Ancora sull’abbattimento di Corviale … che palle …

Da: Pietro Pagliardini: …

CORVIALE

“Gent.le professore,
non vorrei tediare, ma questa volta mi piacerebbe sottoporre all’attenzione del suo rispettabile e competente pubblico due progetti in un colpo solo, il primo di demolizione e il secondo di ricostruzione: Il Corviale.
Ci sono infatti tre progetti che, guarda il caso, hanno preso in considerazione solo l’ipotesi più “drammatica” nel caso di quel gioiello di architettura moderna lungo 1 chilometro e alto 32 metri (cioè 6,5 ettari di prospetti) l’abbattimento e la sua sostituzione con quello che viene soavemente denominato Borgo Corviale (il linguaggio è importante).
Nessuno può sapere se mai sarà possibile farlo, ma qualcuno ci vuole credere e ci ha lavorato, e pure bene mi sembra. Certo che, se mai venisse abbattuto come buon senso, onestà e intelligenza richiedono, anche il sottoscritto, che non ha titoli per farlo, potrebbe serenamente affermare trattarsi di una pietra miliare nella Storia dell’architettura moderna, che entrerebbe a pieno titolo nella ennesima edizione del leggendario Benevolo, da raccontare ai nipoti, che farebbe rivoltare nella tomba molti guru (riposino in pace), provocherebbe gastriti di tipo psicosomatico a molti viventi (il più a lungo possibile) e avrebbe, altresì, un valore simbolico di tipo sacrificale, non umano però, contrariamente a quello che ebbe, ed ha ancora, all’atto della sua concezione, edificazione e utilizzazione.
Il primo progetto, dell’architetto Ettore Maria Mazzola, docente alla Notre Dame University di Roma, è disponibile e scaricabile sul sito Il Covile a questo indirizzo:
http://www.ilcovile.it/news/archivio/00000592.html

La pubblicazione degli altri due seguirà, sempre su Il Covile, e sono stati redatti rispettivamente dall’Arch. Cristiano Rosponi e dal Prof. Arch. Gabriele Tagliaventi.
MAXXI saluti

P. P.

Questa voce è stata pubblicata in Architettura. Contrassegna il permalink.

29 risposte a Ancora sull’abbattimento di Corviale … che palle …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    Ringrazio Pagliardini per questo post, e Giorgio Muratore per averlo pubblicato. Qualora fosse necessario dare ulteriori spiegazioni oltre quelle pubblicate su Il Covile 588, resto a disposizione per rispondere a qualsiasi domanda relativa alla mia proposta
    Ettore Maria Mazzola

  2. OUTSIDER ha detto:

    Con tutto il rispetto per chi redatto quel progetto, (perfetto falso storico) a me sembra un perfetto esercizio da “urbanistica I”.
    Una semplice sostituzione tipologica che continua a non rispondere alla domanda sociale: chi va a vivere li? Il Corviale è diventato “il corviale” perchè è lungo 1 km o perchè le amministrazioni comunali hanno fatto si che diventasse il nuovo ghetto di roma?
    Veder didascalicamente riproposto “Garbatella I” o “San Saba” a distanza di un secolo è veramente quasi irritante!!

  3. ettore maria mazzola ha detto:

    caro outsider, innanzitutto sarebbe bello firmarsi con il proprio nome e non con degli pseudonimi.
    Se leggi attentamente il testo de Il Covile piuttosto che lomitarti a giudicare i disegni, ti renderai conto che non si tratta affatto di un esercizio, e che ci sono le risposte alle tue domande.
    Un consiglio, liberati dall’idea della falsificazione della storia, così ti rendi conto che non c’è alcuna irritazione nel riprendere dei modelli che si sono dimostrati validi

    • OUTSIDER ha detto:

      un modello valido più di un secolo fa non necessariamente risulta valido nella società contemporanea; magari riprendere dei modelli e riadattarli al mondo di oggi potrebbe essere un metodo… ma non mi sembra affatto questo il caso. In architettura nono serve per forza leggere un testo per capire i “segni urbani”.. Il corviale è un segno forte e prepotente, ha un suo carattere; il villaggetto finto no; proporre uno pseudo borgo medieval-revival è qualcosa che somiglia alla progettazione di parchi divertimento, piuttosto che a un pezzo di città…
      Ci tengo a precisare che il Covile rimarrebbe totalmente estraneo al quartiere circostante. Quindi il problema principale del Corviale (un satellite) assolutamente non è risolto nel suo impianto urbanistico.
      ps. nel mondo virtuale dei blog gli pseudonimi fanno parte delle regole… non sia così fiscale, non stiamo ad un convegno…

  4. Gianni ha detto:

    Questo blog sembra un covo di adepti del Rinascimento Urbano…

  5. memmo54 ha detto:

