Saranno fumosi … ma MAXI-MAX torna a scuola …

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di nuovo nei banchi di valle Giulia, insieme come ai vecchi tempi …
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basta col digitale … meglio “sporcarsi le mani” col gesso …
poi … dagli effetti speciali … alle ombre cinesi …
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Comunque, a parte gli scherzi, la chiesa “sismica” di Foligno promette bene …
e la lezione di Massimiliano (in questo caso assai apprezzabile nella sua “misura” didattica), ha funzionato anche da antidoto alle fumosità pseudo-vitruviane di un convegno un po’ troppo ambizioso, almeno a giudicare dalle risorse in campo …
(Architettura e costruzione, convegno fondativo del dipartimento Ar_Cos / Valle Giulia 23.3.06)
Se queste sono prove tecniche di rifondazione …
forse va ripensata altrimenti … la “dimensione” di una nuova scuola romana …
a confrontarsi con Fuksas (oltre Purini nelle vesti di padrone di casa) … magari, non ci sarebbe stato male, anche, qualche altro “architetto” …
… a proposito, che fine ha fatto Paolo Portoghesi? …

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17 risposte a Saranno fumosi … ma MAXI-MAX torna a scuola …

  1. Vittorio Corvi ha detto:

    Ricordo bene quando, durante il corso di Disegno e Rilievo, con Purini discutevano i disegni e le maquettes dei nostri “morfemi”, cioè dei cubetti 10×10 cm, proprio come il Kubo inquieto di Ravenna, però più piccoli.

    Proprio come il cubo/chiesa di Fuxsas, che Purini allora avrebbe promosso con trenta e lode. Quindi Bravo Max! :-)

    Non ho potuto fare a meno di abbandonarmi ai ricordi, vedento le immagini, forse chissà, ambientate proprio nelle stesse aule…
    Vittorio

  2. Flaviano Parise ha detto:

    Estratti dall’esposizione di Fuxas sulla chiesa a Foligno:

    “Io non disegno mai sulla carta a quadretti, faccio i miei schizzi su quella bianca. Però io qui non so dov’ero. Perchè ho usato la carta a quadretti? Chissà dov’ero. Non mi ricordo.”

    “Mi hanno detto 6 milioni di euro, ho detto, ‘sarà solo la parcella!’. Sapete, le parcelle, quando sarete grandi capirete”.

    “Io i preti non li conosco, non li mai frequentati, non so come li devi chiamare quando ci parli. Ad un certo punto, non sapevo come fare, e l’ho chiamato ‘vescovo’. E’ la prima cosa che mi è venuta in mente.”

    “Non notate che manca qualcosa? Qui non c’è qualcosa di molto importante! La croce! Mi ero dimenticato la croce.”

    “Sono partito dall’idea di muro. Ora, un muro non ha uno spessore di 20 cm., o 40, per me un muro è da un metro, un metro e mezzo!”

    Commenti:
    Il tema era ‘architettura e costruzione’. Va bene. Io credo che funzioni così, Fuxas fa il suo dipinto, forte, espressivo. Si comincia da una immagine. Partendo da un idea di muro. Poi evidentemente qualcosa succede. Il muro non c’è. La parete con le aperture irregolari è sostenuta da carpenteria metallica, sghembe travi in ferro. Entrano in campo gli ingegneri. L’ingegner Del Mese gongola. Il muro è solo un foglio nervato da travi in ferro.
    Ma tant’è. Architettura e costruzione = come costruire un rendering.
    Io, se fossi stato un muro, avrei sofferto molto.

  3. Nazzareno Corradini ha detto:

    Io invece ricordo in quelle formative lezioni sui nostri morfemi, Purini criticare duramente Fukas. A distanza di qualche anno da quei morfemi penso che quelle critiche siano attuali, Purini oggi cosa ne pensa?

