ARMANDO BRASINI … UN GENIO DELL’ANACRONISMO …

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Ricordo con assoluta chiarezza il disprezzo con il quale, negli anni sessanta, si guardava all’opera e alla figura di Armando Brasini da parte di una certa intellighenzia architettonica romana che definiva “tronfia e ottusa” la sua pur cospicua presenza nel panorama culturale della città.
Erano anni nei quali si guardava con sufficienza e scetticismo alla cultura architettonica dell’ottocento e della prima metà del ventesimo secolo per tutto quello che essa ancora conteneva di “accademico” e di “classico”, nella considerazione che la modernità, nella sua acerba affermazione, avrebbe dovuto far tabula rasa di ogni rapporto, di ogni continuità e di ogni radicamento nella tradizione e nella storia, sia della specifica disciplina architettonica, che dei luoghi, dei simboli e dei significati relativi al suo passato più e meno recente. Si trattava allora di una diffusa tendenza critica che ebbe facile alimento e affermazione in un contesto, come quello italiano, e romano in particolare, fortemente ipotecato dalle contiguità ideologiche con il regime politico appena trascorso e quindi propenso alla facile rimozione della stessa memoria storica più e meno recente.
In tale contesto la figura di Armando Brasini giocava un ruolo egemone per la sua presunta negatività e la damnatio memoriae del suo lavoro restava alla base di qualsiasi rituale di purificazione critica e storiografica tesa a costruire una palingenetica ipotesi di “modernità” italiana di stampo internazionalista.
A questo si deve aggiungere la specificità della vicenda personale del Nostro, che dalle più umili origini era assurto ad un’invidiabile posizione artistica e sociale di assoluto prestigio e ben al di fuori, anzi, in palese antagonismo metodologico ed esistenziale con il mondo delle già affollate corporazioni accademiche, così nella scuola, come nella professione.
Armando Brasini veniva quindi considerato, per lo più, come un originale mestierante che, costruitosi una solida fama ed una solida posizione professionale al di fuori dei circuiti “colti” dell’Accademia locale e, senza cedere, più di tanto, alle sollecitazioni delle mode straniere, continuava imperterrito il suo anacronistico dialogo con i grandi architetti del passato. La sua passione per il barocco romano e per Bernini, in particolare, lo faceva apparire come l’ultimo e spaesato epigono di una grandiosità romana del tutto fuori dei tempi e dei modi, dei modelli e delle mode, di più recente e diffusa affermazione internazionale.
Ventenne al passaggio del secolo era, per apparteneza generazionale e per precocità espressiva, ancora testimone e interprete di quell’eclettico Ottocento romano che aveva visto, negli anni immediatamente successivi all’unità nazionale, svilupparsi la difficile metamorfosi della città di Roma da capitale pontificia a capitale di quello che si sarebbe voluto un moderno stato europeo. Sue erano le aspettative verso quelle profonde, radicali trasformazioni del volto e della stessa struttura urbana della città, capaci di trasformare la pur affascinante città dei Papi, in una moderna metropoli in grado di fare di conti e di dialogare con le stagioni più esemplari del suo passato storico, dalla grandiosità delle vestigia imperiali, fino alla ritrovata dimensione scenografica del barocco trionfante. Brasini si sentiva erede ed interprete di questa continuità storica e tutta la sua opera fu impostata nella ricerca appassionata dei modi più efficaci per una sua possibile realizzazione. La sua formazione artigianale, la sua straordinaria capacità manuale, il suo entusiasmo creativo, la sua esuberanza figurativa, lo fecero aderire senza inibizioni ad un programma di ricostruzione complessiva dell’universo urbano della sua città secondo un modello metodologico sicuramente più affine ai modi dei suoi antichi maestri piuttosto che ai metodi della più consueta e corriva contemporaneità. E’ così che si dà vita ad uno dei più evidenti paradossi culturali del novecento italiano: praticamente negli stessi anni in cui le nuove avanguardie