    Spettacolare è dire anche poco.
    Si ritorna finalmente alla città: alle nostre città. Abbandonate tane e pollai industriali in cls si ritorna alla strada, alla cara vecchia piazza, al cortile, alle distanze misurabili, alla vita civile insomma: magari povera, banale, già vista, ma non misera; stretta ma non inquadrata; si smette di far finta, nascosti dietro abborracciate quanto settoriali teorie economico-architettoniche, che questi enormi, “smisurati” contenitori, orizzontali o verticali, siano il nostro ineludibile futuro.
    I pochi dubbio sorti anche tra i sostenitori non hanno avuto seguito. La musica non è cambiata: sono diventati più piccoli ma sempre “stecche e torroni” abbandonati nel terrain vague, immaginato come verde ma che verde non è mai stato (…colpa degli alberi…ovviamente… e del Comune che non li annaffia…)
    Si ritorna invece ad un luogo in cui ognuno può sentirsi a suo agio; dove c’è posto per tutti, anche per gli eroi del mutamento e della novità, perché a dare forza è la consapevolezza che la città storica (…non quella degl’ultimi 70 anni…un soffio nella storia …) e gli uomini, nel loro sostanza profonda, non cambieranno mai Miglioreranno , giustamente, le condizioni economiche e culturali ; tutto sommato ben poca cosa rispetto alle verità preesistenti che regolano meravigliosamente ed immutabilmente vita e gesti degli uomini, perchè il tempo (…qualcuno l’avrà sospettato…anche tra gli architetti…) è inevitabilmente ripetizione di esperienze passate, attimi di vita trascorsi…finzione… inganno.
    Alla luce di tutto ciò è inutile rammentare quanto “falso” appaia, piuttosto, ciò che viene cacciato a forza dentro la propria civiltà. Direttrici, assi di penetrazione, collegamento, “segno forte” (…linguaggio da grafici…esorcismi di grafite e cartoncino…) vanno bene per chi guarda i luoghi sulle mappe (…disegni in sala…alla fine…): non si abita in un segno forte e compito dell’architetto dovrebbe essere quello di predisporre perché la “vita” sia possibile ed “abbondante”.
    A conoscere i luoghi è tutta un’altra storia. Il centro è “fisicamente” lontano e non solo per mancanza di collegamenti efficaci . Molto più realistico organizzare un borgo…”Borgo Corviale” appunto.
    Davanti a progetti come questo viene veramente la voglia di tirarsi su le maniche e darsi da fare !
    Saluto Entusiasta
    P.S.:
    Finalmente gli abitanti potranno concedersi il lusso di aprire una nuova porta senza ricorrere alla dinamite !

  6. Lorenzo ha detto:

    Outsider,
    ancora a parlare di “segni urbani”? C’avete fracassato i coglioni coi “segni urbani”….
    E falla finita, no??!!

