Maestri dell’archicefalicismo …

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IL BELLO DELL’ARCHITETTURA E’ CHE …


sergio 43 commented on A FRANK … BECCHETE ‘STO SPIRALONE … NUN TE RICORDA GNENTE? …

L’altro giorno guidavo una visita ai Giardini Vaticani. Ho illustrato, per scaldare l’atmosfera e le attese, il nuovo ingresso anticipandone, con le sue rampe in ascesa, il richiamo alla vecchia entrata. Dopo la godibile passeggiata lungo il verde dei viali, il percorso ci ha portati definitivamente all’uscita. Affacciati dall’alto ho richiamato l’attenzione sulla visibilissima genesi del Guggenheim di New York da quella spirale che si avvitava sotto di noi. “E guardate , guardate il lucernario!”, mi entusiasmavo volendo tramettere con le parole l’orgoglio che uno dei massimi architetti, uno che fno ad allora aveva tratto ispirazione dalle lontane case della prateria dei primi e avventurosi pioneri del Nuovo Continente, purtuttavia, avuto l’incarico per un museo nella modernissima metropoli d’oltre oceano, suggestionato da tutto quello che aveva visto nel più nobile dei Musei del Vecchio Continente, a quel Museo si voleva ispirare (mi mancava il dato sul quando e sul come avesse visto questo capolavoro ma, su questo, ho glissato). “Pensate!” continuavo con voce grave “Il più orgoglioso degli architetti aveva compreso in tutta umiltà che, di tanto splendore, anche lui, così bravo e fecondo, era degno soltanto di richiamarsi alla “porta d’uscita” dei Musei Vaticani. Considerate poi….”… poi mi sono interrotto, un pò mortificato per i miei voli pindarici, quando ho visto che il gruppo…che poi era costituito sola da mia moglie, si allontanava definitivamente annoiata e l’ho seguita in silenzio, avvitandomi verso il basso.

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TEDESCO RUSTICO NAPOLETANO …


ELDORADO commented on Beati i puri di cuore perché vedranno dio … Post 2 …

AAA .. a proposito di puri di cuore …
consiglio per gli acquisti: correte, ac-correte, muratorini de Roma: ancora pochi giorni e poi chiude, … chiude a Roma-centro una bella mostra di Richard Dolker (e chi è?) a via della Stelletta 32 … io ci sono stato per l’inaugurazione … e poi oggi ho terminato una lunga riflessione sul tema….
Ne ho tagliato un pezzo, circa 100 grammi, per Voi, spero vi piaccia la mia cucina … per alimentare il dibattto sull’oggetto paesano, la mia passione:

“…… Richard Dolker confeziona così per primo a Vietri sul mare furbi cliché alla Mulino bianco; riduzioni culturali di tutti i generi e degeneri … fino al familismo dei segni vietresi odierni …; e questo perché tutto ciò che faceva ha avuto una straordinaria fortuna e fioritura.
Il tedesco Richard Dolker fissa negli anni venti del ‘900 il nuovo immaginario del luogo, … immettendo dolcemente nuovi soggetti e inediti motivi decorativi … crea una nuova tradizione, … crea nuova appartenenza …; poi si son fatte politiche identitarie, … velleitarie … difensive, offensive.
Dolker riscopre la forza e la bellezza del “paesano”, del rustico, … e per questa via reinventa il vernacolo vietrese moderno. La sua bella vernacolarità è sempre miracolosa e si mantiene sempre su un filo sottile; non è mai banalizzata a quello che sarà lo “stile vietrese”, cioè a qualcosa di appiccicato e decorativamente indifferente, questo è importante, alla sostanza architettonica del vaso, del piatto, della brocca, del corpo ceramico “cafone”, …. anzi.

Guardo questi pezzi in mostra e penso che Dolker fa ceramiche con cuore e passione progettuale …. con molto sesso dentro. La sua cifra è sempre furba, artistico – commercial – commerciabile; i suoi sono exempla … modelli, didattica estesa …. poi i lavoranti vietresi ci “giocano” su, … rendono il pezzo originario di Dolker “arte attenuata” & pratica decorata … gustosa, appetibile, moltiplicabile ..; in modo doroteo lo smussano di quella durezza di segno di provenienza nordica e lo fanno più morbido e appetibile ai più. Nel tentativo (riuscito) di fare “un prodotto giusto e commerciale”, come da titolo di un mio libello che fu.

