“Adescante viluppo … (che) … ci guadagna molto ad esser riletto in forma spiraliforme” …

olmo 013 Marco Vallora su Architettura e Storia di Carlo Olmo

Di Carlo Olmo sembra che da poco sia uscito nelle librerie un saggio dal titolo Architettura e Storia.
Su La Stampa del 2 Luglio Marco Vallora ne fa una recensione che alla fine , una volta letta , mi fa sperare di non dovermi mai imbattere nel testo di Olmo.
Vado a recuperare questo PDF su indicazione di un collega tedesco, da anni residente in Italia, padrone assoluto della lingua italiana, profondo e al contempo pragmatico come spesso i tedeschi migliori sanno essere.
M., dotato di una ben strutturata e salda cultura sia in campo scientifico che umanistico, mi chiama stupito da quanto ha letto (sapendo della mia passione per il mondo di questi azzeccagarbugli del linguaggio) indicandomi la recensione come un pezzo che certamente avrebbe fatto la mia felicità.
Così me lo leggo e già al secondo capoverso mi imbatto in un “Adescante viluppo: non perché questo saggio sia impenetrabile o labirintico, ma perché ci guadagna molto ad esser riletto in forma spiraliforme” … a parte la FORMA SPIRALIFORME, che immediatamente mi rimanda a quel GENIUS LOCI LOCALE  (che proveniente da Tirana è già apparso su questo blog), per ciò che riguarda approfondimenti sul tema della spirale e alle implicazioni e ripercussioni che una certa disponibilità a tale argomento può avere sulla psiche rimanderei senza dubbio al film horror UZUMAKI del regista di origine ucraina Higuchinsky che racconta della possessione degli abitanti di una cittadina giapponese che manifestando dapprima interesse per tutto ciò che abbia una forma a spirale degenerano poi nell’inarrestabile desiderio di essere, anzi rendere il mondo intero ed il genere umano una spirale … è chiaro che tutti finiscono per suicidarsi o, nei casi migliori periscono di morti orribili.
In ognicaso , alla fine della recensione Vallora ha “scomodato”:
Marx
Louis Helmann
Klee
Hadot
Solà Morales
Valéry
Oechslin
Cohen
Guido Canella
Von Moos
Focault
Lacan
De Certeau
Halbwachs
Averroè
Borges
Poe
Radcliffe
Baudelaire
Benjamin
Aragon
Breton
Voltaire
Rousseau
Céline
Bergson
Montaigne
Bachelard
Diderot
Starobinsky
Levi della Torre
Borges
De Certeau
Riduco la già breve sinossi (mi si perdoni il termine professorale che sta per sintesi, riassunto, riepilogo …) del libro presente sul web che riporta:
“L’architettura rappresenta una delle più importanti testimonianze della presenza dell’uomo sulla terra. In questo senso non solo è legata alla storia: è essa stessa storia per eccellenza. (…)
Eppure la sua interpretazione viene spesso lasciata alle forme come alle ideologie che essa veicola. La stessa lingua con cui questa storia così fondamentale si racconta appare presa in prestito: dalla storia dell’arte come dalla sociologia, dal romanzo come dalla giurisprudenza.
Quella che si dichiara essere la testimonianza per eccellenza non fa spesso i conti neanche con il significato della stessa parola “testimonianza”.
Questo libro cerca di restituire al rapporto tra architettura e storia la complessità che esso conserva, nonostante tutti i tentativi di incasellarlo in tipi o categorie formali e sociali.
Lo fa indagando le relazioni che l’architettura costruisce e muta nel tempo con la religione, la tecnica, il diritto, la rappresentazione dell’autorità, i sentimenti quotidiani attraversati da mutamenti, a volte drammatici a volte celebrativi.
Lo fa scegliendo, per ogni capitolo, una parola chiave o piuttosto un’architettura che aiutino a capire come quelle parole, di cui noi spesso abusiamo, costruiscano relazioni tutt’altro che rassicuranti tra le parole e le cose.”
E’ evidente l’efficacia di queste righe che assolvono bene al suo compito di essere soprattutto chiare, come deve essere una sinossi,  ovvero capace di non lasciare dubbi su quale sia nella sostanza ciò di cui il testo tratta.
Qualche dubbio ce l’avrei invece sulla recensione di Marco Vallora che per quanto cerchi di corrispondere a quelle che sono i riconosciuti capisaldi di una recensione ben scritta non riesce a districarsi dal pantano di citazioni e autori vari da lui stesso richiamati a sostegno di una non ben chiara personale posizione critica sul testo di Carlo Olmo.
In ogni caso preso come sempre dal dubbio chiedo lumi ad un altro collega e amico di cui da sempre rilevo la capacità critica, la schiettezza nella discussione (almeno con me), l’amore per la professione e per la costruzione  …
M. mi risponde come segue:
“Non c’ho capito niente! (dillo a me!)
Questi scrivono per loro stessi, sono volutamente incomprensibili … scrivono allo specchio! Speculazione estetica” … Manco tanto aggiungo io!
E aggiunge , M. , un breve pensiero-slogan der Mastino (Mies noi lo chiamamo in questo modo), che dato che insegnava, parlava chiaro per comunicare con concisa esattezza e senza ambiguità, così:
“(…) Noi abbiamo altre preoccupazioni. Ci preme sostanzialmente di liberare la pratica del costruire dalla speculazione estetica, per riportare il costruire a ciò che deve esclusivamente essere: Costruire”
Chiaro, semplice ….
…. senza tante citazioni o arzigogoli di accreditamento.
Come dovrebbe esse’!
sergio de santis
er mastino AZZECCA-GARBUGLI

