Giù le mani …

giulemani

… via cravatta …

via il giacchetto …

ecco pronto …

… l’Architetto …

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Una storia romana … i Mondiali di Nuoto … nel sogno di Calatrava …

santiago 1

Un’esemplare storia dei nostri tempi …

i lavori per i Mondiali di Nuoto …

cfr.: http://www.repubblica.it/2009/04/sport/vari/nuoto–mondiali/nuoto–mondiali/nuoto–mondiali.htm

santiago 2

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Ineluttabile … PPPP …

fantasmibassano

Massimo Vallotto … invidiosissimo … all’ombra delle torri palladiane … ci scrive da Bassano: …

“E così Bassano avrà il suo Pianoghesi o Portopiano a seconda se le guarderemo da sud o da nord!
La notte scorsa, il CC dopo una battaglia con le minoranze che al momento del voto hanno lasciato l’aula, i nostri decisori hanno approvato definitivamente la delibera che autorizza di fatto le costruzioni in verticale nel nostro delicato terricorio precollinare veneto.
Le prime che bucheranno il cielo saranno appunto le PianoPorto ( ora le sto immaginando da est) e, grazie a questi nuovi landmark, termine molto caro ad altra archistar romana di cui possiamo vantare un masterpiece in pelle e ossa (vetro e ferro) nel giardino di una grapperia locale, finalmente proietteremo il nostro paesello in Europa. Fantastico tra qualche anno non dovremo più girare il mondo per respirare aria cosmopolita, ma potremo comodamente sdraiarci all’ombra dei nuovi giganti negli ampi spazi verdi del territorio risparmiato ai loro piedi.
”
M.V.
-un architetto invidioso di non aver ricevuto l’incarico al posto di PP-

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Un esempio “in nuce” … di civic design …

terraemotus

Isabella Guarini ci invia questo, ormai antico, articolo relativo ad un lontano terremoto irpino … e un suo commento sulla realtà della ricostruzione … aggiornato ad oggi …

da Cronache d’Architettura di Bruno Zevi–1966
La ricostruzione di Ariano Irpino
MEMORIE SU SALDE FONDAZIONI