  4. Cristiano Cossu ha detto:

    “Io, se fossi stato un muro, avrei sofferto molto.”
    Quoto al 100% Flaviano…
    Fra Fuksas e lo spazio sacro del tempio cristiano c’è la stessa distanza che purtroppo mi separa da Filippo Brunelleschi… Lo vedo meglio come facitore dei cosiddetti “spazi sacri per tutte le religioni”, cubi minimal in cui è sacra solo la parcella del progettista.
    saluti e buona domenica
    cristiano

  5. dina nencini ha detto:

    egregio professore,
    la tentazione di rispondere con il tono che connota sempre i suoi divertenti e giocosi blogs è forte… e tuttavia non si addice a una signora …, ma lottando contro la mia interiore pigrizia e detestando coloro i quali con vena snobistica sono soliti guardar e procedendo oltre passar …
    mi limiterò a segnalare alcune stridenti collisioni del suo parlare nella rete… e mi perdonerà lo schematismo, la prima riguarda “l’ideologizzare la contraddizione”, la contraddizione come presupposto di un sistema intellettuale che tuttavia non presenta alternativa, e che come una macchina celibe si esaurisce in se stesso….quale alternativa ci offre un giudizio che si esprime in forma di ironia…la retorica, quanto di peggio si possa immaginare… la seconda collisione è “l’isolazionismo”, se tutto ciò che ci circonda non funziona, è deprecabile, sbagliato… se non è possibile formulare un’alternativa, cosa si fa con i blog della rete… si cerca un consenso traversale, e diciamolo pure, non orientato da gerarchie che presuppongono di accettare la compromissione, ma come le dicevo all’inizio caro professore solo Penelope e le sue discendenti possono godere di tale capacità… di poter tessendo mediare e… trasmettere, tradurre senza il pericolo del solipsismo. le galline di Tessenow ridono del tempo sprecato…che non serve a nessuno o forse a uno solo.
    saluti

  6. Nazzareno Corradini ha detto:

    Signora Dina Nencini, quindi?
    Un saluto a Purini.

  7. Filippo De Dominicis ha detto:

    caro prof sono fuori dal “circolo romano”(anzi diciamo dal circolo di valle giulia) da un anno,e ne seguo le vicende anche grazie a questo blog.E francamente mi sono “rotto le palle” che le questioni dell’architettura(romana italiana puriniana…ne parlo in termini piu generali possibili)si riducano a risvolti piu o meno accademici,tra ex studenti che si scambiano ricordi presenti e futuri.Si organizzano le conferenze tra loro,per rifondare dipartimenti piu o meno nuovi,piu o meno rimpastati,chiamano i “figliol prodighi”( o prodigy…)o gli “eroi dei nostri tempi”(come definì una volta Fuskas Portoghesi,in una magnifica lezione su Luigi Moretti…ho rubato il manifesto),parlano delle loro parcelle,imbrogliano,non insegnano architettura,perchè non la insegnano caro prof non la insegnano,si raccontano,scrivono delle generazioni…capite,le generazioni..quando io per leggere “l’architettura della città” sono dovuto arrivare fino a Bruxelles…Purtroppo a scoprire il trucco sono in pochi(vedi l’architetto Parise).Gli studenti vanno ad ascoltare i direttori del dipartimento che si parlano addosso..e pensare che le loro potenzialità sarebbero ben altre,se fossero veramente messe al servizio di chi un giorno diventerà progettista(architetto è troppo).Penso ad Alvaro Siza.Ma se gli studenti un giorno disertassero tutti il laboratorio del morfema?Se disertassero tutti il convegno fondativo del dipartimento AR_Cos(underscore va di moda,prof)?Se andassero a disegnare qualcosa dal vero?Perche non riproponete,voi che potete,un corso di Disegno dal Vero nella facoltà di Architettura,nel corso di laurea in Architettura UE?Perchè non c’è nessuno che lo sappia insegnare,direbbe Adriano Capo.Che dice quel che pensa.

  8. Cristiano Cossu ha detto:

    Dimenticavo:
    “Io i preti non li conosco, non li mai frequentati, non so come li devi chiamare quando ci parli. Ad un certo punto, non sapevo come fare, e l’ho chiamato ‘vescovo’. E’ la prima cosa che mi è venuta in mente.”