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4 Responses to “Adescante viluppo … (che) … ci guadagna molto ad esser riletto in forma spiraliforme” …

  1. maurizio gabrielli ha detto:

    Porca troia adescante !

  2. Andrea Di Martino ha detto:

    Oggettività e formalismo: senza dubbio un’altra questione di scottante attualità, sulla quale c’è da riflettere (ma poi neanche tanto, almeno per chi si lasci guidare, anche qui, da un minimo di autonomia di giudizio). In realtà, la frase di Mies sulla costruzione, estrapolata dal suo reale contesto, può addirittura risultare fuorviante, perchè sembra che non abbia altra finalità se non quella di indurci a costruire prescindendo da qualsiasi intenzionalità estetica, quando in realtà non è così. Infatti, quella frase è preceduta da questa: “La forma non è il fine del progetto, ma l’espressione elementare della sua corretta soluzione”. Ciò indica un fine preciso (la soluzione più semplice), da realizzarsi con un mezzo preciso, che è la selezione. Solo questa, infatti, ci consente di trovare la soluzione più semplice tra tutte le soluzioni possibili. Ma nei casi (forse tutti), in cui ci si trova, alla fine, a dover sceglire tra più soluzioni parimenti semplici, è evidente che la scelta viene guidata da un’intenzionalità estetica (del resto, se Mies avesse rivestito i tramezzi della villa Tugendhat con della carta da parati, l’effetto sarebbe stato diverso). Quando tale intenzionalità viene per ultimo (una sorta di selezione nella selezione), dovrebbe essere altrettanto evidente che ogni eventuale analogia con ciò che sta al di fuori dell’architettura è una mera coincidenza. Rinfacciare a Rossi una qualche analogia tra le sue prospettive e i quadri di De Chirico (lo dico senza nessun riferimento a Lenci), non è meno assurdo che rinfacciare a Mies una qualche analogia tra le sue piante e i quadri di Mondrian, sebbene siano davvero pochi quelli che hanno rinfacciato a Mies una tale analogia. Eppure, tale analogia è molto più palese dell’altra (sebbene a prima vista non si direbbe). Infatti, così come in Mondrian l’equilibrio della composizione dipende dalle dimensioni dei quadrati e dei rettangoli, nonchè dagli accostamenti cromatici (ovvero da fattori immutabili), allo stesso modo, in Mies l’equilibrio della composizione dipende dal numero e dalla forma degli arredi, nonchè dalla loro stessa ubicazione nello spazio (infatti non si può aggiungere nulla (neppure un quadro), nè si può sostituire o anche soltanto spostare qualcosa, pena la rottura dell’equilibrio d’insieme). In sintesi, un preciso modus operandi (quello di Mies), ha imposto un preciso modus vivendi (quello dei Tugendhat, che potremmo figurarceli come ‘na sorta de manichini all’interno di un plastico a grandezza naturale). Ma tutto questo cos’è? Oggettività o formalismo? E’ un mondo difficile, e perfino contraddittorio (visto che proprio Mies ci esorta a combattere la “speculazione estetica”). Forse, almeno nel campo dell’archituttura, potremmo semplificare un pochino questo nostro complicatissimo mondo se ammettissimo, una volta per tutte, la seguente verità: se la pratica del costruire sottende un’intenzionalità estetica, allora l’architettura è formalista per definizione. Ma proprio per questo ha bisogno di regole (e qui sta il senso del monito miesiano), altrimenti il formalismo si traduce nella certezza di poter fare tutto e il contrario di tutto, fino ad arrivare ad una sorta di Babele linguistica che non è altro che l’immagine speculare (speculazione estetica, appunto), di tutto ciò che possiamo trovare nelle riviste d’architettura (senza contare la percentuale di pagine dedicate agli annunci pubblicitari, praticamente una sorta di Babele nella Babele; per inciso, credo che questo sarà un ulteriore banco di prova per testare l’ostentata “diversità” di Domus). Tanto per fare un esempio spicciolo, si prenda la copertura curvilinea dell’atrio della stazione