“Come per frante, litiche armonie” … gli “spalti” di Saito …

saito 1 LE COSE DEL TEMPO

Torniamo, oggi, sul lavoro recente di Mauro Saito; qualche anno fa presentando, insieme ad altri progetti, la “casa” di Laterza esposta alla “Sezione Italiana” della Biennale di architettura del ’96 avevamo già cercato di abbozzarne una sintetica biografia intellettuale e professionale: un itinerario che già mostrava i segni di un interessante percorso tra i luoghi e i significati che la sua generazione frequentava da tempo e insieme cercava di decifrare “costruendo e ricostruendo” il senso di un mestiere, ogni giorno più complesso. Fin da allora, il lavoro tenace di questo architetto di cui condividiamo, oltre alla comune appartenenza generazionale una serie di attenzioni, di debolezze, di derive e di passioni, appariva chiaramente indirizzato nel dar forma e risposta ad una domanda di architettura differenziata che proveniva dalle occasioni e dai luoghi diversi e peculiari che aveva scelto come deposito della sua esperienza esistenziale. Il contesto, quello del territorio meridionale che dalla Lucania al Salento, dalle Murge al Metapontino, dalla Terra di Bari alle piane messapiche, Saito aveva scelto quale luogo di vita e di lavoro diventava così occasione e pretesto per la verifica di una sua specifica forma di confronto con la realtà scabra e affascinante dei siti e capace quindi di interagire intimamente con il senso più vero e profondo della sua ormai ricca e diversificata fenomenologia progettuale. Tra questi luoghi pietrosi, scavati, pieni di fascino e di suggestioni è stata, naturalmente, la città di Matera a costituirsi quale paradigma principale ancorché ancipite, quale punto fermo nel confronto dinamico e sempre aperto tra natura e cultura, tra passato e presente, tra tradizione e innovazione, tra la dimensione apparentemente barbarica e primitiva dei luoghi e dei comportamenti e le sottili e sofisticate corrispondenze di più arcani significati e di più ancestrali bisogni, a supportare il suo sogno di intellettuale e il suo mestiere di architetto. Già Ludovico Quaroni, Ettore Stella e i La Padula, solo per fare qualche nome, erano stati irretiti dal fascino oscuro di una primitività colta e complessa violentemente confrontata con le sperimentazioni di una modernità elementare, solare, semplificata, allogena e, di altro segno primitiva, agli esordi. Oggi, che nuove sensibilità sono venute maturando alla luce degli ultimi decenni e che tutto si rimescola nella ricerca di una più ricca fenomenologia di esperienze tese a legittimare il più ampio ventaglio degli atteggiamenti troviamo quindi gli architetti più sensibili, colti e consapevoli alle prese con le aporie di un linguaggio, di più linguaggi, che cercano di instaurare un dialogo difficile, ma possibile e necessario, tra i modi e i luoghi più lontani, a misurare distanze, a risarcire differenze, a suggerire esiti possibili, a rispondere a domande nuove e a interrogativi antichissimi, insieme. Una casa, un rudere, una piazza, una scuola, un centro commerciale pongono oggi chi progetta di fronte agli interrogativi di sempre per rendere plausibile e compatibile un’opera, un manufatto, quale che sia, con il luogo, con il senso dei luoghi, con la memoria del passato ancora latente e con le aspettative di un presente che si offre al più ampio ventaglio delle sperimentazioni senza rinnegarne il necessario radicamento nel suo contesto fisico o culturale. Ecco così che prendono forma i tanti, diversi progetti capaci, tutti e ciascuno, di farsi veicolo e tramite per una rilettura critica dei valori trasmessi dalla storia e dalla morfologia più volte stratificata delle cose costruite e che allo stesso tempo si caricano di allusioni e di simboli, di funzioni e di messaggi che vogliono e sono capaci di mettere in sintonia il passato col presente, innescando un dialogo che nel futuro potrà essere riletto come testo specifico e cifra caratteristica di questa nostra stagione della storia. Progetti diversi, per scala e per funzione, che intervengono in contesti urbani fortemente segnati da preesistenze ricche di testimonianze, oppure che si collocano in ambiti periferici e meno caratterizzati, ma che colgono tutti il senso di un rapporto, di un dialogo fecondo con le forme e i valori prevalenti del sito: le antiche tessiture lapidee dei muri, i segni aulici di una storicità fortemente connotata da presenze saltuariamente barocche, ma anche più remote e pure contemporanee, il senso di un’antica difesa o di un “vuoto” urbano, quello di un tracciato o di un materiale, quello di una cavità naturale o artificiale che, come la lacerazione di una gravina o di una cava a cielo aperto con le sue ferite e le sue sdentate texture meccaniche a taglio di sega, oppure come le tracce di un più minuto lavoro di scavo millenario e manuale, ma anche del vento e delle acque, erosioni, quasi graffiti senza tempo, segni pieni di significati tellurici e materiali che si fanno tutti, paesaggio, scenario, edificio, costruzione, segno: architettura. Le pietre meridionali, i tufi apuli, i sassi lucani, le gravine, le cave e gli ulivi sono stati quindi per Saito quelle stesse “frante e litiche armonie” che già furono per il giovane Janneret le concrezioni geologiche e le forme naturali, altrimenti aspre, del Jura. Le radici classiche e mitteleuropee di Mauro Saito (da Goethe a Schinkel, da Loos a Rilke), si leggono quindi chiaramente nella ricerca assidua di un rinnovato rapporto con i luoghi del mediterraneo e in una certa mercuriale impazienza di un approccio colto che gli fa privilegiare, insieme alla necessità del costruire, l’ascolto e le suggestioni mnemoniche di più antiche reminescenze letterarie e le recondite sedimentazioni naturali e culturali nel momento in cui si fanno pretesto vivo per riannodarsi al senso di sempre più nuove, disinibite e spericolate forme di sperimentazione morfologica e linguistica. Da piazza Ridola, vera porta di accesso ai “Sassi” materani, al “borgo” nuovo de La Martella, dalla piazza di Pisticci alle case di Laterza e di Matera, dal castello di Potenza al convento di Ferrandina, dalla banca al centro commerciale di Matera, dalla scuola di Bitonto al lungomare di Santa Maria di Leuca (tutte oggetto, qualche anno fa, di una fortunata e itinerante esposizione) si assiste, quindi e comunque, allo sviluppo progressivo di un itinerario fatto di voraci inclusioni metalinguistiche che, di volta in volta, significano anche dell’autentica riappropriazione logica di questo o di quel segmento della storia, della memoria, dell’esperienza e della vita di quell’immenso serbatoio di “cose” di cui si sostanzia il senso più profondo dell’architettura di ieri come pure di quella d’oggi.