  7. Cristiano Cossu ha detto:

    Caro Ettore, a parte la nausea che provo per il vostro eterno e non del tutto fondato discorso sui cattivi maestri del moderno (non vi fa onore infilarlo dappertutto come olio extravergine di oliva, sembra che vogliate fare il bene del popolo solo per vedere infine realizzata la vostra bislacca polemica antiarchitettonica), tutto il resto è interessante e spero che si realizzi, sarebbe un sogno avere davanti quel quartiere costruito bene e con tutti i servizi funzionanti, in Italia perdipiù.
    Solo qualche dubbio o meglio interrogativo in ordine sparso.
    Parlate di investitori, e di soluzioni che possano attrarre il loro denaro. Quindi parlate di imprenditori privati, invogliati anche da un forte aumento di cubatura. Ma questo progetto, credo, o sarà di innesco e proprietà statale o gli appartamenti costeranno un occhio della testa, e così addio popolo… Non conosco “Adriani Olivetti” pronti a spendere milioni di euro per poi cedere stupendi appartamenti in palazzi a corte immersi nel verde alle porte di Roma a coppie di disoccupati, a trentenni senza lavoro o precari universitari, a famiglie di impiegati, insomma a gente che non arriva manco in sogno a 25mila euro all’anno. A Roma c’è per caso un Michele Ferrero pronto a finanziare il progetto? Lo spero di cuore, ad Alba sta facendo cose notevoli proprio in ambito sociale. E non mi venite però a parlare di mescolanza sociale, che non è il caso, purtroppo: conoscete agenzie immobiliari in grado di vendere appartamenti di 140mq a “stimati” avvocati che vogliano vivere accanto a bilocali abitati dalla coppia disoccupata magari peruviana o anche italiana ma con precedenti penali? Non vorremo mica discriminare chi ha avuto fortuna nella vita… :-)
    Insomma, forse inconsapevolmente, ma il vostro è un sogno statalista de facto, e in ciò non c’è nulla di cui vergognarsi, ci mancherebbe. Anche LC cercava l’appoggio del potere dello stato per realizzare le sue idee di architettura, e non è che possiamo biasimarlo solo perchè in questa ricerca ebbe molto pelo sullo stomaco e non stette a sottilizzare sul pedigree democratico dei suoi mecenati. Oppure è un sogno fascista: trapiantare migliaia di persone in una nuova piccola città di fondazione. Anche in ciò nulla di male, non sarò certo io che amo l’architettura fascista per averla conosciuta grazie ad uno dei pochi storici che in Italia la pubblicava e la studiava quando la cricca tafuriana ne imponeva l’oblio (Carlo Cresti) a dire che questo riferimento è sbagliato o indecoroso. Del resto, la presenza di Er Pecora alla testa dell’assessorato regionale alla casa è un fantastico passaggio smarcante per avvallare questo precedente storico.
    A parte gli scherzi, non vi pare che tutta l’operazione abbia un forte e per me anche affascinante sapore di socialdemocrazia nordeuropea? Solo energici e illuminati amministratori pubblici potrebbero bene calibrare forze eccezionali per consentire che migliaia di residenti del Corviale-mostro si trasformino d’incanto in migliaia (più altre migliaia figli dell’upgrade della cubatura) di residenti cittadini della bella città di Borgo Corviale: da abusivi a residenti legali, da morti di fame, poveri, precari o poco più a persone che riescono a pagare un affitto di mercato o addirittura a comprarsi la casa. No, perchè dò per scontato che dovrà esserci una sorta di travaso quasi automatico fra i residenti del Corviale-mostro verso il Borgo Corviale… O sbaglio? Sennò toccherebbe spiegare ai vecchi residenti del Corviale-mostro dove diavolo andiamo a metterli proprio quando sotto i loro piedi viene costruito un giardino di poesia novecentesca degno della Roma più bella.
    Ma forse vi sto facendo domande a cui nessuno in questo momento può rispondere, o più probabilmente ho letto troppo in fretta il testo del Covile. Non sono informatissimo, ma in Italia l’unico esempio famoso che mi viene, sostanzialmente privato, di tentativo pianificatorio che abbia attinto a forme di tessuto d’impronta tradizionale e consolidata, è la nuova Novoli a Firenze. Ebbene, a parte lo spaventoso Palazzo di Giustizia di Leonardo Ricci, il resto del tessuto prova a mimare quello storico della città ottocentesca. Quando stavo a Firenze e pensavo ancora di continuare a starci chiesi il prezzo degli appartamenti in costruzione, e ricordo che non era per nulla economico ma del tutto in linea con un target inquadrabile nella coppia benestante, nel professionista avviato, nel percettore di reddito medio alto e via enumerando, ma non certo nel target che presumibilmente potrebbe interessare gli ex residenti del demolendo Corviale chiamati ad un affitto o ad un acquisto di un immobile nuovo. Voglio dire, grossolanamente, che lì hanno demolito una grossa fabbrica per far posto ad un pezzo di città immaginata con i temi dell’edilizia storica italiana, e stanno ottenendo un quartiere dove sicuramente un morto di fame come me non potrebbe andare ad abitare perchè non riuscirebbe economicamente ad arrivarci. Le finiture sarebbero di pregio, c’è il parco verde, c’è la Giustizia, la Banca e l’Università, magari faranno pure una chiesa e una Esselunga (no scusate, ho sbagliato volevo dire un’Ipercoop de-israelianizzata), e ancora mancano alcuni pezzi-forti di architetti di grido (nel senso che gridano), insomma, ormai ci siamo e Borgo Novoli è quasi pronto. Qualche intoppo ma è quasi pronto. Forse il caso è da studiare? Magari l’avete fatto e ne avete tratto le giuste indicazioni, lo spero!
    Qualche appunto più architettonico.
    L’impianto della cittadina sembra una fotocopia dello zenitale di qualche piccolo paese medievale centroappenninico. O di un outlet accanto all’autostrada. Il paragone balza all’occhio, che ci posso fare? Del resto, citate la cosa anche nel vostro testo. Molto affascinanti i riferimenti alla Roma di inizio secolo Xxesimo, sono costruzioni stupende. So che il vostro ideale architettonico però non è la variazione ma la ripetizione, quindi ho paura che se doveste costruire oggi Borgo Corviale (Oddio ho avuto un flash, qualche giornalista cattivo lo chiamerebbe subito Borgo Caviale, considerando il possibile prezzo degli alloggi…) oggi fareste una nuova Poundbury e cioè un brutto clone della vita viva ora non più viva allo stesso modo.
    E poi, a chi far progettare i blocchi? Tutti a Mazzola? Sarebbe forse il modo di garantire l’unità del complesso, ma l’unità dei complessi antichi derivava come anche voi scrivete sempre dalla diversità dei costruttori nell’unità sociale e culturale di quelle società, cosa oggi pressoché impossibile e inesistente. Farli progettare da diversi architetti, come a Novoli? Potrebbe essere, se il piano è buono e le regole architettoniche di attuazione sono certe, potrebbe risultarne qualcosa di molto riuscito. Ritorna l’esigenza di una committenza non forte, ma fortissima, anche culturalmente, non solo finanziariamente.
    Il vostro, però, oltre o meglio più che un sogno architettonico è una sfida di ingegneria sociale. Un po’ alla Le Corbusier, con forme architettoniche diverse. L’idea del potere dell’architettura e degli architetti di contribuire (non da soli, certo) a determinare il bene sociale attraverso l’opera progettuale. Io ne sono sempre stato (abbastanza) convinto, e mi fa piacere che anche voi salingarosiani ora torniate sui vostri passi e accogliate queste istanze del tutto logiche che avete sempre osteggiato parlando di gente che sa, gente che progetta, gente che sa cosa vuole, gente che decide il proprio futuro urbano senza l’oppressione degli orridi architetti…
    Nonostante ciò e al di là di qualche ironia che spero accetterete, l’importante è che si trovi una degna soluzione abitativa per gli attuali abitanti del Corviale, e il vostro contributo intellettuale è sicuramente in questa direzione.
    saluti
    c

  8. Antonio C. ha detto:

    OUTSAIDER,
    perchè non ci vai a vivere al Corviale e tra un annetto ci riporti le tue inpressioni maturate dall’esperienza quotidiana, lì vissuta?

  9. OUTSIDER ha detto:

    Antonio C.
    Prima cosa iMpressioni e non iNpressioni (dove hai studiato???)
    Seconda cosa OUTSIDER e non OUTSAIDER (di nuovo, dove hai studiato???)
    Terza cosa Il Corviale è un IACP e quindi le case sono state assegnate ( o occupate )… Se le amministrazioni hanno fatto si che diventasse un ghetto e se ne sono strafregate negli anni successivi, questo non è un problema dovuto alla tipologia o alla qualità (o meno) architettonica dell’edificio stesso.

    Infine, questo accanimento verbale è decisamente fuori luogo, rilassatevi!!! come si dice a Roma, parete ‘na manica de repressi….