Termini. Dovremmo considerarla oggettiva solo perchè un (male interpretato) senso del genius loci ha indotto l’architetto a riprendere (vagamente) il profilo del cosiddetto Agger Servianus? (alzi la mano chi, tra voi, passando da lì, si è soffermato anche un istante ad ammirare ciò che resta di quella imponente fortificazione romana, magari alla ricerca di una qualche analogia con la succitata copertura). Per dirla in altri termini: dovremmo considerarla oggettiva solo perchè (vagamente) ispirata a ‘n pezzo de muro scarcinato ma tarmente scarcinato che nun ha solleticato manco la (pur fervida) fantasia der Piranesi? (arieccolo!!! ma stavorta l’ho citato con cognizione di causa: alzi la mano chi, tra voi, si è imbattuto in una qualche incisione piranesiana raffigurante quel tratto di muro: proprio quello che oggi possiamo “contemplare” dal finestrone laterale destro della stazione). Concludo. C’è architettura e architettura perchè c’è formalismo e formalismo. Saper valutare quest’ultimo, significa, in ultima analisi, saper valutare l’architettura. E in tal senso, la villa Tugendhat, come aveva intuito P. Johnson, è tutto tranne che macchinista. Ar massimo potremmo consideralla macchinosa (ma solo per via del meccanismo che consente di abbassare automaticamente le gigantesche vetrate del soggiorno: cosa, questa, che avrà consentito ai Tugendhat di stupire con “effetti speciali” tutti i loro ospiti, a prescinne dar fatto che quanno st’urtimi s’accommodavano in portrona, i padroni de casa restavano in piedi, ma in ogni caso potevano sempre compiacesse de avè ostentato la propria (indiscutibile) potenza economica! volete mette er piacere dell’ostentazione!). Scherzi a parte, un formalismo tutto sommato accettabile, tanto è vero che gli stessi Tugendhat, dopo qualche (comprensibile) perplessità iniziale, hanno poi accettato di buon grado il modus vivendi imposto dar “mastino” (st’associazione cor molossoide suggerita da Sergio me piace, perchè, al di là dell’indiscussa somiglianza somatica, denota anche una certa somiglianza caratteriale: quella cioè di un temperamento apparentemente assente e sonnecchioso, ma anche forte e deciso, tipico de chi se sa impone, appunto; a suffragio di tale tesi basterebbe citare la piazzetta antistante il Seagram Building, la quale, com’è noto, fu realizzata solo grazie il fatto che Mies ce se intignò come un regazzino, fino a spuntalla su tutto e su tutti. Paradossalmente riuscì a spuntalla perfino nella citazione in giudizio da parte di una incazzatissima signora Farsworth, sebbene quest’ultima avesse tutte le ragioni del mondo).
    P.S.) I fianchi della stazione Termini disegnati dal Mazzoni come dovremmo consideralli? Novecentisti o dechirichiani? E se invece si ispirassero alle forme (strutturalmente coerenti) degli acquedotti romani? Ma poi, ammesso e non con(cesso) che il Mazzoni se ispirasse a De Chirico, chi ce dice che lo stesso De Chirico nun se ispirasse all’acquedotti romani? (del resto si è sempre considerato un classico). Eheheheheheh…Er monno sarà pure complicato, ma a volte, pe’ semplificallo, basta fasse quarche domanda in più. Per quanto mi riguarda, le forme del Mazzoni sono semplici e monumentali, e, contro l’opinione comune, direi perfino che sono belle, mentre le forme di Montuori-Vitellozzi sono una mediocre imitazione della stazione di Firenze, che, per giunta, con le precedenti forme mazzoniane ce sta come i cavoli a merenda. Tanto valeva completare il progetto di Mazzoni così come quest’ultimo lo aveva concepito (dechirichianamente o no). Adesso quarcuno se incazzerà, ma in fondo è in questi casi che il proverbiale “Je m’en fiche!” corbuseriano (nonchè il corrispettivo muratoriano “chi se ne frega!”), acquista un altissimo valore etico. Inutile dire che tale concetto vale anche per la stroncatura lenciana del mio (pluricitato) progetto di composizione 3 (fermo restando il fatto che questa è l’ultima volta che lo nomino).