europeizzanti davano spazio al loro sogno di ricostruzione futurista dell’universo, il nostro Brasini, in assoluta e solitaria controtendenza, ricostruiva il “suo” universo barocco, romano, classico, “accademico” pur “fuori” dell’Accademia ufficiale. Brasini sceglie quindi, nel momento di più accelerata e diffusa tendenza alla modernità macchinista e industriale, di procedere a ritroso nella storia e, tanto più le avanguardie contemporanee sembravano addentrarsi negli inesplorati ititerari di un futuro possibile e nell’invenzione di una metropolitanità di segno tecnologico, tanto più Brasini procedeva all’inverso nel riappropiarsi dei metodi, delle tecniche, dei segni e delle forme, della stessa manualità gestuale di un passato rivissuto in prima persona attraverso formule autobiografiche, vuoi attraverso la conoscenza dei materiali e delle tecniche, vuoi attraverso l’immaginifica ricostruzione di un’universalità barocca capace, a suo avviso, di corrispondere ancora in forme attuali e vitali ai bisogni della società e quindi della città contemporanea.
Il suo capolavoro, in tal senso, fu la pubblicazione di quello straordinario volume intitolato “L’Urbe Massima”, presentato da un lungo e articolato saggio di Paolo Orano, nel quale si ripercorreva l’intera vicenda culturale di Brasini dalle sue origini formative fino agli anni cruciali della prima grande guerra mondiale e che raccoglieva, in una veste editoriale assai sfarzosa, almeno vent’anni di lavoro.
Pubblicato dall’editore Formìggini nel ’17 il volume sintetizza, con una straordinaria quanto inedita abbondanza di materiale iconografico, il percorso apparentemente paradossale di un artista barocco del ventesimo secolo che si vuole erede diretto dell’esperienza berniniana e che si produce, dal dettaglio più minuto di una decorazione a stucco realizzata secondo le più antiche e “segrete” ricette, fino alla immaginifica prefigurazione di soluzioni urbane di respiro metropolitano e fin’anche territoriale, con assoluta e disinvolta capacità di manovra e di interpretazione dei fatti plastici, architettonici ed urbani della città.
Scriveva Paolo Orano nella presentazione del colossale volume: “Armando Brasini è il caso rarissimo dell’uomo che vince per forza propria; è il ragazzino del manovale, è il muratore, è il “pittore” – come lo chiamiamo noi romani – che un giorno s’accampò col pennellone innestato alla canna faccia a faccia ai motivi delle decorazioni sul ponte sospeso ai conicioni. … Il gusto e le attitudini di Armando Brasini trovarono, oltre che nel lavoro, e cioè nel mestiere vero e proprio dell’adolescente, il loro vital nutrimento nel lungo studio e nel famelico amore con cui questo giovane si è dato per anni a meditare il vivente libro, il libro santo dell’architettura: Roma. Non c’è portone o porticina, non cortile, non finestra, non angolo d’oscura mole, non paesaggio della vecchia edilizia romana, che egli non abbia studiato da costruttore ed amato da artista. … Quanto la mia comprensione estetica è antico il mio amore per Roma secentesca e per Bernini; ma perché capissi la parola di vita che il diverso Seicento parla dal suo audace cuore fecondo, mi ci voleva l’incontro con questo vertiginoso creatore a cui Seicento Barocco e Bernini son serviti d’incitamento, non di falsariga.”
In questa sua volontà di interpretazione del vero spirito della città capace di porsi come elemento vitalizzante dell’architettura contemporanea romana Brasini, pur nell’autonomo manifestarsi della sua vena creativa non fu comunque del tutto solo e le sue ricerche ben si possono confrontare con quelle di altri, magari meno esuberanti, ma altrettanto significativi interpreti di quella specifica stagione che prese il nome di “barocchetto” romano.
