’inefficienza e alla mancanza di servizi, abbiano sbagliato un’altra volta, scegliendo una linea di difesa indifendibile. La forma della città ha perso il suo significato e lo deve riacquistare o almeno provarci. Saluti

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