    • sergio de santis ha detto:

      Andre’,
      Ma che te devo da di’ ?
      Alla fine le tue osservazioni non sono così prive di fondamento …
      Anzi … tutto sommato ‘stavorta te sei tenuto ner sorco de una chiarezza dell’espressione rispetto alla quale la speranza l’avevamo pure persa …
      Ma solo pe’ la prima parte .. perché poi uno se perde …
      Quindi … Bravo!
      Però …
      …‘sti rilievi tui so’ purtroppo, seconno me, inefficaci dar punto de vista d’a critica …
      in quanto nun tengono conto dell’importante volontà provocatoria de Mies e der contesto storico ner quale ‘a frase se produce …
      Pertanto non potendo imbrigliarli … ‘sti pensieri de Mies …. all’interno de ‘na specie de operazzione argebbrica … ‘ste riflessioni che ce fai … c’hanno, per così dire, un loro “appeal” … diciamo … poco profondo?
      In ogni caso, e per dovere di completezza, uscimo da ‘sto intorcinamento e diciamo subbito che la famosa frase è precisamente la seguente …
      “Noi non riconosciamo forma alcuna, bensì soltanto problemi costruttivi. La forma non è il fine del nostro lavoro, bensì il risultato. Non esiste alcuna forma in sé. L’effettiva pienezza della forma è condizionata e strettamente legata ai propri compiti: sì, è l’espressione più elementare della loro soluzione. La forma come fine è formalismo; e noi lo rifiutiamo. Altrettanto poco aspiriamo a uno stile. Anche la volontà di stile è formalista. Noi abbiamo altre preoccupazioni. Ci preme sostanzialmente di liberare la pratica del costruire dalla speculazione estetica, per riportare il costruire a ciò che deve essere esclusivamente.”
      … Me sembra abbastanza chiaro ‘r senso … no?
      … e non ce sta tutto sto bisogno de manfrina ‘ntorno a sta cosa …
      Il discorso sulle analogie è vizioso come tutte le chiacchiere su questo o quello … alla fine nell’arte o nell’architettura er famoso manico o ce ll’hai o nun ce ll’hai … “tutto il resto è noia” … come diceva il poeta …
      …‘ste analoggie ce ponno pure sta’ …
      … non è mica ‘n peccato … so’ periodi … sentimenti comuni …
      … fascinazzioni reciproche che vagheno pe’ ll’aria … ‘nsomma uno che ‘npollina l’altro e tutt’e ddue ‘npollinano er monno … come diceva … nun me ricordo chi.
      So’ chiacchiere … quello che conta so’ li fatti … VERUM IPSVM FACTVM
      Inoltre, caro mio, relativamente alla casa Tugendhat, dissento COMPLETAMENTE dalle tue affermazioni riguardanti un presunto equilibrio della composizione dipendente dal numero e dalla forma degli arredi …
      ANZI … me vengono i brividi a pensare di poter sostenere una ipotesi di questo tipo …
      Dipendente, dici? … me sembra una affermazione proprio esaggerata …
      a me sembra invece che sia una casa, dove, alla fine, si possa fare anche un discreto livello de casino senza che la bellezza dello spazio architettonico ne risulti in qualche modo compromesso …
      … certo …
      … te devi rende conto che stai a parla’ de ‘na “specie” de capolavoro …
      Ahahahahah!