    • PEJA ha detto:

      Come il fallimento assoluto del Corviale non è dovuta alla tipologia? Assolutamente inesatto! Tutte le IACP sono lasciate a se stesse, ma nessuna ha realizzato l’incubo ballardiano del “Condominio”! C’è una cosa, astratta e metafisica forse, ma comunque presente, che nei luoghi urbani è necessaria per il buon esito di un intervento di edilizia popolare a grande scala, ossia l’effetto comunitario. Una tipologia come quella del Corviale non può generare alcun senso di appartenenza ai luoghi, se non quello della propria abitazione. Questo genera conseguenze ad oggi abbastanza prevedibili: la popolazione, non provando empatia verso i luoghi dove risiede, si disinteressa ad essi, quando non li sabota. Stiamo pur sempre parlando dei quartieri “bassi” della città, per cui il senso comunitario dovrebbe essere il primo fattore di controllo sociale. A Roma, e generale in Italia, esiste il luogo comune per cui non si può tornare ad un tessuto compatto, cosa che invece nel resto d’Europa sta diventando finalmente la normalità. E ci sono ben 3 motivi per questo:
      1) Migliore qualità della vita a parità dei servizi;
      2) Modello urbano più sostenibile;
      3) Controllo sociale ad opera della comunità.
      Addirittura un architetto come Zaha Hadid, quando chiamata a realizzare un progetto a larga scala, ha riproposto il modello dell’accostamento tra strada ed edificio. Mi sembra ovvio il perché:
      1) Le speculazioni edilizie sono maggiormente contenute, essendo la città chiusa nel suo limite e quindi lasciando meno margini ad aree interstiziali nel quale realizzare “sto monno e quell’altro”;
      2) La città ricomincia a vivere, perché la gente che abita in quei luoghi, ha un motivo per uscire di casa ed adnare in giro a piedi, senza che deve utilizzare l’automobile per alcunché;
      3) Si offrono possibilità lavorative, dato che la tipologia edilizia in questione, offre la possibilità di attivare microattività sul basamento.
      Mi rendo conto che non è la soluzione più innovativa che abbiamo a disposizione, ma mi chiedo: è di innovazione che abbiamo bisogno in questo momento?

  10. Pietro Pagliardini ha detto:

    Cristiano, sotto la cortina fumogena di un certo sarcasmo, e tralasciando la parte iniziale marcatamente polemica, tu poni una serie di problemi veri:
    -chi paga;
    -come non farne un quartiere “bene” e dunque come garantire il mix sociale, dando per certo che il Borgo Corviale dovrà essere la nuova casa degli attuali abitanti, e ci mancherebbe altro;
    -come garantire una coerenza di regole tipologiche e morfologiche, dando giustamente per scontato che non è ipotizzabile un’unica mano (in verità, se il progettista fosse una archistar nessuno avrebbe niente da dire, ma non voglio aprire altri fronti).
    Comincio dall’ultimo punto che è il più semplice, proprio riferendomi a Novoli. Su Novoli sei impreciso, perché del piano originario di Krier non c’è rimasto proprio niente. Quel piano non è stato mai approvato in Consiglio Comunale così come presentato. Nel piano originario c’erano precise regole, non quantitative, che non prescrivevano però modanature o decorazioni, non stabilivano uno “stile”, ma fissavano prescrizioni in ordine al rapporto tra pieni e vuoti, alla distribuzione delle terrazze e delle logge, all’altezza dei piani, ecc. le quali avrebbero potuto consentire anche una serena convivenza tra sensibilità diverse, tra architettura smaccatamente tradizionale e edifici con forme contemporanee, come potrebbe avvenire in una crescita processuale (Io le Norme le ho e se vuoi te le mando). Il problema c’è ma, con una forte guida “politica” e culturale, e con le idee chiare, è affrontabile. Se poi dai per certo che questa manchi, come è anche possibile, allora tanto varrebbe chiudere o fare nostro il “è tutto sbagliato, è tutto da rifare” di memoria bartaliana, rifugiandoci nell’italico mugugno da società delusa e morente. Su un punto sei proprio fuori strada: non c’entra niente il fatto del caro-prezzi con l’impianto tradizionale, perché in Italia non c’è esempio in materia, se non sotto forma di villaggi turistici o poco più.
    Per chi volesse notizie su Novoli spiegate dallo stesso Lèon Krier ci sono quattro video di 10 minuti l’uno su You tube. Questo è il primo:

    – Vengo al “chi paga”, dato niente affatto secondario anzi determinante. Consentirai all’arch. Mazzola, che pure ha fornito alcune linee guida, di non avere esposto i calcoli precisi, ammesso che ci siano, ma di essersi basato, appunto, sul principio del premio volumetrico, abbastanza importante, in verità. Se non sbaglio l’area non c’è da acquisirla, essendo tutta di proprietà pubblica (comune, Ater) e l’area, con il relativo utile, incide intorno al 25-30% del prezzo finale di vendita, in base alle condizioni del mercato (pari cioè ad una vendita in permuta). Mi sembra un buon inizio. Ora tu saprai che esistono molte formule giuridiche che consentono appalti in concessione che assumono forme diverse e diversi nomi, in base ai soggetti in campo e alle situazioni politiche. Io la voglio chiamare, ma è solo un esempio tra i tanti, finanza di progetto o project-financing. Il concessionario realizza, prende in carico l’opera, la gestisce, una parte della volumetria (il premio) lo vende a libero mercato consentendo un surplus che finanzia parte dell’edilizia sociale. Ci sono i fondi commerciali, gli uffici, che concorrono ad aumentare l’utile. Domanda: basta questa quota a coprire tutti costi? Io penso di no. E il resto? E’ chiaro che ci sarà una quota da finanziare come veri e propri alloggi sociali, un’altra, auspicabile la maggior parte, sarà possibile con edilizia agevolata e un’altra ancora con edilizia locativa con patto di futura vendita. E’ una grossa semplificazione ma credo che il concetto sia chiaro. Poiché nessuno regala è chiaro che occorre l’investimento pubblico, a meno di non aumentare il premio volumetrico, fino a raggiungere l’equlibrio finanziario, ovviamente in altri siti. Bisogna fare conti complessi e capire qual’è appunto il punto di equilibrio e quali dovranno essere gli apporti pubblici. Non a caso si parla di edilizia sociale.
    – Il mix sociale. La risposta sta nel metodo cui sopra ho accennato e che anche Mazzola ha descritto, facendo riferimento a esperienze del passato. Credo che tutti ormai possano convenire che i quartieri di intera edilizia sovvenzionata siano emarginanti e questa esperienza deve finire. Se la parola integrazione ha un significato vero, il miglior modo è quello di non fare ghetti per reddito.