“Per intendere il significato culturale del progetto di ristrutturazione del rione Valle ad Ariano Irpino, occorre richiamare un argomento più volte dibattuto. Le case popolari in Italia vengono costruite, com’è noto, in zone periferiche, spesso remote dai centri abitati, per la necessità di utilizzare aree fabbricabili a basso costo. Questa politica contribuisce a depauperare ulteriormente i quartieri urbani che esigono un risanamento e danneggia i lavoratori, costretti, per vivere in una casa decente, a subire una specie di democratica « deportazione ». Se ciò è grave nelle grandi città, diviene assurdo negli aggregati minori. Ariano Irpino offre, in proposito, un esempio sintomatico: le case popolari realizzate qualche anno fa, a distanza di chilometri dal paese, sono tuttora vuote; nessuno vuole abitarle.
Per ovviare a tale inconveniente, nella legge istitutiva della Gescal si è prevista la possibilità di interventi per risanare i vecchi quartieri urbani; ma l’enunciato legislativo è confuso ed ambiguo, tanto, che le varie proposte per applicarlo (abbiamo illustrato ,quella riguardante il centro storico di Salerno, n. 478) sono rimaste lettera morta.
Dopo il terremoto dell’agosto 1962, l’on. Fiorentino Sullo promosse la legge 1431 per il risarcimento, la ricostruzione e la bonifica edilizia delle zone colpite dell’Irpinia e del Beneventano. Gli enti pubblici furono sollecitati a sostituirsi all’iniziativa privata nella costituzione di « comparti edificatori », a fungere cioè da volano nelle opera amministrative necessarie a riparcellare le proprietà di comprensori omogenei.
La prima organica attuazione di questa legge ha per oggetto il rione Valle di Ariano Irpino. Gli architetti Paolo Marconi e Paolo Portoghesi hanno predisposto un progetto di massima per la riconfigurazione del vecchio abitato, collaborando col segretario della delegazione speciale per le zone terremotate, arch. Marcello Petrignani, e con il caposervizio della Gescal per le operazioni della legge 1431, ing. Italo Angelini. L6 schema è stato quindi discusso con gli abitanti del quartiere, in una riunione presieduta dall’on. Sullo l’il luglio del 1963. Consenso pressoché unanime: l’adesione dei proprietari ha largamente superato il traguardo del 75%, che consente la formazione del consorzio e quindi l’istituzione di un « comparto edificarono ». Si è allora passati al progetto esecutivo che è stato approvato nell’ottobre dello stesso anno. Esaminiamo l’impostazione metodologica. Il rione Valle
non presenta spiccati valori artistici, tali da richiedere un restauro scientifico dei singoli edifici; tuttavia l’importanza culturale, sociologica e psicologica dell’insieme è assai notevole. Le case sono fatiscenti, anti-igieniche, spesso pericolanti; i tetti rifatti dopo il terremoto coprono provvisoriamente alloggi inabitabili. Ma, indipendentemente dalle case, il nucleo possiede una vitalità urbanistica derivante dalla sua arti colazione altimetrica, dal ventaglio di strade in pendio che dilatano i loro invasi o li restringono in rapporto ad una sequenza di piazzette e di slarghi « informali » e perciò rigorosamente aderenti alla giacitura topografica. Inoltre l’ubicazione del rione, adiacente al centro, induce gli abitanti a rifiutare di trasferirsi in periferia: vogliono restare lì, sul declivio della collina, lungo queste tortuose viuzze che incorporano un sistema di vicinato, un tradizionale modo di vivere, un costume.
I progettisti hanno dunque deciso di conservare intatta la vecchia rete stradale, del resto in ottime condizioni, e di rinnovare le cellule edilizie secondo una tipologia flessibile e una disposizione in linea che favorisce la curvatura dei volumi e quindi la loro aderenza agli spazi pubblici. « Abbiamo creato — essi dicono — uno specchio delle aspirazioni più intense espresse dalla maggioranza delle famiglie del rione:
possedere una casa solida, dotata dei requisiti fondamentali dell’igiene e del comfort moderno, ma giacente nel luogo stesso ove la casa paterna ergeva i suoi muri cadenti, e tuttavia carichi di memorie. Uno specchio in forma tabellare, ma non per questo meno commovente, in relazione immutata con i punti focali dell’aggregato; la fontana, le botteghe, la chiesa, gli sbocchi sulla strada principale ».
Il lavoro di progettazione è stato condotto attraverso un sistematico dialogo con le famiglie del rione. Si è partiti dalla situazione preesistente: 753 abitanti distribuiti in 228 unità immobiliari su un’area di circa due ettari. Ad ogni famiglia è stato chiesto di indicare l’alloggio desiderato, scegliendo tra taglie standard determinate dalla legge che prevede tipi da quattro a sette vani compresi i servizi, e cioè alloggi variabili da 65 mq a 110 mq. Esaurita questa fase di rilevamento, si è proceduto ad un attento montaggio delle unità residenziali in modo da ridurre al minimo il numero degli scontenti. Un accordo è stato facilmente raggiunto poiché il divario tra lo stato attuale e quello proposto è enorme; basti pensare che dei 228 alloggi esistenti il 30% è composto di un solo vano, e il 44% di due vani. La mera razionalizzazione dell’antico tessuto edilizio ha permesso il reinsediamento della stessa quantità di famiglie in case moderne.
Il progetto del rione Valle rappresenta il più vasto esperimento di applicazione dei « comparti edificatori ». Ma il suo significato trascende l’aspetto tecnico-amministrativo. Per la prima volta, gli architetti incaricati da un ente pubblico di costruire case popolari hanno lavorato non per famiglie-tipo, astratte, ignote, da selezionare a sorteggio e incasellare in anonimi alloggi. Hanno trattato con clienti concreti, esigenti e comprensivi. Ciò si riflette anche nella virtuale risultanza estetica, poiché il progetto, qualificando diversamente i vari isolati, stimola ad un impegno architettonico ben più approfondito di quello necessario negli interventi massicci su aree libere da vincoli. È un esempio in nuce di « civic design » elaborato nel quadro di un dialogo continuo con la popolazione; ed indica il metodo giusto da adottare nei risana- menti urbani, e anzitutto negli altri paesi disseminati sui monti del Sannio e dell’Irpinia.”

La realtà della ricostruzione-marzo 2009
“Il progetto descritto da Bruno Zevi non è stato realizzato, se non nel mantenimento del sito. Le vicende sono state lunghe e complesse a causa dei finanziamenti. Dopo il primo entusiasmo gli abitanti si dispersero in altri alloggi in attesa della ricostruzione del loro quartiere: molti sono morti senza vedere  il giorno del rientro, perché la ricostruzione vera si è  avviata  nel 1986, a sei anni dal secondo terremoto  con  il finanaziamento della legge 730/86 per le calamità naturali.  Sono stati spesi   25 miliardi di vecchie lire, ma il progetto originario è stato  trasformato in dieci insule  condominiali  di cinque piani, come si può vedere dalla foto satellitare. Sembra un deserto, al posto delle  botteghe artigiane, un tempo fiorenti,  vi sono garage tra strade tortuose e in forte pendenza, mentre ancora, dopo quarantatre anni, sono in corso le assegnazioni ai proprietari,  oberati peraltro dall’accollo di spesa per l’incremento di superficie utile.
Niente più rampe, scale, gradinate e mille affacci. In  sintesi  posso dire che tale scenario era nel DNA dei comparti edificatori, perché il “comparto edificatorio” considera memoria da conservare  solo il sito e non la  complessità  insediativa caratterizzata dalla simbiosi tra paesaggio-strada-casa-bottega, e ancora tra individualità e collettività. Una complessità ritenuta non pregevole  dal punto di vista architettonico secondo i parametri vincenti di allora e troppo identitaria  di antiche culture.
Ma non finisce qui.”