      e che quindi, …
      … vissuta come se l’ era pensata il progettista, … c’ha tutto un altro fascino ….
      Aoh!
      Volemo fa ‘na scommessa che se te l’arredamo “corettamente” è bella l’istesso anche ‘n perfetto stile “Chippendale Molisano”? … Sì, hai capito bene : “Chippendale molisano”.
      E mo’ non te fa ‘na ricerca pure sur “ Chippendale Molisano” …
      … Però, se, chi so io, me sta a legge, allora du’ risate me sa che se le sta a fa’ …
      DENTRO A UNA CASA DI QUESTO TIPO … impegnativa anche per quello che rappresenta, sei un “pupazzo se lo voi esse’ ” … perché magari lo sei dentro (un pupazzo) …
      … è anche chiaro che quando ti fai progettare tutto da un architetto … poi diventa complicato … devi esse’ bbravo” … forte … e soprattutto te deve piace’ artrimenti che te la sei fatta proggetta’a fa’ ?
      Poi … per il resto, io non lo so se , per esempio, se anche la signora Edith Farnsworth fosse una “pupazza” …
      E chi se ne frega dei motivi per cui hanno litigato … de motivi pe’ litiga’ co’ ‘n’architetto ce ne so’ sempre tanti … figurate cor Mastino …
      Maaa ….
      …. Continuo anche per ciò che riguarda la presunzione di affermare che esista una ipotesi quale la seguente:
      “se la pratica del costruire sottende un’intenzionalità estetica, allora l’architettura è formalista per definizione”.
      La cosa mi sembra leggermente scombinata in quanto mi pare, che se pure a fatica, possiamo aver raggiunto la certezza, oggi, che la pratica del costruire sottintenderebbe a una capacità di risolvere correttamente i problemi e che invece “Architettore (e quindi in un certo senso l’architettura) chiamerò io colui, il quale saprà con certa, e meravigliosa ragione, e regola, sì con la mente, e con lo animo divisare; sì con la opera recare a fine tutte quelle cose, le quali mediante movimenti dei pesi, congiungimenti, e ammassamenti di corpi, si possono con gran dignità accomodare benissimo all’uso de gli homini.”
      La verità e la realtà, Andrea , sono quindi tragiche e sotto gli occhi di tutti … “i capolavori so’ capolavori “ … le “cagate” restano “cagate” nonostante uno ce scriva sopra chilometri de parole … … avojia a di’, come fanno certuni accreditati che ‘r brutto de oggi sarà ‘r bbello de domani e viceversa
      …e speciarmente in un Paese come ‘r nostro …
      E’ … che tutta sta scienza (apparente) non è servita a niente …
      Anzi …
      … forse a poco …
      …E me fermo perché nu’ je la faccio ppiù a commentà tutto er pezzo …
      Hai sdraiato armeno ‘n paio de persone che … poveracce … nun ce l’hanno fatta!
      Però … me ne vado rilevando la persistente presenza “ der tuo incubbo” …
      … er famoso progetto de composizione tre co’ Ruggero Lenci …
      … e facce vedè ‘sto benedetto progetto, Andre’ …
      … esorcizzamo ‘sto diavolo che te possiede e che te fa’ parlà anche quanno vorresti tenette ‘a
      bbocca chiusa …
      Te sei fatto l’affari tui, Andre’ : su ‘sta cosa de composizione tre … nun te mollamo …

