Gianfranco Caniggia: dal barocchetto al neoliberty e ritorno …

“Continuando con le  “cantonate romane” del post più in basso e con
le mie ipersemplificazioni  da blog, insisto col dire che  da quei
seminali lavori sull’architettura minore di Marconi Senior giustamente
notati da Ettore  – che però, a mio parere, non reggono al confronto
con i ragionamenti di Pagano sull’Architettura Rurale – non ne è nata
una sola scuola a Roma ma ben due. Una ha cercato di «strutturare»
quanto poteva essere strutturato di un linguaggio architettonico che
fino ad allora si sapeva reinterpretare compositivamente solo in modo
pittoresco e romantico, ovvero con la soluzione  adottata invece
dall’altra scuola che dal barocchetto porta poi al neorealismo di via
Tiburtina e via oltre fino a tutto l’indicibile degli spazi organici.

Da giovani il terzetto Caniggia, Marconi junior e Portoghesi si
divise proprio tra queste due scuole: Caniggia seguì la prima strada
con Muratori gli altri due si accodarono a Zevi per poi ripensarci
trent’anni dopo. Il problema, al di là dell’opportunismo, era, per chi
era in grado di coglierlo, prima di tutto e soprattutto Estetico (cioè
da estetologi non da estetisti) e poi architettonico: come non mandare
smarrita quella parte di tradizione indispensabile per non dimenticare
il senso del nostro stare al mondo in piena crisi civile dovuta alla
modernità (una crisi necessaria e di cui dobbiamo ringraziare ogni
giorno il padreterno – detto senza ironia), anzi, come recuperare la
tradizione, di più, come continuarla nel contemporaneo con un metodo
che usasse fino al loro limite gli strumenti della modernità, cioè
della scienza e dopo, solo dopo,dell’Arte.

Emanuele Caniggia, il padre di Gianfranco, che apparteneva alla
generazione di Plinio Marconi (da solo Emanuele ha firmato i padiglioni
dell’Ospedale S. Camillo di Roma per
intenderci) era sorpreso e contento di come alla metà degli anni ’50,
progettando con il figlio ventiduenne i tre edifici residenziali di
Trinità dei Pellegrini a Roma, si fosse passati da una prima stesura
neoliberty, il linguaggio più in voga in quel momento ché Gabetti e
Isola spopolavano sulle riviste,  a uno stile barocchetto per
l’edificio in linea in intonaco per concludere il corpo di fabbrica con
una palazzina in cortina che faceva fare uno scatto ulteriore verso il
contemporaneo al linguaggio architettonico romano.

Dopo l’aria di fritto postmodern che ci ha impregnato di vestiti
questi edifici fanno sorridere e ci strappano uno sguardo di
sufficienza ma provate a collocarli nella loro epoca di costruzione,
che è quella di Ronchamp, e chiedetevi perché non siano stati
pubblicati su nessuna rivista del tempo. Il percorso decennale comune a
tanti architetti del Novecento di passare da un docile tradizionalismo
neoclassico a un modernismo più o meno misurato, ad esempio Asplund tra
i tanti (tra i tutti) che è stato uno dei maestri
di Caniggia, è stato da quest’ultimo fatto in un anno esattamente al
rovescio e da studente e l’ha anche costruito intorno allo medesimo
cortile.

Sarebbe bello ridurre tutto ad “eclettismo” se non ci fosse dietro l’
ombra di una drammaticità tutta giovanile e esistenziale pagata in
seguito con l’esilio. Caniggia
torna ad insegnare a Roma solo nel 1985 e muore due anni dopo di
malattia.  Alcuni anni fa in una conferenza alla S.Luca su Caniggia, il
professor Omissis (non è Muratore, non pensate male, ma non mi va di
ridere dei complessi di inferiorità altrui e non vi dirò chi è), nel
suo intervento, anziché sottolineare il lavoro del suo collega notava
piuttosto come la palazzina in cortina di cui sopra fosse un’opera  
“sicuramente della mano felice e straordinaria di Piacentini” in quanto
edificio tra i più moderni  del complesso di Trinità dei Pellegrini.
Fortunatamente per lui solamente un centinaio dei presenti aveva visto
lo stesso edificio nei pannelli della mostra su Caniggia al piano
terra.”

Giancarlo Galassi

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Una risposta a Gianfranco Caniggia: dal barocchetto al neoliberty e ritorno …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    caro Giancarlo,
    congratulandomi per questo puntualissimo post, ma anche per il commento al precedente, ti segnalo che ho inviato un commento al post di Muratore su Caniggia padre dove commento anche questo tuo.
    Non è necessario che tu faccia il nome del relatore, perché è facile immaginarlo, sicuramente meriterebbe una presa per i fondelli simile a quella che un altro “grande” fece con i falsi Modigliani, ma non fa niente.
    Ciao
    Ettore

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