I.G.

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Dario Passi … Levitare … a Cetona …

loccet

ai Bastioni Terrosi … fino al venticinque aprile …

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Bassano … Portoghesi fa il verso a Piano? …

Massimo Vallotto, che qui ringraziamo, a proposito delle ispirazioni palladio-scarpiane di Portoghesi nel progetto per Bassano, ci segnala questo articolo di Sergio Los …
che di Scarpa fu collaboratore per lunghi anni nella scuola di Venezia …

Piano oppure Portoghesi?

“Nel fare città non si possono vincere le guerre lasciando sul campo troppi morti e feriti: la vittoria di quelle infelici torri gemelle sarebbe proprio tale.
Le vicissitudini di questa polemica hanno riunito molto più i cittadini sfavorevoli che non i favorevoli, anche perché questi si confondono con gli indifferenti. Non è in gioco la modernità di Bassano come qualcuno sostiene, oppure la possibilità di progettare delle torri che è innegabile, come non è sicuramente in gioco la competenza di Paolo Portoghesi. Se l’Amministrazione Comunale deve faticare tanto per forzare la resistenza dei suoi cittadini che le considerano indigeste, è proprio perché esse sono estranee alla città.
I progetti civici dovrebbero unire i cittadini, invece questo li divide da sempre. Paradossalmente, il suo merito maggiore consiste nell’aver risvegliato l’amore sopito per la città, proprio per contrastarlo. L’ultima discussione sulle torri ha peggiorato la loro accoglienza, ha indebolito i favorevoli e aumentato i contrari.
Sulle torri vi è un preconcetto che ne confonde le argomentazioni: il problema non riguarda le torri in generale, ma la poca attenzione che gli architetti dedicano al loro attacco a terra, al loro rapporto con l’architettura civica, con la rete di spazi urbani della città. Vi sono torri, anche se poche rispetto a tutte quelle che vengono costruite, che realizzano città e sono anche sostenibili.
Portoghesi purtroppo, diversamente da ciò che fa normalmente, appartiene in questo caso a quegli architetti che si preoccupano più dell’oggetto edilizio “torre” che del contesto civico in cui si colloca.
Le torri Portoghesi non vanno bene, tra l’altro, in quanto non sono estensibili su tutto il piano particolareggiato. È per questo che l’amministrazione comunale continua a considerarle un’eccezione isolata dall’ambito urbano.
Infatti, nei suoi accenni all’impostazione urbanistica, Portoghesi, quando critica i tipi edilizi che caratterizzano il piano “Parolini”, non mette in discussione la loro attitudine a produrre spazi urbani, a produrre architettura civica. Il problema da focalizzare consiste dunque proprio nell’incapacità delle torri proposte a creare reti continue di spazi urbani. Non escluderei che a Bassano, magari in un posto più distante dal Centro Storico, si possano disegnare delle torri, a condizione che queste siano in grado di formare un tessuto urbano e non di apparire come un intervento unico, un oggetto isolato. Pensate, per esempio, alle torri di San Gimignano (già evocate da Louis Kahn nel suo progetto a Philadelphia): quelle potrebbero costituire una esemplificazione di tessuto urbano applicabile, per esempio, anche alla parte più a sud del restante piano particolareggiato. Un programma che si potrebbe pure realizzare se, consapevole di tante difficoltà, l’amministrazione comunale decidesse di superarle ripensando alle sue scelte.
In altri casi, Paolo Portoghesi si era molto preoccupato del rapporto con la città. Nella “Strada Novissima” (Biennale di Venezia degli anni ottanta), aveva messo in luce l’incapacità dell’architettura moderna di rapportarsi con la città, la sua tendenza a produrre semplicemente oggetti edilizi isolati dal contesto. Proprio quello che succede oggi al suo progetto per Bassano, nonostante i riferimenti colti ad Andrea Palladio da un lato e a Carlo Scarpa dall’altro. In effetti il suo progetto non ha nulla del Palladio, che ovviamente non costruiva torri, e tanto meno di Carlo Scarpa che, nel suo progetto di torre per Padova, presentava una soluzione capace di risolvere con due portici proprio quell’attacco a terra tipicamente mediterraneo che manca agli edifici di Portoghesi.