    L’ingegneria sociale, caro Cristiano, viene fatta sulla pelle delle persone, fregandosene dei loro desideri e della loro volontà. Non si tratta di mettere sù focus group, gruppi di ascolto, garanti dell’informazione o tutta la terminologia tanto immaginifica quanto truffaldina che tutti conosciamo (almeno in Toscana), ma di illustrare progetti, costi, tempi, condizioni, garanzie e mettere ai voti. AI VOTI ripeto. Se non piace, e gli abitanti del Corviale volessero rimanere dove stanno, vorrà dire che sono stati buttati via un po dì soldi in studi, che potranno essere risparmiati non facendo le molte iniziative pseudo-socializzanti che vedo numerose in internet e che portano il nome Corviale, se piacesse allora verrebbe il bello. E il difficile.
    Questa è la mia opinione, che non coinvolge l’amico Mazzola, nè Rosponi, né Tagliaventi e da cui ovviamente possono dissentire.
    Saluti
    Pietro

    • Gianni ha detto:

      Sono al 100% d’accordo con Cristiano…

      “non c’entra niente il fatto del caro-prezzi con l’impianto tradizionale, perché in Italia non c’è esempio in materia, se non sotto forma di villaggi turistici o poco più.”

      ti faccio un esempio forse simile a Novoli (è stata demolita una fabbrica anche lì) e a me vicino… proprio realizzato totalmente dal paladino Leon Krier: Borgo Città Nuova ad Alessandria.

      Senza entrare nel merito dell’aspetto formale degli edifici (non sembra molto diverso dal -poco distante- outlet di Serravalle Scrivia o può ricordare la quinta di un film) da quello che so i prezzi degli appartamenti non sono affatto popolari (e hanno anche avuto qualche difficoltà a venderli…).
      Inoltre, io ci sono stato un paio di volte, sembrava come nei film western quando si vedono le palle di sterpaglie trascinate dal vento… Desolazione… eppure le tortuose vie (seppur brevi) e la pseudo-piazza medievali/rinascimentali ci sono.
      Poi può anche essere che non sono andato negli orari di apertura del parco divertimenti… (scusate per l’ultima frase ma dovevo dirla)

  11. waferboards ha detto:

    Coppi o Bartali,Destra o Sinistra,Guelfi o Ghibellini..storicamente questo paese ha sempre subito una dicotomia ideologica.
    Corviale…conservarlo o no?opera incompresa o tortura per chi ci vive?!
    Onestamente credo che sia tutte queste cose..credo che quel chilometro di cemento sia l’espressione di un modo di pensare la città che si è dimostrato oggi inefficace..ma credo che demolirlo,che demolire in generale,non sia cosi diverso dal progettare senza attenzione al contesto..credo che la città(come organismo)e i suoi abitanti,ed in questo Roma è da secoli uno dei massimi esempi,sia capace di rimarginarsi e di cambiare,storicizzandosi ed evolvendosi.
    A mio avviso,l’urbanistica come l’architettura,negli ultimi decenni si è spesso ma non sempre,autocompiaciuta..affidandosi al gesto,al segno riconoscibile,perdendo cosi il contatto con le persone e soprattutto con la vita;come se l’efficacia del progetto di una città si giudicasse da google maps, dimenticando che la polis per definizione è il luogo del’incontro,la città insomma non sono gli edifici ma la struttura sociale che è da questi generata(altrimenti anche un villaggio turistico potrebbe essere definito tale)
    A mio avviso però,l’evoluzione del pensiero non ci può autorizzare a fare piazza pulita e cancellare il passato,cosi come non è giusto cancellare borghi medievali per aprire strade,abbattere la tangenziale est o un velodromo..questo non vuol dire non affrontare i disagi..ma semmai consentire alla città di fare quello che ha sempre fatto..evolvere la sua architettura adattandola alle nuove esigenze..l’augusteo..il teatro di marcello..le terme..insegnano.
    Infine una riflessione sul progetto,che trovo molto sensibile,molto attento e formalmente vicino alla struttura urbana che prediligo,che riscopre un valore fondamentale secondo me che è il rapporto strada edificio,vero caposaldo della città..eppure mi chiedo,abbattere il corviale,cancellarlo del tutto,per edificare il nuovo sarebbe il modo migliore per affermare questa ritrovata sensibilita o sarebbe un perpetuarsi del medesimo errore??