Ricontestualizzando ora quelle esperienze nell’arco più ampio di un itinerario ormai quasi ventennale possiamo quindi ulteriormente apprezzare lo sforzo di un percorso progettuale da tempo indirizzato con la matura consapevolezza di chi dell’esperienza sedimentata in tanti anni ha saputo far tesoro confermandoci nella convinzione che la miglior scuola sia l’esperienza e che, di fatto, sia proprio costruendo che si imparano, assimilandole, giorno per giorno, le arti sottili di un mestiere fatto di armonie segrete e di più pragmatiche risposte alle domande di sempre. Nelle pagine che seguono possiamo quindi rileggere la messa a punto di un linguaggio e di una morfologia attualizzati da un’aderenza alle nuove dimensioni espressive, ma che attraverso l’uso dei materiali e degli usi della tradizione si stemperano in un rapporto dialettico e costruttivo con i luoghi fisici del contesto e quelli di una disseminata memoria storica ove, superate le rudimentali asprezze metodologiche della prima e della seconda modernità, ci si avvia quindi ad un più pacato e ragionante rapporto con le cose, con i tracciati semantici del senso più profondo e vivo della costruzione. E’ in tale prospettiva che anche l’uso di un disegno, spesso assai sofisticato graficamente e insieme dichiaratamente allusivo di un rapporto intrinseco con i valori di una forma concreta e di procedimenti ove l’assemblaggio iconico si traduce in concrezione strutturale e materia del progetto, riesce quindi a costituirsi quale argomento specifico di più complesse e profonde contaminazioni del senso. E’ questo un disegno che è simbolo, figura e progetto insieme e che riesce a sottolineare quanto e come l’essere moderni, contemporanei dell’oggi, significhi appunto riuscire e fare i conti con la storia e con il contesto senza scorciatoie e senza folgorazioni semplificanti, anzi sottolineando ulteriormente, anche e proprio attraverso le fascinazioni virtuali dell’immagine, le località successive di un itinerario che resterà comunque paziente ricerca di un rapporto con le cose del tempo di sempre, di ieri e di oggi, della tradizione e della storia. Sono quindi costruzioni, quelle di Saito, che ben individuano la scala e la via di un’architettura possibile, concreta, autentica nella sua capacità di farsi carico di una domanda diffusa di qualità edilizia che viene dal basso, che promana dalla richiesta quotidiana di un’attenzione e di un servizio, dal bisogno di un esercizio artigianale, colto, sofisticato e che per questo non ha bisogno, anzi rifugge programmaticamente, dalla volgarità del gesto eclatante, dall’illusione di poter segnare attraverso il diffuso malvezzo di un’autografia urlata la più distesa e naturale evoluzione di un contesto già segnato dai mille flessi e dalle mille fessure della storia, dagli infiniti cretti della memoria e che non attende altro da una rinnovata richiesta di ascolto dei tanti suggerimenti che, più e meno sommessamente, da essa, naturalmente, già promanano