In particolare ci piace qui riferirci al lavoro di Giulio Magni che attraverso il suo monumentale lavoro storiografico e documentario sul barocco romano funge da essenziale punto di incontro tra il mondo della ricerca filologica e quello dell’esperienza progettuale e creativa più espressamente e disinvoltamente interpretata dal Brasini proprio in quegli stessi anni. Sono infatti questi primi anni del ventesimo secolo quelli più fertili di esperienze e di sperimentazioni nel senso più sopra adombrato, di una ricerca capace di riattualizzare il senso profondo di un’appartenenza contemporanea al flusso di una storicità barocca che sarebbe alla base di quel genius loci capace di rigenerare l’architettura romana contemporanea. Ricerca questa che vide Armando Brasini, tra i primi, ma che comportò anche il contemporaneo sviluppo di altre omologhe sensibilità artistiche a partire da quella del Magni, appena citato, per comprendere quella di Guglielmo Calderini, di Giovan Battista Milani, di Vincenzo Fasolo e dello stesso Marcello Piacentini, per procedere poi, pur attraverso formule e personalità altrimenti complesse, verso l’esperienza più recente di Mario Ridolfi, di Luigi Moretti e, non ultimo, di Paolo Portoghesi, tutti comunque debitori, in un modo o nell’altro, nei confronti dell’esperienza manierista e barocca, con contaminazioni diverse che, da Michelangelo, attraverso Bernini, procedono poi fino a Borromini.
Tornando al lavoro di Brasini non v’è quindi chi non colga attraverso l’esuberanza figurativa dei diversi progetti realizzati, oppure soltanto disegnati, la linea di diretta discendenza da una creatività tipicamente e specificamente “romana” che si voleva intessuta di rinvii e contaminazioni tra forme e livelli diversi di espressività artistica, dal disegno alla pittura, dalla decorazione plastica alla scultura, dall’architettura all’urbanistica, dalla modanatura alla città, in una koinè sinestetica le cui valenze giustamente Brasini poteva comunque ritenere “contemporanee” perché capaci di travalicare, nel senso più profondo del loro estrinsecarsi, le contingenze, al fondo effimere, della loro ricorrente attualità.
Dai suoi visionari progetti per l’Urbe Massima fino alle numerose realizzazioni, dall’ingresso monumentale al nuovo Giardino Zoologico capitolino, al Villino Tabacchi, dagli allestimenti effimeri per la Mostra dell’Agricoltura alla Villa Flaminia, da Villa Manzoni al completamento del Vittoriano, dal palazzo Inail al Ponte Flaminio, dall’Istituto del Buon Pastore alla ciclopica chiesa di Piazza Euclide, soltanto per citare alcune delle più cospicue realizzazioni romane, la complessa articolazione delle moderne, eppur “barocche”, fabbriche brasiniane si sviluppa secondo un originalissimo e fascinante filo logico capace di radicarle tutte e spesso fuor di metafora nel corpo vivo della città, nel cuore della citta eterna come nelle sue più remote e agresti periferie, quasi a prolungamento di una preeesistenza che fa del “rudere” una presenza ancora contemporanea e dell’addizione “moderna” un elemento di congruenza e di logico prolungamento dell’antico. Spesso la nuova costruzione si immedesima in formule talmente intime con la preesistenza secondo un sapiente gioco di contaminazione, di mimesi e di mascheramento, da rendere assai ardua la possibilità di decifrane la reciproca autonomia; Brasini diventa effettivamente “barocco” ma altresì “moderno” nel senso più complesso e alto del termine e così corona il suo sogno anacronistico che lo vuole attivo, di volta in volta, sotto le spoglie e la “maschera” dei suoi “maestri” da Pietro da Cortona, al Bernini, al Serpotta.
Gli edifici nuovi si fanno, a loro volta, preesistenza, rudere, contrafforte, natura, rupe, scoglio, argine, monte e su questa sua ritrovata e artificiale, ma mai artificiosa, storicità Brasini intesse il suo dialogo fecondo, spesso sotto le mentite spoglie di un “non finito” sapientemente dissimulato, con il passato che è altresì rara capacità di confrontarsi con un presente “altro” dalle effimere ed elitarie formule di una modernità corriva e sradicata. E proprio quella del “non finito” diventa categoria brasiniana per eccellenza capace di conferire, in più di un caso, alle sue opere quella straordinaria capacità di porsi a ponte tra passato, presente e futuro che consentono di leggere talune delle sue architetture migliori come sospese in un’aura di contemporaneità tra le più significative, cariche ed espressive del novecento romano.
GM, Roma, ottobre ’06.