  12. Cristiano Cossu ha detto:

    Caro Pietro, grazie per le tue spiegazioni. Su Novoli, però, io mi riferisco ad una vicenda “intera”, cioè così come si è realizzata dal progetto alle costruzioni, assumendola come “blocco” cronologico e fattuale: è andata così come la vediamo. Poi so che gli intenti di Krier erano altri etc etc etc, ma appunto io volevo citare la vicenda così come si è svolta, per sottolineare un caso reale italiano e non l’ennesima ipotesi di progetto.
    Sul mix sociale: certo che deve esserci, e proprio per questo vi ho chiesto come diavolo pensate di farcela, visto che o è un quartiere totalmente “popolare” pagato dallo stato oppure, se ci sono i privati, bisognerà che si trovi il modo di mettere assieme proprietari e affitturari di diversissima dichiarazione dei redditi: e appunto liberamente, per libera scelta di chi compra.
    Bella sfida, senza dubbio!
    ciao
    c

  13. ettore maria mazzola ha detto:

    Non è facile stare dietro a tutti gli interventi, specie di fine settimana, pertanto non mi sarà possibile replicare a tutti.
    Fortunatamente Pietro Pagliardini ha fornito molte risposte ai quesiti di Cossu.
    Detto ciò penso sia utile ricordare che le critiche, quando ben articolate e costruttive siano una cosa più che utile, diversamente gli attacchi infantili, o figli di una formazione lobotomizzante e monotematica munita di paraocchi, non servano a null’altro che a provocare reazioni di stizza, che possono scadere nella volgarità .. ma è anche volgare esprimersi in maniera nichilista lanciando accuse gratuite non argomentate.
    Detto ciò, visto la quantità di quesiti posti da Cossu mi sarebbe necessario riscrivere il mio ultimo libro “La Città Sostenibile è Possibile” (Gangemi 2010), per cui invito a quella lettura per trovare tutte le risposte ai quesiti che mi ero posto anch’io, e che ho dimostrato storicamente, economicamente, sociologicamente e tecnicamente possibili da risolvere. Mi limiterò pertanto a chiarire solo un paio di punti:
    Sul chi costruisce, chi coordina le scelte e chi attiubuisce chi ci debba andare a vivere, fermo restando che sin dal mio articolo si evince che tutti gli abitanti Corviale, più degli esterni, saranno gli abitanti del nuovo insediamento, ci sono due figure giuridiche che abbiamo totalmente dimenticato dagli anni ’20 dello scorso secolo – per ovvie ragioni – figure che hanno consentito di costruire in breve tempo, e con ottimi risultati, edifici economici e popolari votati al mix sociale e al coinvolgimento delle piccole e medie imprese locali e, soprattutto delle cooperative artigiane locali, queste figure erano l’Unione Edilizia Nazionale e il Comitato Centrale Edilizio. Oggi, che l’IACP è diventato Azienda (ATER) è possibile ritornare ad agire piuttosto che limitarsi a gestire, questo comporterebbe anche la possibilità di svolgere un ruolo di calmiere. Oggi l’ATER vorrebbe liberarsi del peso economico di Corviale (ed esempi analoghi) perchè, parole loro, non possono più sostenere i costi costanti di manutenzione. L’idea è quella di far cassa per andare a costruire in luoghi sperduti dell’agro romano interventi urbanistico-edilizi basati sugli stessi errori di Corviale in termini sociologici ed economici, per altro rimanendo schiavi del mercato immobiliare. Diversamente, considerando il fatto che i terreni intorno a Corviale sono demaniali, sarebbe finalmente ora che il settore pubblico desse il buon esempio, costruendo “cum grano salis” e pensando ai costi di manutenzione (non ripeto qui le citazioni del Pirani e del Regolamento Edilizio pre-fascista che ho documentato nei miei libri e menzionato nel testo che accompagna il progetto. Si rifletta (specie quelli che parlano di “segno” e di “carattere” di Corviale) sul fatto l’edificio cade a pezzi a causa delle scelte scriteriate in termini tecnologici, economici e sociologici, il che significa che, proma o poi, volenti o nolenti, quel “segno” dovrà venir giù! Farlo oggi, e pianificarne attentamente le modalità, è possibile, poiché la proprietà è unica e pubblica, se mai gli immobili venissero ceduti ai residenti, la cosa diverrebbe impossibile (si pensi alla possibile riunione di condominio, sul genere di quella di Benigni in “il Mostro”, dove 1200 famiglie debbono raggiungere un accordo sui lavori) Lo stato avrebbe dato proprio un bell’esempio, sbolognando ai poveri residenti di Corviale un enorme problema difficilissimo da gestire e prevedibile che però i progettisti hanno pensato bene di ignorare in nome della loro folle ideologia modernista!
    Cordialmente
    Ettore

  14. Cristiano Cossu ha detto:

    Leggerò il tuo libro, Ettore, però intanto, visto che vi presentate sui blog, accettate il dibattito in pillole che qui si può fare e finalmente fate un primo passo di onestà intellettuale:
    viva l’architetto, che con la sua intelligenza e il suo talento creativo può determinare come deve abitare una comunità urbana, non senza l’inevitabile aiuto finanziario dell’amministrazione pubblica. “La gente”, oggettivamente e per forza di cose organizzative ed economiche, seguirà.
    Grazie, in questo siamo d’accordo,
    ciao
    c

  15. ettore maria mazzola ha detto:

    Caro Cristiano,

    sono più che felice di dibattere sul blog, che ritengo una meravigliosa forma di democrazia, per cui non me la prendo per le critiche, eventualmente mi dispiaccio quando si scade in atteggiamenti puerili o si scagliano le pietre e si nasconde la mano