G.M. Roma, maggio ’04

In MAURO SAITO, opere e progetti 1989-2013, Libria, Melfi 2013.

saito 2

MAURO SAITO … ALL’IN/ARCH …

Pubblicato in Architettura | Lascia un commento

del debbio valle giulia

Pubblicato in Architettura | Lascia un commento

2a + p = 63 …

640px-"_14_-_ITALY_-_Stair_drawing_-_Scale_disegno_con_note

Pubblicato in Architettura | Lascia un commento

QUANDO UNO DICE: “I TEDESCHI” …

338d8cdf77

Friedrich-Mielke-Institut für Scalalogie …

 Publikationen

Pubblicato in Architettura | Lascia un commento

I GRADINI DELLA SAPIENZA …

126234226_b24f323dfa_o

Vajelo a spiegà ar tedesco …

questa è Arte …

‘n sonetto …

‘na poesia …

mica cazzi …

 

Sulle scale della Sapienza …

W la ricerca … Vinca il peggiore …

Valle Giulia … tra uccelli e pantere …

il peso della storia …

Pubblicato in Architettura | Lascia un commento

ATTENTI AR GRADINO! … LA “SCALALOGIE” VI ASSISTE …

scalalogie

Friedrich-Mielke-Institut für Scalalogie – Ostbayerische …

 Dobbiamo ringaziare il divino Rem …

per averci fatto conoscere …

una branca fondamentale della ricerca architettonica: …

la “SCALALOGIA” …

la: “Scienza delle scale” …

chi le scende e chi le sale …

a questo mondo, non si finisce mai di imparare …

Schermata 2014-06-08 a 11.56.29Quando il mondo è fatto a scale
Schermata 2014-06-08 a 11.57.02