Questo passaggio progettuale-operativo tra artista e artigiano è una cosa straordinaria; un risultato unico tra le città della ceramica italiana della tradizione da rinnovare nel primo ‘900: Albisola, in quegli stessi anni venti – trenta e seguenti, non ci riesce, non ci fu integrazione e sana con fusione: restano due culture, due livelli, due produzioni: la ceramica alta e difficile degli artisti e quella “bassa” e “facile” (se non facilona) del popolo; nemmeno Faenza ci riesce: resiste il collaudatissimo “garofano” e non si afferma una diffusa “nuova tradizione” commerciale ‘900; forse Deruta e la produzione della “Fabbrica Grande”, per qualche verso, centra l’obiettivo mixato … specie nella produzione massiva e diffusa degli anni cinquanta-sessanta del ‘900, …”

Basta, … taglio, … è troppo, il chinotto. Vi allego anche un paio di immagini.
Saluti rustici,

Eduardo Alamaro

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GUNNAR ASPLUND IN ORDINE SPARSO … Post 9 …

In uno dei primi studi di Asplund per Villa Stennäs la tecnica
costruttiva adottata è ancora quella a “panconi” di Villa Tallom. Ma
ancora più fedele alla tradizionale è l’impianto distributivo che,
riprendendo quello rurale tipico, intende definire una “corte”
antistante la casa con un lungo fronte ottenuto mettendo in fila,
anziché fienili e rustici, le diverse stanze, una dopo l’altra,
ciascuna per di più fondata su un livello diverso ad assecondare
l’orografia. I pochi gradini necessari per superare i salti di quota
sono contenuti all’interno di volumi più bassi di collegamento tra le
diverse cellule.

In uno studio successivo sono “battuti” i piani dei pavimenti a
partire da sinistra, dall’ingresso verso il bosco, da intendersi a
quota 0.00, si scende poi a – 0.75 nelle stanze al centro e poi a –
1,05 nel soggiorno a destra con il grande camino. Già in questo studio
però, l’esilità delle pareti perimetrali indica che al sistema a
panconi è stato preferito uno a transenna, una soluzione che mi sembra
derivi direttamente dalle figure del manuale del Wachsman che riportano
questa tecnologia in Europa aggiornata al Balloon Frame americano.

Asplund conserva però il valore decorativo del disegno a righe
orizzontali dei tronchi e l’ottiene con la fitta perlinatura delle
doghe esterne inchiodata ai ritti portanti. Una trama elegante
(visibile in sezione nel trattamento dei gradini della scala in legno
sul retro) che credo inganni Adams [2012] che dà Villa Stennäs
costruita in mattoni mentre in mattoni mi sembrano solo i camini (per
ovvie ragioni) e le fondamenta come da dettaglio tecnico sempre in
Wachsman.

Di quest’ultimo, a proposito dell’interpretazione moderna di Asplund
della tradizione e dello stile a Villa Stennäs, vale riportare
testualmente [pgg. 19-20] quanto scrive a proposito della tecnologia a
transenna:
«Si fa strada la coscienza che il vero ornamento di un’opera stia
nell’acuto ingegno della sua costruzione e nella sua forma
dichiaratamente organica. Quando l’architetto e l’ingegnere si servono
di tutti gli aiuti tecnici che le macchine gli consegnano, vengono
trovate tutte quelle soluzioni che ci destano meraviglia attraverso la
bellezza e la leggerezza della loro costruzione e, senza nulla dover
aggiungere, già possiedono inconsapevolmente il loro pregio artistico.
[…] Questo modo di costruire in legno porta a una nuova forma di casa
che reca in sé tutti i segni caratteristici della sua costruzione. Esso
infrange il quadro che si era stabilito sui metodi di costruzione
finora noti. Permette le stesse possibilità di uso e creazione di tutti
gli altri materiali da costruzione, come l’acciaio, il cemento o
simili. Dall’unione del metodo americano di impiego esclusivamente
statico del legno in date dimensioni con le istanze tedesche di
qualità, hanno origine nuovi sistemi costruttivi che, a fronte di una
maggior leggerezza della costruzione, nulla perdono in solidità e
durata».

Giancarlo Galassi :G

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COR TELEFONINO E ‘A TAVOLETTA … LA PUBBLICITA’ E’ L’ANIMA DER COMMERCIO …

David Hockney’s iPad Art On Display At Royal Academy

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“Racconta la tua Roma”: la foto vincente …

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LA SCUOLA E’ MORTA … VIVA LA SCUOLA …

Rimestando tra vecchie cose …

un vecchissimo articolo …

pubblicato su Rassegna di Architettura ed Urbanistica …

più di dieci anni fa, …

ma, probabilmente, …

la situazione è ancora peggiorata …

Nell’introdurre su queste stesse pagine (“Rassegna …” N°.35-36), nell’ormai lontano 1975, un mio lungo, noiosissimo, datatissimo e pletorico saggio intitolato “Dalla composizione al progetto” non potei fare a meno di utilizzare in apertura una citazione tratta dal “Manuale dell’Architetto” di Daniele Donghi che, tra l’altro diceva “… Non possono chiamarsi architetti coloro che sono lanciati nel mondo da certi istituti nostri, creatori di illusi! …”

E’ passato già di un quarto di secolo da quel mio scritto e quasi un secolo intero dalle parole del Donghi, ma le cose, oggi come allora, sembrano, più o meno confermare che, sull’argomento, la situazione sia, non ostante tutto, pressoché immutabile.