    Povera chiesa italiana… Ridotta a farsi costruir le chiese da uno come Fuksas. Trovo oscena questa ostentazione di ignoranza.
    A me non fa ridere.
    saluti
    cristiano

  9. Vittorio Corvi ha detto:

    Ho un altro ricordo per Filippo: mi è capitato di seguire qualche lezione al “circolo parigino”, cioè in una delle tante facoltà di architettura di Parigi, dove si insegnano a fare i quadri e i renderings (che tanto poi c’è l’ingegnere…), cioè la città dove ha studiato anche Fuxsas… o forse dove ha insegnato anche Fuxsas, non so…

    Era un corso di disegno dal vero, nel senso che venivano delle ragazze che si spogliavano e che si facevano ritrarre. Ne ho viste di tutte i tipi: francesi, giapponesi, americane, spagnole… (no, non come la reclam censurata di Rocco, non in quel senso…)

    Anche nei disegni di Siza si incontrano dei nudi. Che sia la chiave giusta?! Sarebbe da proporre.
    Vittorio

  10. Vittorio Corvi ha detto:

    Si, lui non sa chiamare i preti, e intanto io l’ho chiamato due volte FuXsas e Nazzareno Fukas, così s’ impara! Tiè…

    (con tutti ‘sti architetti stranieri alla fine uno si impiccia! è normale …)

  11. Alessandro Ranellucci jr ha detto:

    Signora Nencini, aspettavo che qualcuno ponesse in questo blog la sua riflessione metodologica. D’altra parte, come ognuno vede, quando si commenta ironicamente sul Fuksas di turno o sulle mode universitarie si mira spesso proprio a problemi strutturali, di fondo, dunque anche di metodo (veda come esempio il taglio della maggior parte degli intelligenti interventi in questa pagina). Quanto al suo orrore per l’ideologia della contraddizione dubito anzitutto che di ideologia si tratti; e poi la pars destruens è strumento conoscitivo, al di là della forma più o meno ironica (epperò meglio se ironica).

  12. Filippo De Dominicis ha detto:

    Alessandro anzitutto ti saluto!Ma poi dovresti saperlo,colei a cui ti rivolgi è assistente di chi fa le “vesti del padrone di casa”,come dice il prof.,e non accetta consensi trasversali,quanto piuttosto unilaterali.Direi quasi che per certi versi,si praticano atti di fede e si mette a tacere la cultura del dubbio in alcuni(molti ormai)contesti del nostro circolo romano.Fortunatamente anche io,come te,ho avuto da neofita chi mi disse:l’unica certezza è il dubbio.E un paio di settimane fa:diffida dei profeti,Zevi o Giovannoni che siano.E sia!Dico grazie non so a chi per essere sfuggito ad un terzo che sicuramente,fossi rimasto a Roma questo quinto anno,avrei probabilmente feticisticamente adorato come fanno i suoi accoliti del morfema.Sono sincero.A presto Ale,torno a Roma venerdì!
    Filippo