In: Il Palazzo Italiano dei Soviet (catalogo della mostra curata da Irina Sedova), museo dell’Architettura “Schusev” (MuAr),
Mosca, 15 dicembre 2006 – 20 febbraio 2007.

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Armando Brasini … un maestro romano … 

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TAROCCO ROMANO …

architettura tarocca romana ...

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C’E’ MOLTO ANCORA DA SCAVARE …

cederna e insolera

Marco Sedda su: IL “CEDERNISMO” … E L’ARROGANZA DEL POTERE MEDIATICO … VIZIO DI FAMIGLIA … DAR SOR ANTONIO ALLA SORA CAMILLA …

“Caro Prof.
Su Antonio Cederna e sul Cedernismo non la pensiamo alla stessa maniera, spiego meglio:
Sul Cedernismo facciamo in fretta
L’Espresso 13 giugno 1971
Camilla Cederna con altri dieci promuoveva questo appello:
« Il processo che doveva far luce sulla morte di Giuseppe Pinelli si è arrestato davanti alla bara del ferroviere ucciso senza colpa. Chi porta la responsabilità della sua fine, Luigi Calabresi, ha trovato nella legge la possibilità di ricusare il suo giudice. Chi doveva celebrare il giudizio, Carlo Biotti, lo ha inquinato con i meschini calcoli di un carrierismo senile. Chi aveva indossato la toga del patrocinio legale, Michele Lener, vi ha nascosto le trame di una odiosa coercizione.
Oggi come ieri – quando denunciammo apertamente l’arbitrio calunnioso di un questore, Michele Guida[10], e l’indegna copertura concessagli dalla Procura della Repubblica, nelle persone di Giovanni Caizzi e Carlo Amati – il nostro sdegno è di chi sente spegnersi la fiducia in una giustizia che non è più tale quando non può riconoscersi in essa la coscienza dei cittadini. Per questo, per non rinunciare a tale fiducia senza la quale morrebbe ogni possibilità di convivenza civile, noi formuliamo a nostra volta un atto di ricusazione.
Una ricusazione di coscienza – che non ha minor legittimità di quella di diritto – rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni. Noi chiediamo l’allontanamento dai loro uffici di coloro che abbiamo nominato, in quanto ricusiamo di riconoscere in loro qualsiasi rappresentanza della legge, dello Stato, dei cittadini. »
Ovviamente la responsabilita’ e l’errore di definire i commissari “torturatori” ricadra’ per sempre su di lei e sui 755/757 firmatari (Folco Quilici e Oliviero Toscani negano) tra cui:
Giulio Carlo Argan, Gillo Dorfles, Umberto Eco, Federico Fellini, Dario Fo, Renato Guttuso, Primo Levi, Enzo Mari, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Paolo Portoghesi, Giuseppe Samonà, Manfredo Tafuri, Bruno Zevi…
La crème de la crème.
Comunque se cerchi di fare la rivoluzione e sai usare le parole come pallottole credo sia facile fare vittime. Oggi questi linguaggi sono sdoganati, nessuno muore, quindi nessuno si vergogna.
Su Antonio Cederna, che invece non firmo’ quell’appello, non mi smuovo.
Ho quasi trent’anni quindi non ho avuto il piacere di leggere gli articoli di Cederna contestualizzati, mi e’ capitata tra le mani la nuova edizione de “I vandali in casa” qualche anno fa e l’ho divorata.
Antonio Cederna, I vandali in casa, 2a ed., Bari, Laterza, 2007.
Dopo son passato agli scritti di Salvatore Settis
Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale, Torino, Einaudi 2002.
Paesaggio Costituzione cemento. La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile, Torino, Einaudi, 2010.
Poi mi sono riappropriato di quegli anni con Guido Crainz
Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni ottanta, Donzelli 2003 .
Con passaggi vari tra cui Sandro Amorosino
Introduzione al diritto del paesaggio, Manuali Laterza (307) 2010.
E Paolo Berdini
Breve storia dell’abuso edilizio in Italia, Donzelli 2010.
In mezzo ci infilo pure il processo che ha portato all’adozione del PPR della Regione Sardegna e Renato Soru.
Insomma ho scavato tra le macerie che ci avete lasciato appresso negli ultimi 50 anni. E con voi intendo la generazione di padri e nonni con cui giochiamo a non confliggere.
Il risultato di questo mio viaggio e’ una sola considerazione:
Esiste un’ambientalismo alla moda, oggi diremmo démode, che ha sposato la causa radical chic dei fiori e del dove finisce l’architettura e inizia il compost.
C’e’ pero’ un altra faccia, un gruppetto di poveri fessi che sbagliando molto ma credendoci altrettanto difende l’articolo 9 della nostra costituzione. Ecco a me tutta questa gente mi fa agitare, la loro costituzione e’ la mia. Ho scelto di fare l’architetto per difendere non per distruggere. La tabula rasa di Purini – conato – mi fa vomitare.
Spesso ovviamente li detesto, a volte mi sembrano tanti Piero Angela mosci e consumati dalla realta’ ma quando torno a casa, sull’Isola, e il mestrale pulisce le narici dallo smog mentre il granito spezza il travertino che mi avete infilato nel cervello, tutto torna.
Ai voglia a critica’ Zaza, Rem, Frengo e co.
Solo del nostro paesaggio e della nostra terra dovremmo occuparci, per costruire il nuovo e per capire il vecchio tocca saltare almeno una generazione e aspettare pazientemente uno tzunami.
Ma lei caro prof. tutto questo gia’ lo fa’!
Soprattutto quando pubblica quelle splendide foto di pergole assolate…
Adiosu.”