    un caro saluto
    Ettore

  16. Pietro Pagliardini ha detto:

    Cristiano, scusa se insisto, ma che tu sposi la parte del “liberale” proprio in questa circostanza è surreale, dato che stiamo parlando di 1200 APPARTAMENTI PUBBLICI. L’espediente retorico di fare apparire chi vuole abbattere il Corviale come statalisti e assistenzialisti ha le armi spuntate, perché lo Stato, cioè noi tutti, ha sul groppone non solo la responsabilità di averlo costruito ma anche l’onere di doverlo mantenere e, se del caso, di rimediare all’errore.
    Dunque l’obiettivo è proprio sbagliato, perché è proprio il Corviale la dimostrazione vivente dello statalismo e della sua logica disumana e assistenziale. E l’assistenzialismo è, a sua volta, un modo di legare indissolubilmente la vita del cittadino allo Stato.
    Il problema è di risorse e, se vogliamo, di priorità in relazione alle risorse disponibili. Intanto decidiamo se è giusto proporre di demolire il Corviale. Se siamo d’accordo ci poniamo il problema delle risorse. Qualcosa ho già detto prima.
    Se è giusto, se la popolazione di Corviale è d’accordo, allora si valutano le risorse. Si fanno i conti di quanti alloggi restano scoperti dopo aver fatto la somma di:
    -premio volumetrico senza acquisto dell’area (un bel contributo da solo)
    -alloggi da convenzionare a tasso agevolato (non credo che tutti gli abitanti del Corviale siano diseredati e forse un mutuo a interessi zero qualcuno se lo può permettere a costi ridicoli per lo stato);
    – alloggi a riscatto, cioè locazione con patto di futura vendita, che è anche un sistema per responsabilizzare e legare il privato nel tempo all’intervento.
    Fatti questi conto sapremo il numero di alloggi che restano privi di copertura finanziaria. A questo punto c’è la scelta basata sulle risorse:
    A) ci sono le risorse, è giusto finanziarli, non fosse altro per gli errori fatti, e allora si finanziano
    B) non ci sono risorse o si ritiene vi siano altre priorità, si aumenta il premio volumetrico, localizzandolo altrove.
    In quest’ultimo caso non c’è presenza dello Stato e così il problema è risolto.

    Gianni, conosco Alessandria e molto meglio di me lo conosce Gabriele Tagliaventi, che ne è progettista con Krier. Quello è un intervento nel centro di Alessandria, voluto da un imprenditore privato, non diverso da qualsiasi altro intervento immobiliare che deve produrre reddito. Non conosco i costi esatti, a quello che so e a detta dell’imprenditore (di cui ricordo l’ottimo pranzo che ci ha offerto), non sono diversi da quelli medi della città; quando ci sono andato era finito da poco e non mi ha lasciato alcun senso di desolazione.
    E’ tuttavia singolare il fatto che, su migliaia di interventi immobiliari sparsi in Italia, si ritenga che proprio quello di Krier e Tagliaventi ad Alessandria debba avere un carattere filantropico! Chi ha mai scritto l’equazione tradizione=case gratis per tutti? Perché non lo chiedi a CityLife o al bosco verticale di Boeri, o a tutti gli altri interventi ecologicamente sostenibili e politicamente corretti se regalano gli alloggi? Questa è proprio bella davvero!
    Quando si dice arrampicarsi sugli specchi!
    Saluti
    PP

  17. Cristiano Cossu ha detto:

    Appunto, caro Pietro. E allora perchè ti dispiace se dico che la vostra operazione dovrebbe avere lo stato come socio di maggioranza? Quando dicevo che non ci vedo nulla di male dicevo sul serio. Pur non essendo un economista, mi pare che sarà uno sbocco inevitabile se si vuole una distribuzione “sociale” dei nuovi alloggi. Poi che siano alloggi tradizionalisti o progressisti interessa solo noi architetti.
    ciao
    c

  18. Antonio C. ha detto:

    E così OUTSIDER ci è cascato. E’ salito in cattedra e ha voluto dimostrare di essere solo un … “represso” professorello … o se preferisce “professoricchio” (questo non è un refuso).

  19. Antonio C. ha detto:

    OUTSIDER, certo che … “la qualità (o meno) architettonica dell’edificio (CORVIALE) stesso… la sai vedere solo tu!

  20. sergio43 ha detto:

    Volevo soltanto raccontare, e non so se qualcuno se la ricorda, forse il prof. Muratore, una risposta piccata che, più che sentire direttamente, lessi sulla stampa, parola più, parola meno ma il snso era chiaro (Non ci credete? Una risposta quasi simile la dette un Gregotti esasperato a proposito del suo quartiere Zen!). Non ricordo, sono passati tanti anni, di chi fosse la paternità della risposta, forse dei Fiorentino, del suo studio o forse addirittura dell’Ordine. Di fronte alla ghettizzazione sociale del Corviale, di fronte alle abusive occupazioni, di fronte al degrado della struttura (io dico, anche di fronte alla colpevole mancata realizzazione dei servizi di quartiere) si criticò con parole severe la “Stecca”. Qualcuno, evidentemente di grosso spessore se la sua frase potè apparire sui giornali, si inalberò: “Se quella casa fosse abitata dagli architetti, non apparirebbe lo scandalo che é!”. La frase mi colpì e ancora mi gira per la mente. La ritenni ingiusta e disonorevole nei confronti sia di quel ceto sociale incolpevole sia dell’Architettura stessa. La povertà di quella gente che, proveniente da borghetti fatiscenti e in via di meritoria demolizione (allora “borghetti latini”, ecc., oggi Casilini 900), si aspettava case civili in dignitosi quartieri come il loro senso comune intendeva e come, pur nella povertà dei mezzi e dei denari, aveva saputo naturalmente ricreare in termini di rapporti di vicinato e di logiche linee di traffico interno, si coniugò con la disperazione degli inurbati per ineluttabile fuga da regioni senza presente e senza futuro (come gli extra-comunitari odierni!). La miscela esplosiva, unita alle inadempienze amministrative, fruttò lo scandalo di quegli anni che forse, e spero di no, dura ancora. Però io non vorrei sentire parlare di demolizione. Noi siamo facili ad usare questa parola! Che ci costa demolire quello che odiamo quando i motivi ideologici e le paure sono più forti di qualsiasi più razionale motivazione? Paga sempre Pantalone! Metto in fila alcuni esempi: la Centrale Nucleare di Montalto di Castro era praticamente finita quando Cernobyl e le nostre paure, sapientemente indotte da chi su quelle paure ci ha fatto carriere e campato una vita, la bloccarono e riciclarono in qualcos’altro (l’altra sera ero a cena con dei miei amici provenzali, si parlava di questo e mi raccontavano che, da loro, di Cernobyl non si parlò affatto nei termini “terroristici” con cui da noi si impostò il problema!), le “Vele” di Scampia, il citato “Zen”, più comode per i traffici illegali, con i loro ballatoi e anfratti, delle grotte di Ali Babà e i Quaranta Ladroni! Tanto importante e impegnato e “progressivo” “dibattitto” architettonico e poi? Un, a volte realizzato, a volte minacciato “abbattimento”! Ancora più immorale fu per me il vanto di dire che l’Architettura e gli architetti avrebbero saputo ben risanare il Corviale se consegnato loro! Si sa bene come siamo capaci di restaurare loft abbandonati, officine rugginose per per farne abitazioni alla moda da mostrare su riviste patinate, si sa bene come siamo abili a riciclare casali ancora con l’odore di vacca in villette graziose da cui sappiasmo tirar fuori tutto il senso della loro storia da rivendere a danarosissimi stranieri. Forse saremmo in grado di riprendere il Corviale e farne qualcosa di importante: che so! un importante Resort per chi atterra a Fiumicino, un centro per il Bingo e per gli Hold’em e altri giochi d’azzardo. Però quando siamo di fronte al tema del “sociale” ci passa la voglia e ci rifacciamo stancamente a temi falansterici vecchi di almeno due secoli. Ma che fine hanno fatto quegli amministratori e quei progettisti che semplicemente e umanamente impostavano gli ancora oggi validi complessi delle Cooperative Ferroviarie, del vecchio Incis e del vecchio Istituto delle Case Popolari?