  13. Davide Cavinato ha detto:

    Mi piacerebbe uscire per un momento dal fatto specifico…Gli spot con le nuvolette, le uscite laico-agnostiche poco felici, le biennali “less aesthetics more PATethics” e le architettura da catalogo non piacciono a nessuno né tantomeno al sottoscritto, così ancora romanticamente legato a disegni e maquettes…ma siamo così sicuri che sia sbagliato parlare di morfemi o comunque di architettura da un punto di vista non convenzionale? Siamo così sicuri che il messaggio e il futuro dell’architettura sia quello che in tanti anni (troppi, ahimé…) di IUAV quasi tutti i docenti di composizione architettonica hanno tentato di inculcarmi, e cioè COPIARE, senza manco capire e avere la CONSAPEVOLEZZA delle proprie scelte? Col risultato che le nostre periferie sono pieni di municipi e case per appartamenti che sembrano progettate dai figli handicappati di Aldo Rossi?
    Non sto qui a discutere la fumosità più o meno presunta di certi, non avendo tra l’altro assistito né al convegno né ad altre performances, però siamo veramente sicuri che l’insegnamento tradizionale stile “guardate e copiate, ma copiate bene” vada ancora bene? O meglio, visto che co sto sistema sono nati dei fenomeni in passato, sia ancora sufficiente? Possibile che a Venezia, tranne il mio professore del primo anno che ricordo con stima e grande affetto e la mia relatrice di tesi, nessuno mi abbia mai fatto menzione di personaggi come Peter Eisenman e Rem Koohlaas, o mi abbia mai parlato dell’esistenza di esperienze come Oppositions (che pura ha avuto come protagonista proprio lo Iuav) e S,M,L,XL o di autori come Colin Rowe e Charles Jencks?
    Forse non sarebbe il caso di far scendere dal piedistallo gli approcci tradizionali e di cominciare a interiorizzarli, smontandoli e rimontandoli come fa un bambino quando vuol capire come funziona un giocattolo che lo appassiona? Non disegnare tanto per disegnare, ma capire cosa e perché lo si disegna, se è veramente la miglior cosa possibile che si può disegnare, e se c’è un motivo coerente perché disegno quella cosa e non un’altra.
    Mi piacerebbe che qualcuno esprimesse il proprio parere sulla questione e magari riuscire a discuterne, visto che di queste cose purtroppo riesco a parlare solo in treno con qualche collega che ogni tanto intraprende qualche lettura non convenzionale.
    Grazie

  14. Filippo De Dominicis ha detto:

    Caro Davide io sono qui a questionare proprio di quel di cui tu parli da due tre interventi.Il punto è che qui si parla della dittatura e dell’idolatria che certi personaggi esercitano a mio avviso,forti del loro ruolo accademico e a prescindere dal loro modo di fare o non fare(sarebbe piu appropriatodire)architettura,senza entrare in merito delle loro ragioni fondanti,piu o meno interessanti.Il punto è l’oscurantismo in nome della difesa a oltranza dei quartieri Zen disseminati in Italia;il punto è ascoltare conferenze di chi dice che poi,in fondo,lo Zen era un bell’esperimento perchè riprendeva il tema dell’insula romana;il punto è che si dica:si fanno morfemi;e non:si fanno morfemi E si impara da las vegas.Il punto è che quando tu sei stato studente(io lo sono ancora)si imponeva la progettazione del Gallaratese”n’importe ou”,senza andare a cercare le ragioni di quel Gallaretese lì e allora…

