ATTORNO AL MUSEO ARTISTICO INDUSTRIALE …

EMANUELE CANIGGIA DAL MUSEO ARTISTICO INDUSTRIALE ALL’OSPEDALE DEL LITTORIO

La relativa disattenzione con la quale si è fin qui guardato alle vicende dell’architettura contemporanea romana ha fatto sì che molti, pur rilevanti, aspetti di questa recente “storia” non siano stati ancora affrontati con la necessaria consapevolezza e attraverso le opportune metodologie di indagine.    Le pur numerose e spesso anche pregevoli analisi che, nel tempo, si sono susseguite, vuoi in chiave analitica, vuoi in chiave sintetica, hanno infatti condotto finora, e talvolta anche con un notevole impegno filologico, all’approfondimento monografico ora di questa o di quella personalità, ora di questo o di quel “monumento” della Roma del Novecento, ma non sono quasi mai riuscite nell’intento più complessivo di ricostruire la complessa rete dei processi e dei circuiti culturali e professionali, spesso invece di notevole respiro sia nazionale che internazionale, che concretamente erano alla base delle diverse fenomenologie.

Soprattutto, la dimensione professionale alla base delle articolate manifestazioni delle singole personalità e dei singoli operatori è per lo più sfuggita sulla base di una lettura dei fatti e delle cose troppo spesso frutto di un pre-giudizio meramente ideologico e tendenziosamente culturalistico.

In tal modo, molti aspetti, pur significativi della vicenda romana, anzi, per certi versi proprio i più significativi, sono rimasti censurati da una critica accademica, giudiziaria, intellettualistica e astratta.

Tra questi, oggetto di particolare disattenzione critica e storiografica, è restato soprattutto l’ampio ventaglio delle manifestazioni cosidette “minori” che vanno dagli esercizi di ornato, all’attività didattica e accademica nelle sue diverse accezioni (sia come lavoro dei docenti che come attività discente), alla decorazione pittorica, all’arredamento, alla plastica decorativa, alle arti industriali e così via.

E’ stato questo certo un vizio di fondo che ci viene da lontano e che non tanto e non solo ha segnato le vicende più recenti della nostra Scuola di architettura, ma che ha portato con sé, nel tempo, quasi una tara storica, la conseguenza del perdere di vista occasioni centrali per la cultura e il dibattito contemporanei: valga, per tutti, la vicenda paradossale e disperata di quella fondamentale tappa della nostra cultura (unica vera finestra che si tentò di aprire sull’Europa) che fu il Museo Artistico Industriale romano.

E’ infatti a far data da quella storica vicenda, tutta costellata di difficoltà politiche, ma anche e soprattutto culturali, che si può e si deve partire per ricostruire, anche per la nostra città, un itinerario del senso relativo al manifestarsi delle cosiddette “arti minori”. E’ da quella località centrale della cultura romana che si può e deve partire per riconnettere attraverso la descrizione delle vicende pubbliche e private i significati diversi e interconnessi interpretati dalle varie personalità.

Nel caso di Emanuele Caniggia tutto ciò è evidente e palpabile, come pure è palese l’insieme della complessa serie dei riferimenti alla tradizione storica della cultura locale, alla cultura e al gusto del tempo, alle più affermate tendenze internazionali, alle diverse interpretazioni del Moderno, così come si andarono affermando nella Roma della prima metà di questo secolo.

Affrontando il personaggio anche solo da questo parzialissimo, ma per niente afatto “minore”, angolo visuale scopriamo così un’architetto attento, come i migliori tra i suoi contemporanei (basti pensare, solo per fare un nome, a Marcello Piacentini e alla sua staordinaria rivista), ai più aggiornati linguaggi del contemporaneo e allo stesso tempo capace di dialogare in profondità con gli etimi più radicati nella tradizione locale. Tangenze evidenti con la cultura viennese e più in particolare con la Wiener Werkstatte si leggono con chiarezza, l’opera di Hoffmann e di Moser, di Prutscher e di Czeschka traspare nella filigrana dei riferimenti stilistici evocati e riproposti. Ma anche l’esperienza  del modernismo italiano viene assunta e reinterpretata alla luce di una consapevolezza storicista caratteristica della scuola romana.    Secessione e nuove tendenze, storicismo e neobarocco si contaminano e si arricchiscono nel lavoro di Caniggia così come in quello dei migliori artisti contemporanei attivi nella Roma dei primi decenni del novecento da De Carolis a Ximenes, da Basile a Balla, da Biagini a Dazzi, da Cambellotti a Cellini, da Cataldi a Chini, da Cadorin a Valente, da Marchi a Depero solo per fare qualche nome a caso.

Per concludere, un’ultima riflessione: se quanto sopra descritto è vero, non v’è chi non veda la necessità, anzi l’urgenza addirittura, di provvedere nel tempo più breve, da un lato, alla predisposizione di tutte le salvaguardie necessarie alla conservazione e alla valorizzazione dell’importante patrimonio archivistico ancora fortunatamente conservato presso gli archivi dei singoli professionisti architetti e parallelamente dell’immensa mole degli archivi di impresa e di quelli relativi agli enti pubblici attivi nell’area romana a partire dai tempi di Roma capitale e, dall’altro la necessità, altrettanto urgente, di allestire in questa città un Museo di Arti Decorative e Industriali, sul modello di quanto da tempo è già avvenuto nelle grandi capitali della cultura europea.