………….

Caro Sedda …

come darle torto …

naturalmente, il caso Cederna è infinitamente più complesso di quanto sintetizzato in due battute …

e Antonio ha certamente un’infinità di meriti …

che la mia generazione conosce assai bene …

avendolo visto lavorare sul campo, giorno per giorno, per decenni …

e accanto al suo va messo, di certo, anche il nome di Italo Insolera …

che altrettanto, se non più, ha significato per l’urbanistica romana …

specialmente, negli anni cinquanta e sessanta …

quello che credo vada superato ormai …

è il giudizio espresso a caldo e nel bel mezzo della polemica politica …

su alcuni personaggi che sono spesso finiti nel tritacarne della storia …

c’è infatti da augurarsi che un giudizio storico più articolato …

possa finalmente sostituirsi a quello sommario che troppo spesso …

ha spazzato via senza troppi complimenti alcuni protagosti ed alcune testimonianze importanti …

senza i quali anche la salvezza futura del nostro passato correrebbe seri rischi …

comunque, le sue letture sono ottime, …

ma i libri sono tanti …

milioni di milioni …

buona lettura e naturalmente …

buone feste …

“Roma! e la semplice parola aveva un rimbombo di tuono” …

 IL DIAVOLO E L’ACQUA SANTA …

I MARCHINI TRA TOGLIATTI E MONTINI …

 SEMPRE IN PISTA …

La valle di Giosafat

Le battaglie di Cederna

come vede la situazione è complessa …

complessa assai …

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DAR SOR ARMANDO … SOLO SANA ARCHITETTURA ROMANA …

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memmo54 su: L’INCOMPIUTA OPERA DER BERNINI … MEJO DER SERPOTTA …

“Ho colpevolmente omesso di aggiungere dopo “…migliora di anno in anno.” la necessaria motivazione che ora trascrivo : “con l’abbandono del pregiudizio che grava su di lui trasmesso intatto di generazione in generazione.”
Ciò è bastato per rivalutare all’istante la soluzione attuale. ed evocare
scene di panico e disgusto !
Sicuramente più per via del sua maniera di rappresentare, ricca ed immediata, costruita per di più senza disegnare una traccia di prospettiva (…assolutamente impensabile oggi…) maneggiando il carboncino od il condè come il cazzuolino dello stuccatore, che per quanto effettivamente realizzato in cui il demoniaco influsso delle beaux arts non si coglie affatto.
Con l’occhio e l’intuizione di chi è abituato a dare del tu al mestiere e schernisce di lungaggini e ragionamenti ritorti.
Solo Sana Architettura Romana.
Saluto”

brasini piazza pia ...

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Ritrovato il S.Pietro perduto di Brasini…

gliarchicefalici429

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UN DIALOGO … UNIVERSALE …

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memmo54 su tutta ‘na modernità …

“Sintetizzo, per comodità, il dialogo tra la signora con l’ombrellino ed il vetturino:

Il bello dell’architettura tradizionale, del linguaggio condiviso che attraversa il tempo, è che un artefice brillante può costruire qualcosa di memorabile lasciando alcune “valenze” aperte che, anni o secoli dopo, altri potrà riprendere completandole od integrandole.
Così come alcuni più dimessi o timidi, od un capo mastro qualsiasi, possono costruire edifici modesti ma non insignificanti nel “nulla” (… in mezzo alla campagna…alfine…) ovvero in un quadro decisamente incompleto sapendo che l’ impegno sarà recepito o valorizzato da altri : non sarà un grido nel deserto.
Sarà un dialogo…
Un versetto di un libro universale in cui le virgole e gli iota non valgono meno del capitolo intero.

Non sembra insignificante.
Tutto sommato anche “democratico”…al passo coi tempi in fondo.

Saluto”

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ILLUMINANTE FAMMILUME …

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Giancarlo Galassi :G commented on 21 dicembre 2012 … il giorno del giudizio archicefalico …

“Tutto quello che avreste voluto vedere sulla Spina di Borgo ma non avete mai osato chiedere.”

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 Gli acquerelli di G. Fammilume

 fammilume

l’antenato della Morlacchi …

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A volte ritornano… PAURA VERA! …

gliarchicefalici428

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21 dicembre 2012 … il giorno del giudizio archicefalico …

gliarchicefalici427

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tutta 'na modernità ...

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