Si tratta probabilmente di un dato genetico della nostra condizione di architetti quella di vivere una speciale insoddisfazione nei confronti dei dati ultimi della ricerca, della sperimentazione e dei linguaggi più recenti, ma, a ben vedere, si tratta altresì di un dato in certo qual modo  anche oggettivo che uno sguardo anche superficiale ai risultati della “sperimentazione” didattica di questi anni recenti non fa altro che confermare ulteriormente.

L’accanimento e la superficialità con il quale negli ultimi anni, in sede accademica, si è affrontato il tema del progetto di architettura senza riuscire a coglierne il senso più profondo, anzi eludendone i perché più sostanziali e confermandone invece marginalità, tautologie e artificiosità, ha condotto ad una specie di rimbambimento di massa cui le “rinnovate” strutture della didattica danno alimento ulteriore.

Allo stesso tempo la funzione disgregante e diseducativa delle più note riviste d’architettura che, come è ovvio, sono da sempre il veicolo più naturale e accessibile dell’informazione soprattutto destinata alle generazioni più giovani e perciò agli studenti, ha fatto il resto.

E, se è pur vero che con tanto disinvolto cinismo le testate editoriali più affermate vanno producendo guasti evidenti e diffusi soprattutto legati alla incapacità critica e alla fragilità etica di un’intera generazione di modestissimi maitres a penser, non va, d’altro canto, sottovalutata la evidente condizione di disagio di una ancor più vasta pletora di consumatori messi nella evidente impossibilità di non poter comprendere e quindi di non poter giudicare e perciò anche di non poter neppure riconoscere i fenomeni pur gravi e globali che li circondano. Intere generazioni di aspiranti architetti sono così sostanzialmente obbligate al consumo coatto di sottoprodotti dell’industria culturale,   degli “avanzi” di un sedicente dibattito globale. Intere generazioni che si accaniscono, quasi sempre inconsapevoli, con l’entusiasmo che è tipico dei più giovani, nel labirinto aggrovigliato del senso del quale è sempre più arduo rintracciare il bandolo. Consumatori, per lo più ingenui, abbacinati dalla lucida patinatura dei media e dal luccichìo delle Soubrette di passaggio, dal loro “mestiere” e sopratutto dai loro astuti ammiccamenti sul palcoscenico della grande comunicazione.

Cattiva coscienza e incultura diffuse scambiate troppe volte per nuovo, attualità, moda, mercato, innovazione, tecnologia, avanguardia e quant’altro, affollano riviste, aule universitarie e seminari internazionali, alimentando situazioni da festival rock e da show televisivo. Il meccanismo dello Star System, anche in Architettura paga i suoi prezzi, ha i suoi meccanismi, i suoi costi, le sue vittime.

In particolare, ci sarebbe da riflettere in profondità sul, più e meno recente, recupero di uno pseudoavanguardismo diffuso e, peraltro, basato sulla rilettura meramente epidermica di fenomeni ampiamente storicizzati che vengono più volte riproposti come la panacea, la risposta necessaria ai nuovi bisogni di “creatività” delle ultime generazioni.

Il mercato dell’immagine, che, in questi ultimi tempi, sacrificando la riflessione e il confronto delle idee, ha pervaso, devastandoli, i valori del progetto di architettura, costituisce ormai lo scenario sul quale si sviluppano e si definiscono, per lo più, anche i suoi  significati ultimi, i suoi etimi più profondi.

In tutto questo la scuola non è più in grado, ma forse non lo è mai stata veramente, di definirsi quale luogo alternativo di una ricerca “alta” e “altra” coivolta e contaminata com’è da altri interessi, altri “mercati”, primo fra tutti quello delle cattedre, che sembra essere ormai l’ultimo e suicida orizzonte dell’istituzione nel suo complesso.

Che dire quindi delle speranze, o meglio delle illusioni che, non ostante tutto, alcuni ancora coltivano rispetto a quello che, bene o male, per molti di noi è stato ormai (ma lo è ancora?) lo scopo di una vita intera?

Forse, ma rendendosi innazitutto ben conto della propria marginalità, istituzionale e disciplinare, si potrebbe ricominciare tutto da zero, contandosi prima, e cercando di ricostruire modestamente un nesso tra le parole e le cose, la tra le immagini e i processi, tra i significati e i valori, per costringerci a dare  ancora un senso a questo nostro lavoro che, malgrado tanti tradimenti e tante cadute, non cessa di coivolgerci e di affascinarci.

G.M.

settembre 2000

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A FRANK … BECCHETE ‘STO SPIRALONE … NUN TE RICORDA GNENTE? …

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ER BIDONE E ER PASTORALE …

QUANNO VEDO ‘STA ROBBA …

QUASI … QUASI … ME COMMOVO …

UN GIORNO POI VE LO SPIEGO …

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TUTTI ALL’EUR …

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