G. M. 1991?

Questa voce è stata pubblicata in Architettura. Contrassegna il permalink.

2 risposte a ATTORNO AL MUSEO ARTISTICO INDUSTRIALE …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    professore, le sue furono parole sante e profetiche, ovviamente rimaste nell’aria a causa del persistente disinteresse di personaggi del mondo accademico che rifiutano l’evidenza!
    La invito a rilanciare la proposta per un archivio che raccolga questa immane quantità di documenti che potrebbe essere una Bibbia per gli studenti di architettura e gli architetti, se ce ne sono, che ancora gradirebbero farsi una cultura.
    per quanto attiene il discorso sull’eventuale “superiorità” del lavoro di Pagano rispetto a quello dei vari Milani, Giovannoni, Marconi, ecc. fatto da Giancarlo nel post dedicato a Caniggia, ritengo che non sia possibile fare un confronto, né che sia giusto dire chi sia meglio dell’altro: questo è il problema che attanaglia il dibattito odierno tra scuole di pensiero simili che, però, tendono a voler prevalere l’una sull’altra sgambettandosi e svilendo il discorso, col risultato di indebolire un movimento di pensiero (sull’architettura e l’urbanistica tradizionale) che risulta sempre più frammentato e ininfluente al confronto con lo strapotere modernista … qualsiasi accezione gli si voglia dare.
    Per mio conto continuerò sempre a sostenere che sia un grave errore restare arroccati in una posizione rigidamente “caniggiana” o “muratoriana” o “krieriana” o “new urbanism”, “Alexandriana” ecc, poiché questa rigidità si chiama “ideologia” e non conduce a nulla. Saper riconoscere il valore della ricerca di un “grande”, ma soprattutto gli errori, i punti deboli o non condivisibili del loro lavoro aiuterebbe invece a crescere.
    Solo unendo gli sforzi e limando le spigolature si può sperare di ricostituire un movimento senza leaders che possa tornare ad esser considerato una “scuola di pensiero” al pari del lavoro dei giganti che abbiamo elencato.
    Quanto al discorso sulle “arti minori” e sull'”architettura minore” rispetto all’architettura industriale (edilizia), ed all’affermazione di quest’ultima rispetto alle prime, penso che il problema vada ricercato nelle ragioni economiche (in termini di peso che un ambiente – o una lobby – possa avere sui media, e non in termini di costi reali di costruzione che, ho dimostrato ne “La Città Sostenibile è Possibile”, sono ben diversi da quelli che ci hanno fatto credere) che hanno influito sul risultato: la storia dell’Architettura e dell’Urbanistica in Italia nel periodo di cui trattiamo è unanimemente considerata come la Storia di due scuole di pensiero legate alla due principali città italiane: Roma la conservatrice, e Milano la reazionaria. Nella realtà questa diatriba andrebbe interpretata come la disputa tra Roma artista-artigiana e Milano industriale, poiché è questo il piano su cui si combatté la “battaglia” che vide la dipartita dell’Architettura (dominio degli architetti, degli artisti e degli artigiani) sconfitta dell’edilizia (dominio dell’industria). Mi scuso per il modo semplicistico e riduttivo di riassumere il fatto, ma sostanzialmente penso possa esser sufficiente a capire il senso.
    Ciao
    Ettore

  2. giancarlo galassi ha detto:

    Dal cappello del prestigiator Muratore ecco che esce fuori un primo piano della palazzina in mattoni e tutto il progetto di Trinità dei Pellegrini, un Gianfranco Caniggia doc a 22 anni, prima e dopo la cura Muratori.

    L’immagine è da leggere da destra a sinistra: progetto neoliberty (in questo stile è stata fatta solo la parte di fondo) e realizzazione neorazionalista romana ovvero la ragione applicata al processo storico e non più soltanto alla funzione (se ‘neorazionalismo romano’ non vi piace scongiuro il professor Muratore di fare il suo mestiere di critico e trovare un appellativo per questa scuola. Purtroppo “organica” che sarebbe il più appropriato ormai se lo sono scippato gli zeviani con diversa declinazione. Tanto è stata forte la damnatio memoriae culturale che nessuno storico dell’architettura contemporanea si è preso la briga di battezzare questa corrente che ha coinvolto più architetti di altre se non derivandola dal suo iniziatore.

    Come raccontavo più sotto, è un orgoglioso Emanuele Caniggia il firmatario del progetto ma l’autore è il figlio che frequentava il terzo/quarto anno a Valle Giulia e a cui Emanuele lasciava divertito le scelte compositive. Ricordo Giannini a Pienza che, con il suo solito sarcasmo (che è un altra peculiarietà tutta romana e questo blog ne distribuisce a pacchi), ricordava come a Saverio Muratori “stesse non poco sulle scatole” (testuale) questo studente che costruiva quello che lui teorizzava e insegnava in aula camminando con una marcia in più anche nei confronti del suo insegnante… che pubblicava uno studio sulla città di Como anticipando quello su Roma ancora in lavorazione…

    Insomma questo Caniggia era un fenomeno. Vincenzo Fasolo il giorno della laurea nel 1958, Trinità dei Pellegrini era appena finita di costruire, l’abbracciò dicendogli: «Finalmente un architetto romano!».

Rispondi a ettore maria mazzola Cancella risposta

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.