      A proposito …
      pare che er Grande Satanas abbia un giorno detto:
      -“Je me réveille tous les matins dans la peau d’un imbécile, et j’ai toute la journée pour essayer d’en sortir “
      Io non ce so’ mai riuscito …
      ad uscirne …
      … tu come stai messo?

      • Andrea Di Martino ha detto:

        proprio ieri ti avevo inviato una richiesta di contatto su facebook, quindi al momento in cui scrivo potresti benissimo aver già visionato quel progetto . In caso contrario, ti sarà sufficiente aprire la tua pagina su fb ed accettare la mia richiesta, per poi accedere al mio profilo (sia il sin che il dx) ed aprire la cartella “Autobiografia progettuale (non autorizzata)”. Quel progetto lo riconoscerai immediatamente sia per la dicitura “composizione 3” sulle relative tavole, sia per la presenza dei “famigerati 3 divani della discordia” (https://archiwatch.it/2012/10/23/beato-chisselofa-r-sofa/). Se te garba ti autorizzo a recensillo da qui. Se nun te garba sei comunque libero de recensillo lo stesso, quindi vedi tu. Mica posso recensimme da solo!!! Inutile dire che la tua personalissima opinione su villa Tugendhat (in particolare sul fatto che “si possa fare anche un discreto livello de casino senza che la bellezza dello spazio architettonico ne risulti in qualche modo compromesso”) mi lascia un po’ perplesso, così come ‘sto fantomatico “Chippendale molisano” che ben si adatterebbe a quegli spazi. Ciò non toglie che la tua recensione del molosso bronzeo (quello dello scultore cinese) è di una finezza critica che avrei voluto scriverla io. Lo stesso dicasi per la tua analisi di certe questioni tecniche relative alle residenze di Purini. Quindi, a maggior ragione, posso dire di essere curioso di conoscere la tua opinione su quel progetto che un po’ il mio “demone”. E’ vero: mi fa dire delle cose che diversamente non direi. Infatti, mo che me ce fai pensà, anche il mio tirare in ballo la stazione Termini, può essere una conseguenza della “possessione”, visto che l’area di pertinenza di quel progetto si trova proprio nei pressi della stazione Termini, precisamente nel lotto antistante il teatro Ambra Jovinelli. Per quanto riguarda le “Grande Satanas”, forse era affetto da ciò che potremmo definire “smania da protagonismo”, e forse per lui era l’unica condizione per uscire non dalla propria imbecillità, ma dalla consapevolezza di essa (del resto se non siamo consapevoli di essa, non ci si pone neppure il problema di uscirne). Però la smania da protagonismo è un rimedio estremo, che secondo me va evitato. Così, nel mio particolare caso, mi illudo che anche solo certe mie repliche servano a qualcosa. So benissimo che è un’illusione, ma mi illudo che tale illusione mi renda inconsapevole della mia imbecillità (quella implicita nel perdere tempo a scrivere cose che non scalfiranno mai il potere precostituito). E’ l’illusione dell’illusione, come per l’artista ingenuo di cui ci parla Nicce ne “La nascita della tragedia”. Per questo, anch’io mi sento artista, anche se artista ingenuo, e quindi (inconsapevolmente) imbecille :)

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