VENERABILI TROMBONI …

memmo54 commented on CHE NUN TE PIACE BAZZANI? …

“Tutta colpa della musica in cui siamo naturalmente versati; tanto che l’italiano ne è diventata la lingua ufficiale.
L’amiamo come amiamo i suoi strumenti.
Agli ottoni riserviamo un sentimento speciale…li veneriamo; i tromboni, poi, sono passione incontenibile…”

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PASOLINI E IL MAESTRO BOLOGNESE …

Pasolini ritrae Longhi

 In che senso Longhi mi è stato maestro

«Che cos’è un maestro? Intanto si capisce soltanto dopo chi è stato il vero maestro: quindi il senso di questa parola ha la sua sede nella memoria come ricostruzione intellettuale anche se non sempre razionale di una realtà comunque vissuta. Nel momento in cui un maestro è effettivamente ed essenzialmente maestro, cioè prima di essere interpretato e ricordato come tale, non è dunque maestro nel senso reale di questa parola. Egli viene vissuto: e la coscienza del suo valore è esistenziale (…)
Longhi era sguainato come una spada. Parlava come nessuno parlava. Il suo lessico era una completa novità. La sua ironia non aveva precedenti. La sua curiosità non aveva modelli. La sua eloquenza non aveva motivazioni. Per un ragazzo oppresso umiliato dalla cultura scolastica, dal conformismo della società fascista, questa era la rivoluzione. Egli cominciava a balbettare dietro al maestro. La cultura che il maestro rivelava e simboleggiava si poneva come alternativa all’intera realtà fino a quel momento conosciuta»

 

 

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CHE NUN TE PIACE BAZZANI? …

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MAXXI GRAND PRIX … TRA WARTER E LUCHINO …

«Maxxi, 90 euro l’anno Spero in un milione di spettatori»

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UN PESCE MULTIPLO PER ZEVI LAURENZIANO …

Galleria nazionale d’arte moderna

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“… la cultura, quella autentica, che lo folgorò diciottenne …”

“Caro professore,
dopo, quando cala l’adrenalina, esco come al solito
macerato emotivamente dalla discussione (per me) esistenzialmente
coinvolgente con Andreatta da Petreschi stamane, insofferente verso i
‘Professionisti’ (dell’insegnamento, dell’architettura di chiese) e
quel loro tentennare di fronte a un impegno verso l’Assolutamente
Significativo (chiamarlo dio con la maiuscola non importa e non era
fondamentale nemmeno nel discorso di Andreatta) che il monsignore
chiedeva a progettisti di edifici sacri.
Un tentennamento non fatto di
dubbio, che ci sta tutto (ma magari!!), ma che pareva derivato dal non
saper proprio cogliere il mistero di un trascendente che da credenti
oppure da atei ci coinvolge in pieno.  Facce, fatti i dovuti omaggi al
monsignore, da Ma che sta a dì?! Ma io che c’entro? Come posso? Ma…
posso? Ma mi riguarda? Io mi intendo di arte! non di risposte ultime!
Oddio…
E allora si intuisce che un’intera generazione ha un’
impreparazione ben più profonda di quella culturale (sarà pure
ferratissima su Le Corbu o Kahn), un’impreparazione che, alla fin fine,
anche quella culturale coinvolge decidendo di priorità e scelte, un’
impreparazione che si può mascherare per una vita intera con una vita
intera da ‘Professionisti’.
Ma non so spiegarmi fino in fondo e ho l’
impressione di guardare pagliuzze altrui e non considerare le mie travi
che invece avverto e fanno male. Ma se stessi zitto non gli faccio un
favore. E nemmeno a me stesso.
Per metterci una pezza invio la
conclusione dell’ultimo libro su Pier Paolo Pasolini. C’entra. Anche se
non pare.
E vada come vada,
Giancarlo Galassi :G

AMORE PER LA TRADIZIONE
Di Pasolini cosa rimane, oltre al suo prezioso «metodo»
intellettuale, fondato su una relazione stretta, cogente, di biografia
e opera, oltre l’immagine della sua morte (come enigma e martirio),
oltre la figura dell’intellettuale pubblico (scandaloso, onnipresente,
profetico: il «personaggio» più memorabile che lui stesso abbia saputo
creare)? Credo che resti l’amore per gli stili del passato, per la
tradizione (letteraria, artistica, architettonica), per la promessa di
felicità che essa contiene.