  15. Davide Cavinato ha detto:

    Credo che tu abbia centrato in pieno la questione. Non sono così sicuro che l’abbiano fatto altri…Vedo bene che c’è chi predica bene e razzola malissimo, come dici tu. E nel mio intervento ho specificato di provenire da un contesto, quello veneziano, che di oscurantisti e idoli dello star system accademico è strapieno, non fosse altro che per la presenza IN TOTO della redazione di una certa rivista di architettura nazionale che ormai credo oggi serva quasi più a capire ciò che va di moda all’università, più che a capire quali tendenze animino il dibattito architettonico internazionale. E vorrei ricordarti che il progettista dello Zen, tra l’altro direttore a suo tempo di quella rivista, da noi ci ha insegnato per anni, e ci è pure andato in pensione. Come pure hanno insegnato altri personaggi sovente nominati in questo blog…per cui, conosco benino la faccenda.
    E ti dirò che sono d’accordo che di fronte al baloccarsi con teorie e architetture di carta (attenzione, di carta perché solo disegnate, nulla a che vedere con le cardboard houses di un altro personaggio di un certo spessore, e di cui confesso di essere un ammiratore) poi i risultati siano il più delle volte sconfortanti, e gli esempi abbondano. E su questo credo siamo tutti d’accordo, tra coloro i quali sono intervenuti in questa discussione. Ma non ho colto con chiarezza invece un’esigenza diversa. E’ vero che non si può dire che si fanno i morfemi imparando da Las Vegas, ma credo altresì che non basti criticare questo SOLO perché va contro un concetto architettonico precostituito, ad esempio la citata antitesi cacofonica tra il concetto di muro e la parete di Fuksas. Perché altrimenti puniamo, giustamente, ribadisco, chi ci riempie di quartieri Zen e simili, ma salviamo altresì chi ci sommerge, ovunque in Italia, di epigoni PoMo rossiani più o meno tristi per cui, soprattutto nei piccoli centri (e il mio è da manuale in questo senso), l’architetto di provincia di turno disegna un edificio triste, ma tanto triste, che non è altro che un’accozzaglia di citazioni rossiane senza capo né coda, probabilmente perché è l’unico architetto che nella sua carriera universitaria è riuscito a copiare bene, essendo tra l’altro anche stereometricamente non così complesso. Io credo che siano due condizioni ugualmente gravi, e due situazioni ugualmente esecrabili. Ma credo che sia sbagliatissimo pensare che la cultura architettonica universitaria italiana possa crescere se si continua a credere che, siccome se si parla di aria fritta allora si producono ecomostri (leggi teorie, morfemi o come volete chiamarli), allora bisogna continuare a progettare alla maniera di n’importe où. Credo che finalmente si debba cominciare a interrogarsi sul METODO, sulla SOSTANZA concreta del fare progettuale, sostanza concreta con cui non intendo la cultura tecnologica (beninteso, IMPRESCINDIBILE…e qui non ci piove), bensì i MATERIALI della composizione: il contesto, i vincoli, la storia. Non ho citato a caso esperienze come Kohlaas, Eisenman, Opposition, Jencks, Rowe, ma potrei citare Kevin Lynch, Alexander, Chermayeff, Cullen…ovviamente non santoni da prendere alla lettera, ma precursori di un certo modo di concepire la disciplina progettuale e l’approccio al progetto, che hanno fornito un contributo che ha anticipato di anni questioni che sono oggi di estrema attualità (dispersione, frammento, elementarismo, approccio strutturalista, ecc.). Mi piacerebbe chiedere alla gran parte di studenti della laurea triennale se hanno mai sentito parlare di questi signori da uno dei loro professori…A me è successo molto raramente, e ringrazierò eternamente coloro che l’hanno fatto. Ma questi sono stranieri…possibile che non mi sia MAI successo di sentire parlare da un insegnante di progettazione del lavoro critico di Bruno Zevi? Mah…
    Se nelle università si INSEGNASSE a progettare, e non a scegliere bene chi copiare, probabilmente ogni studente rischierebbe maggiormente di sbagliare e magari di bruciare una sessione dietro a un progetto, e probabilmente aumenterebbe anche il numero di errori, o anche orrori, commessi nelle varie esercitazioni progettuali. Ma sono altrettanto convinto che se aumentasse la probabilità di vedere errori disegnati durante gli anni all’università, di sicuro diminuirebbe il rischio di vedere orrori costruiti nelle nostre città.

  16. Filippo De Dominicis ha detto:

    Sono esattamente d’accordo.Sotto questo punto di vista credo che il metodo d’insegnamento debba essere per nulla “moderno” e assolutamente “postmoderno”.Direi quasi eterodosso fino alla volgarità..la volgarità opposta a quella dell’ortodossia dei cultori del non-dubbio.Charles Jencks è spassosissimo da leggere esattamente quanto complesso è Aldo Rossi.E perchè privare lo studente di questa contraddizione,di questi materiali,anche di quel Koolhaas che parla della architettura come palla al piede dell’uomo?Perchè lo studente non puo trovare il suo spazio tra questi capisaldi,piuttosto che arrabattarsi a cercare il “custode” come direbbe l’ex pensionato Iuav e ora ordinario a Valle Giulia?Il problema è una certa autoreferenzialità che esclude tutto il resto.Penso a Robert Venturi come un maestro dell’insegnamento dell’architettura.

  17. Davide Cavinato ha detto:

    Sul Bob Venturi maestro d’insegnamento nulla da eccepire, ma solo maestro d’insegnamento ok, fermiamoci lì…Comunque credo che non ci possa essere sintesi migliore. Almeno scopro che, a un passo dal concludere lo Iuav (già, sono studente anch’io), c’è qualcun altro in giro per l’Italia che si fa le stesse domande che mi faccio io. E ciò mi conforta. Grazie

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