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Pubblicato in Architettura
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Palmarola 1970 o … degli «Ortiveri» …
Da Giancarlo Galassi: …
“Testimonianze raccolte al bar in cambio di un Campari.
Palmarola era proprietà del Conte Manzolini di Campoleone che
possedeva ampi settori dell’agro romano fino alla Giustiniana e ben
oltre (Terminillo?). Il Conte, servendosi di un intermediario detto il
«sensale», ha lottizzato e venduto il terreno in lotti di circa 1000 mq
su percorsi perpendicolari a quello principale di crinale che era ed è
via Casal del Marmo.
•
Il processo – studiato per questa periferia dall’arch. Paolo Carlotti
nei suoi introvabili scritti – è pari pari quello di formazione delle
nostre città storiche e Gianfranco Caniggia, come ho già avuto modo di
raccontare, andava in queste periferie abusive per studiare le ricadute
linguistiche dell’architettura medio borghese dei «Monaco e
Luccichenti» e comprendere come distillare il proprio linguaggio
architettonico (confrontare gli esempi che pubblica in «Progetto dell’
edilizia di base» e che ai tempi suscitarono polemiche e sguardi di
sufficienza per la loro spoglia essenzialità): occorre imparare a
parlare Architettura dalla base per liberarsi da decadenze «letterarie»
(poi, naturalmente, come diceva: «Bisogna anche essere anche bravi!» e
in quel «bravo» c’è l’Architetto).
•
L’inizio di Palmarola sono le case di via Inzago (per il gentile
Pietro Pagliardini se ha voglia di googlemapparsi) e le case erano
autocostruite il sabato e la domenica dagli stessi proprietari che nei
giorni feriali lavoravano nell’edilizia palazzinara legalizzata,
opportunamente coadiuvati da piccole imprese che fornivano i mezzi
meccanici più pesanti,.
Questi manovali o operai specializzati, carpentieri, muratori,
maiolicatori, pittori ecc., insieme a tutti i membri della famiglia – a
dieci anni, maschio o femmina, pala carriola e andare su ponteggi
traballanti – praticavano il «baratto» di professionalità: tu mi fai
il cemento armato e io vengo da te per i rivestimenti di bagni e
cucina. E’ così che si sono costruiti l’appartamento per la propria
famiglia e la predisposizione per l’alloggio della futura famiglia dei
figli lasciando spuntare dai corpi di fabbrica i ferri di attesa per
prolungare pilastri e travi.
•
Prima si faceva un piano e, appena completato il primo appartamento,
subito si andava ad abitare (una necessità!), poi si passava al secondo
piano, poi a un terzo, oppure si costruiva precisamente tutta una mezza
palazzina tagliata con il coltello in verticale in corrispondenza di un
lato del vano scala. A decidere l’avanzamento dei lavori erano le
disponibilità finanziarie familiari fatte di duri sacrifici.
•
Anche i servizi fondamentali erano autocostruiti: le fogne gettavano
nella «marana» che, inquinatissima, è stata tombata quindici anni fa
con la costruzione a valle della borgata di un depuratore.
•
Gli indispensabili progetti erano letteralmente «riciclati» da quelli
dell’edilizia legale, se non addirittura trafugati, ed erano ovviamente
completi del disegno delle carpenterie del cemento armato (ecco perché
questi autocostruttori anziché casette come all’Alessandrino hanno
potuto realizzare palazzine).
Le cianografie sbiaditissime erano fornite dal sensale e «validate»
dal timbro di qualche anziano o addirittura defunto architetto o
geometra quale garanzia agli acquirenti che la casa realizzabile sul
loro lotto fosse «vera» e potesse stare in piedi.
Spesso lo stesso progetto era usato più volte e quindi molte
palazzine sono pressoché identiche diversificandosi appena in qualche
allineamento di finestra o, più evidentemente, nelle finiture:
decorazioni dei rivestimenti, disegni delle inferriate dei balconi
ecc.
•
Il timbro del tecnico, comunque, non era MAI finalizzato a ottenere
autorizzazioni edilizie dal Comune che, all’epoca, era amministrato
dalla sinistra e tollerava l’abusivismo non volendo mettersi contro gli
edili, la classe operaia più numerosa sul territorio.
•
E così Roma è finita sempre più stretta da un lato dalla grande
speculazione borghese del Vaticano e delle «Immobiliari» e dall’altro
dalla piccola speculazione proletaria.
L’ultimo paragrafo sulla «perequazione edilizia» che, di fatto, rende
legale OGGI un consumo del territorio non molto differente da quello
descritto (e sia sufficiente contare le gru facendo il giro del
Raccordo Anulare) non lo scrivo per conservarmi in uno stato di ansia e
di attesa sul futuro del territorio.”
G.G.
Pubblicato in Architettura
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