Forse nessun altro autore italiano della
seconda metà del Novecento l’ha amata in modo così assoluto, straziante
– anche perché la sentiva in pericolo -, assumendola come rivelazione
della realtà stessa, della realtà intesa cioè come Bene, e
trasmettendone l’intima vibrazione, la perturbante bellezza anche agli
analfabeti e ai poveri di spirito. Pasolini è l’ultima incarnazione di
un umanesimo tragico, disperatamente fedele alle pale d’altare delle
chiese sull’Appennino o ai sublimi endecasillabi danteschi.

Ora è lui
che ci parla da quel “louzoùr”, da quel silenzioso chiarore che nelle
sue poesie friulane avvolgeva i morti.  Non c’è verso poetico, riga di
romanzo, immagine di film, dichiarazione in un’intervista che non ci
mostri appunto l’amore tremante, apprensivo e soprattutto contagioso
per la cultura (quella autentica, che lo folgorò diciottenne attraverso
Longhi in un’auletta universitaria), quella cultura che – unica –
permette un possesso reale, pur se metaforico, del mondo (e forse la
felicità). E si tratta di un sentimento tanto più «scandaloso» in un
paese come il nostro, che nei confronti della cultura oscilla da sempre
tra disprezzo e ammirazione ipocrita, tra indifferenza nichilista e
classicismo retorico.

Da Filippo La Porta, Pasolini, Il Mulino,
Bologna 2012.

………………

sarà stata la metà dei Settanta, …

ma ricordo ancora con commozione …

apparire nella penombra di un angolo appartato …

nella biblioteca della Facoltà di Lettere di Bologna …

la mitica lanterna magica del venerabile Longhi …

scrostata, impolverata, piuttosto arruginita …

un feticcio …

un cimelio …

un vera reliquia …

solo per l’atmosfera di quella “visione” …

sarebbe valsa la pena …

essere stati cacciati da Valle Giulia …

Zevi regnante …

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BEATO CHISSELOFA’ ‘R SOFA’ …

Andrea Di Martino commented on PIETRO SU PIETRO …

“Circa l’analisi comparativa tra la Garbatella e quel Laurentino 38 rivendicato da Barucci, ci sarebbe molto da dire, ma preferisco non entrare nel merito, nella consapevolezza che, al di là di una rivendicazione tutt’altro che “a spada tratta” (e già questo la dice lunga), chiunque, visitando i due quartieri (e magari ascoltando le impressioni di chi ci abita da una vita), ha la possibilità di trarre le proprie conclusioni, nella più assoluta autonomia di giudizio. Piuttosto, l’analisi di Pietro circa il rapporto ineludibile tra norme e tipologia, nonche il divertente aneddoto di Ettore, mi riportano alla mente quello che, alla luce di ciò che ho letto, potrei considerare come un ulteriore aneddoto, se mi si passa il termine. Il mio ricordo non riguarda la persona del prof. Barucci, che non conosco, ma di quel Ruggero Lenci (da molti anni cattedratico nella mia facoltà), che, due anni or sono, gli dedicò una monografia, presentata, per l’occasione, all’accademia di San Luca. Orbene, proprio in sede di esame, una delle critiche mosse dal prof. Lenci al mio progetto fu (cito testualmente): “una casa con tre divani (zona conversazione e zona TV, n.d.r.), più che una casa, mi fa pensare ad un negozio di divani”. Tenuto conto che tale critica era estesa all’intero progetto (vi sono tre divani in ogni singolo appartamento, dal simplex di 60 mq fino al duplex di 180), il fatto saliente è che tale presenza (i tre divani in questione), non ha comportato nè un sovradimensionamento dei soggiorni, nè un sottodimensionamento delle camere (che anzi sono al limite minimo previsto dalle norme). Proprio questo mi induce a chiedermi se la critica del prof. Lenci, a distanza di circa un secolo da quell’existenzminimum di gropiusiana memoria, si possa ritenere una naturale estensione (dallo spazio agli arredi) di quella “architettura da ragionieri” che ha dato vita…
Come potrei dire … Al Laurentino 38?”

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AW ha sempre le notizie in anticipo !! …

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SALUTI NORDICI …

Emanuele Arteniesi commented on L’ARTE E’ UN PIEDE DI PORCO …

“giro i saluti della mejo intellighenzia di Keski Suomi
Stig – Ryyppy

Emanuele Arteniesi commented on PAOLO MARCONI … IN CANTIERE … COME IN UN’ORCHESTRA …

“capita a fagiolo, mannaggia il fascino latino…
e mò che je racconto?

Haapamäen rautatieasema

 

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 Piuarch

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