“MEGALOPOLI – NECROPOLI” … DE FINETTI Vs. LE CORBUSIER …

“Caro Giorgio,
le tue considerazioni critiche sull’origine lecorbusieriana di molte aporìe del MM che si prolungano sino ad oggi, mi spingono a proporti alcuni pensieri assai sferzanti di de Finetti al riguardo.
Sergio Brenna

“Abbiamo già detto, e chi legge perdonerà la ripetizione, che l’architettura è di lenta evoluzione, che essa non è arte improvvisatrice, a movimenti subitanei e magici.

Vedremo a riprova come anche nel campo dell’architettura urbana, che crea e studia le forme delle città, la loro organizzazione edilizia ed i loro servizi pubblici, ci si muova quasi sempre per analogia con cose già note, adottando concetti ed invenzioni già visti in atto altrove, più spesso imitando che non inventando.

Gli spiriti inquieti che tendono al nuovo per il nuovo, allo strano ed al mirabolante non servono all’architettura e, quando per caso si dedicano a questo mestiere che è tutto reale e concreto, raramente giovano. E danno non piccolo fanno anche gli ingegni copiatori, quelli che per mancanza di forza inventiva e di spirito critico si attaccano alla moda e seguono solo questa, accettandola tal quale anche se allogena ed estranea affatto al loro tema, al loro clima, ai loro mezzi economici e tecnici.

Daremo un solo esempio che serve ad illustrare tanto il caso dell’invenzione fantasticante quanto quello dell’imitazione inopportuna. Lo svizzero Le Corbusier conquistò fama mondiale dopo il 1920 con alcuni aforismi: ‹‹la casa è una macchina per abitare››, ‹‹la casa avrà grandi pareti vetrate››, ‹‹la città moderna deve svilupparsi solo in forma d’altissime torri››, ‹‹la città deve essere fatta di case-torri, impostate su piloni per collocarvi sotto automobili››. Il danno fatto all’architettura da questo immaginoso uomo (che fu però poverissimo nel numero delle sue invenzioni) fu presto palese a chi capitò ad abitare nelle case fatte da lui o dai suoi imitatori; case fredde d’inverno e calde d’estate, scomode in ogni stagione per il gran compito di pulire le superfici esterne delle vetrate, che spesso sono in ragione diretta della complicazione macchinistica e che, come ogni macchina, passano presto di moda e si avviliscono di prezzo appena compare sul mercato la macchina nuova e migliore.

Intere città su piloni non ne vennero realizzate; ma certe borgate rurali che io vidi nel Veneto imitanti gli schemi lecorbusieriani sono il terrore ed il dolore dei contadini costretti ad abitarvi, ridotti a rimpiangere gli antichi barbarici ‹‹casoni›› a tetto di paglia del basso padovano.»[1]

Una critica che de Finetti riprende in un inciso (anche se sulla pertinenza della sua collocazione appare dubbioso) nell’illustrare l’orientamento prioritario della maglia viaria del suo piano urbano per Milano, che ripercorre l’andamento storico per fasci di cardi e decumani:

«Certo è che la norma di Ippodamo, che solo un secco accademico potrebbe ambire di vedere applicata anche in una città tutta nuova con leziosa precisione geometrica, deve adeguarsi qui ad una somma di antefatti strutturali, di contingenze pratiche.

(La ratio a cui aspira non è certo quella che il Le Corbusier ha applicata al suo cervellotico piano di ricostruzione in loco di Parigi, segnando la sacra convalle solcata dalla Senna dove da secoli s’adagia Lutetia d’una rigida scacchiera di strade e d’insule quadrate destinate ai super-grattacieli per un popolo di ‹‹iloti››, popolo che potrebbe invidiare i Milanesi ‹‹ammassati come capre›› dei tempi leonardeschi.

Giacché ai poveri d’un tempo era data ogni giorno occasione gratuita d’entrare nelle chiese, che furono sempre belle o bellissime, era dato spesso il piacere di veder vivere i ricchi e di poterli invidiare e forse odiare, ciò che è, a suo modo, un esercizio spirituale pur esso.

Ma quale evasione si offrirebbe ai poveri della città, fatta di ‹‹machines à abiter›› elucubrata dal povero sociologo e nullo architetto che abbiamo qui citato?

Per nessuna formula urbana escogitata dall’uomo come per quella del Le Corbusier s’impone più netto e prepotente l’accostamento megalopoli-necropoli.

E questo diciamo qui per far chiaro al lettore che non lo condurremo  – se vorrà ancora seguirci – verso la previsione d’una città reggimentale, inumana, oppressiva, ma verso un’entità di umanissima misura ed estremamente varia)» [2]


[1] G. de Finetti, La Ricostruzione delle città. Per la città del 2000, serie di articoli inediti per”Il Sole,”17 aprile 1943, ora in Milano. Costruzione di una città, Hoepli, Milano 2002, pp. 322

[2] GdF, Frammento manoscritto di capitolo per ‹‹Milano Risorge››, ora in GdF, Milano… op. cit., 2002, p. 478.

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2 risposte a “MEGALOPOLI – NECROPOLI” … DE FINETTI Vs. LE CORBUSIER …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    Grazie Sergio Brenna, non conoscevo il pensiero di De Finetti.

    La cosa più grave è che, sin dal viaggio di ritorno del IV CIAM, Fernand Léger aveva ammonito quel pazzo visionario di LC e i suoi seguaci del fatto che avessero oltrepassato il limite conducendo gli uomini e le città verso un punto di non ritorno.
    Per non dilungarmi segnalo questo mio vecchio post su “De Architectura” dove raccontai un po’ di verità nascoste

    http://www.de-architectura.com/2009/07/dietro-il-modernismo-alcune-verita.html

  2. Pietro Pagliardini ha detto:

    Egregio Sergio Brenna,
    che fa, rischia il linciaggio?
    Anche lei potrebbe essere incasellato come neocon revisionista.

    Devo dire che la faccenda è diventata veramente divertente, tanto che adesso potrebbe essere rigirata la frittata e preso quel brano di De Finetti come la riprova della messa in discussione, ormai “digerita”, della critica al MM e a LC.
    Quindi saremmo tutti dalla stessa parte, in sostanza, salvo che noi neocon, antichisti, salingarosiani, mazzoliani, tradizionalisti, addirittura vagamente hitleriani, resteremmo comunque i cattivi che seminano zizzania e che, in realtà, vogliono bruciare le biblioteche.
    Gustosissima vicenda! Degna di questa estate infuocata.

    Grazie, Sergio Brenna
    Pietro

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