Pubblicato in Architettura | Lascia un commento

? “Vuote parole per giustificare il vuoto” ? …

CAM01416 Da Sergio Marzetti: …

“Caro Prof.
come diceva Giancarlo, sono un assiduo frequentatore di Archiwatch (qualcuno se ne sarà accorto e dirà: “Anche troppo”). L’istintiva amicizia con Giancarlo da parte mia nasceva dalla mia ammirazione per lo studioso per chi, come lei, sa entrare nello specifico dei suoi interessi. Forse per Giancarlo invece la sua amicizia nasceva dalla curiosità dir capire, attraverso me, una generazione che aveva attraversato, lei lo sa bene, tempi pieni, tempi carichi di tanti personaggi, di tante cose, di tanto presente e tanto futuro. Gli sembrava strano che da tanto fervore ne fossi uscito tranquillo e sereno., che, forse per carattere, forse per cecità, forse per provincialismo, avesse vissuto Il ’68 come pura e semplice esplosione di vitalità e non come una nemesi, un anabasi . Io non dovevo vendicarmi di nulla, anzi quegli anni sessanta erano stati un dono del cielo e, nelle mie attese, il viaggio che avevo intrapreso doveva durare cinque anni sereni e poi via a lavorare. Ci ho messo un po’ di più di cinque anni ma così è stato. Sono stato un solitario, non perché volessi escludermi, ho fatto le necessarie esperienze in buoni studi professionali, mantengo buone amicizie con alcuni compagni di corso ma più in là del contatto diretto con i miei falegnami, muratori, piastrellisti, elettricisti, non son voluto andare (Mancanza d’ambizione? Accettazione di personale incapacità? Accettazione dei miei limiti? Non tanto stupido da non capire che, faustianamente, qualcosa avrei dovuto pagare per il successo e io non volevo pagare niente a nessuno. Qualche mio amico e compagno ne è uscito male, Sandro addirittura c’è morto) Un pesce d’acquario piuttosto che un pesce d’alto mare. Però ho amato la mia professione, i dibattiti che, allargando i loro orizzonti, mi sembrava si impoverissero di concretezze, le concretezze tanto necessarie verso i miei committenti. Per questo sono così attaccato ad Archiwatch. E’ il mio filo d’Arianna che mi conduce. Stavo appena leggendo i primi articoli sulla Biennale, ho riso di nuovo con “SEDIA CON CORPO ADAGIATO”. “I Fondamenti”!…mmmhhh! Intrigante! Ma sto sempre lì, anche adesso che ho lasciato il mio tavolo (mai stato capace di lavorare al computer). Quando è che l’Architettura diventa linguaggio, storia, sentimento? Sappiamo tutto dei motivi, delle ragioni dell’Architettura e dei protagonisti del passato ma, come il critico della Biennale nel film di Albertone, adesso non sappiamo andare al di là di vuote parole per giustificare il vuoto. Due esempi, veloci, veloci? Quando passo davanti la Facoltà di legge di Pasquali vedo l’Architettura necessaria allo scopo per cui è stata disegnata, passo davanti al Centro Congressi all’EUR e per me potrebbe essere anche il bacino, solo un po’ più elegante, dove smantelleranno la “Concordia”. Entro nel Museo Ebraico di Libeskind e rimango perplesso di fronte ai pilastri storti e ai rami scomposti delle travi. Poi un semplice disegno di un internato mi fa riconoscere che l’Architettura può e, quando necessario, deve essere anche carne viva, un urlo o un sommesso sospiro. Qual è la chiave per poter dire: Questo sì, questo no? Oppure, e per chi è cresciuto sotto l’ampia e sicura protezione crociana, zeviana del secolo scorso questo sarebbe la tragedia finale( Per questo Zevi si dimise?), “un mucchio di sassi scomposti diventano paesaggi megalitici, lunari, misteriosi che imprimono alle pietre un interessante movimento”? Sostituisci a “sassi” la parola “edifici” e siamo sull’orlo del burrone.”

S.M.

CAM01419

Pubblicato in Architettura | 3 commenti

LA BIENNALE …

Biennale 78Da Mauro Risi: …

“Alberto Sordi e Anna Longhi alla Biennale di Venezia del 1978

Splendidi e attualissimi……
La Longhi seduta e ammirata come opera d’arte (circa dall’8:00 minuto) è un vero FONDAMENTALE…..”SEDIA CON CORPO ADAGIATO”
Altro che Rem….”

MAURO

Pubblicato in Architettura | Lascia un commento

BOOOM …

booom ...Demolizione al tritolo, grattacielo giù …

Pubblicato in Architettura | 1 commento

LIVING XXL-STYLE …

Schermata 2014-06-06 a 15.15.38Da Cossu Toni architetti: …

“The human dignity of the Corviale in Rome…
http://blog.leica-camera.com/photographers/interviews/andrea-boccalini-capturing-the-human-dignity-of-the-corviale-in-rome/
saluti
cristiano

Schermata 2014-06-06 a 15.18.06Watch a video on Andrea’s reportage here.

Pubblicato in Architettura | Lascia un commento