  21. Davide Donati ha detto:

    Un orrore. Meglio il Corviale della Poundbory de noantri. Falsi storico-urbanistico-architettonici a gogò… Magari Pagliardini può metterci la copia di quella “bellissima” scuola di Arezzo da lui lodata e osannata (ennesimo esempio di pastiche rossiano).

  22. ettore maria mazzola ha detto:

    Caro Sergio43,
    tutto ciò che dici in prefazione è degno di nota, così come la tua domanda finale. Non capisco come però possa ritenere possibile non abbattere.
    La mia proposta non è dettata da ragioni ideologiche, ma sociologiche ed economiche.
    Non voglio ripetermi in una risposta, che giustamente meriti, ma che sarebbe troppo lunga e ripetitiva, ti prego di leggere attentamente il numero de “Il Covile” dove descrivo il progetto, e poi le mie risposte e quelle date da Pietro Pagliardini e Memmo54. Sono certo che troverai le risposte a tutti i tuoi giusti dubbi.
    Cordialmente
    Ettore Maria Mazzola

  23. Antonio C. ha detto:

    Mo’… lo dico chiaramente: considero le varie proposte, soprattutto quelle del prof. Mazzola, corrette e stimolanti, ma è mia opinione che il CORVIALE NON DEBBA essere abbattuto nè trasformato.

    DOVREBBE (se preferite, DEVE) restare come “monumento” ossia “ammonimento” dei nefasti(anche questa è una mia opinione) risultati di tali simili interventi utopici e militarizzati (alla V. Gregotti).

    Inoltre più passa il tempo e più il CORVIALE (et similia) degrada, meglio è, con buona pace dei cultori e ricercatori dei “segni forti” che ancora non si rendono conto dei guasti che hanno prodotto.

    Sulla pelle degli abitanti, purtroppo!

  24. Stefano Serafini ha detto:

    Il Corviale non andrebbe abbattuto per ragioni culturali? Per “ammonire”? Perché è un “autentico storico”? Ho sentito anche dire altrove che esso andrebbe mantenuto per “difendere la campagna romana dallo sprawl”. E che la guerra è bella -ah, no, quelli erano esteti di un’altra generazione, anche se avevano gusti – e giustificazioni – simili. Per chi ci abita, insomma, pazienza – è l’intelligentzjia bellezza! Cari architetti, datevi, per favore, alla camomilla…

    Capisco invece il quesito posto da Cristiano Cossu, che è interessante da un punto di vista astratto sulle funzioni dell’architetto in una società di mercato. Solo che poi mi viene il singhiozzo pensando al Maxxi: lì la riflessione non sorge? Lo ammetto, sono fuori moda, a me la socialdemocrazia non dispiace, se non altro la trovo meno peggiore di certo liberismo con paracadute, ma non è questo il punto. Il punto è che l’ATER esiste e ha una funzione. Invece di fuggire dalle proprie responsabilità vendendo la cascante catapecchiona alle sue vittime, perché non ce la fa a tenerla in piedi coi costi, si rimbocchi dunque le maniche, e gli architetti eseguano il compito di Fiorentino in una maniera finalmente decente, e possibilmente buona e ottima. Il progetto di Mazzola dimostra che ciò è possibile. Se c’è qualcuno che ha idee migliori si faccia avanti, e non si nasconda dietro il ditino del “falso storico”, o del “lasciamo tutto come sta perché va bene così”. Non va bene un emerito fringuello, cari architetti. Corviale fa schifo, e fa schifo perché è un progetto malpiantato, che gli incidenti di percorso se li è andati a cercare non tenendo conto della realtà. Altro che dare la colpa ai politici, agli occupanti, agli spacciatori… alla vita! che come un fiume s’incanala là dove trova alveo. Non esiste un “determinismo socio-architettonico”, ma una reazione sociale a un’azione architettonica e urbanistica sì, effetti concreti sì, la responsabilità precisa di certi “sperimentatori” sì! Dove volete scappare?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.