L’accenno a Carlo Scarpa, tra l’altro, alla finestra angolare della Gipsoteca di Possagno, è fuorviante. Mentre la finestra di Possagno è un artificio per produrre uno spazio luminoso molto speciale, adatto a mettere in luce la scultura di Canova (è per questo che il triedro di quella sala è tagliato in quel modo, perché non vi sia nessuna parte delle pareti in ombra). L’accenno alla somiglianza che fa Portoghesi con gli angoli delle torri è puramente formalistico perché nel suo caso il taglio non riguarda le condizioni di luce, l’illuminazione dello spazio, ma semplicemente un modo di distinguere le due lame che formano la torre.
Pure il rimando all’acquasantiera della Tomba Brion, la “vescica piscis”, è evidentemente formale, perché esso non ha niente a che fare coi referenti di Scarpa.
Chi guarda le torri luccicanti di Portoghesi, questi due squali d’acciaio che fuoriescono dal terreno, piuttosto che a Carlo Scarpa o ad Andrea Palladio pensa al progetto di Renzo Piano per la Torre Aurora di Sydney.  Nessuno di quelli che conoscono Portoghesi gli attribuisce quelle torri. Ho fatto questo gioco con amici architetti che guardandole pensano a Piano, Foster, ecc., mai a Portoghesi.
Anche l’angolo aperto che separa le due facciate delle torri disegnate da Portoghesi ricalca la soluzione adottata da Piano nel distinguerne le facciate. Però nel caso di Piano, questa scelta ha uno specifico referente ambientale, pensata per modulare il vento che facilita la climatizzazione naturale estiva della Aurora Place.
Avendo in tante occasioni difeso la posizione intellettuale di Portoghesi – che condivido – mi dispiace sostenere in questo caso  l’inadeguatezza delle sue torri per la città di Bassano.
Forse una delle prime soluzioni progettuali, studiata per il medesimo posto dallo stesso Portoghesi, presentava delle caratteristiche architettoniche molto più interessanti di quelle che contraddistinguono l’attuale progetto. Si trattava di un edificio che avrebbe potuto essere realizzato anche in legno (quanto meno le pareti), che ricordava in una certa misura il ponte palladiano, oppure le logge che si aprono sul Brenta ai lati del ponte, mentre in verità l’ultimo progetto, quello “internazionale” attualmente in discussione, è assolutamente ostico per l’identità culturale di Bassano. La modernità fredda e scostante delle lame d’acciaio, è molto lontana da quell’anima veneta che trova nel caldo colore delle barchesse contadine e palladiane il suo tratto distintivo. Essa darebbe della modernità una connotazione negativa.
Il carattere di eccezionalità con cui è stato proposto finora questo progetto ne rappresenta, secondo me, il difetto maggiore, anche perché non mi pare proprio riconoscibile tanta eccezionalità dal punto di vista architettonico.
Non intendo – naturalmente – con questo giudicare negativamente l’architettura di Portoghesi e il suo insegnamento, ma questo progetto bassanese non mi sembra neanche uscito dalle sue mani o prodotto dal suo studio.
Perché mai a Bassano dovremmo avere un Portoghesi che fa il verso a Piano?”
S.L.

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La scossa scassa 3 … LPP … “Avanzi” …

Di ritorno dal ponte, …

la sorpresa, …

un Eldorado pasquale … fuori formato, …

addirittura, un “avanzo” d’annata … di LPP …

un vero scoop …

“Cari muratorini,
buona Pasqua e buona Resurrezione dal peccato architettonico comune &
comunale.
Per santificare le feste, ho letto golosamente lo scritto dell’implacabile
mia conterranea Isolabella, irpina doc dell’Assise di Ariano su questo blog.
Ella riflette meritoriamente sul tema odierno della ricostruzione del
post/sisma d’Abruzzo. La terra trema! E’ ‘o terramuoto!! Cadono soldi: levateve
‘a sotto!!! Già intravediamoì corvi e uccelli del malaurio architettonico/bis
che volteggiano in cielo. Nonché, in terra-terremontata, sciacalli edilizi/bis
dell’area romana e romanesca. Con relative imprese, università, ministeri e
compagnia bella terremotabile/bis. Che Pasqua eterna si prospetta (e progetta)
per l’Oro.
Avendone l’età la mia mente -come del resto quella di Isolabella – è andata
al terremoto irpino del ’62 (ero appena tornato da Ariano Irpino, ove mia madre
ci portava “a pigliare l’aria buona”, da immagazzinare per l’inverno a Napoli);
nonché, anzi in primis, a quello disastroso del 23 novembre 1980, ore 19.30,
indimenticabile!!! Fu quella l’ora del “Fate presto” lanciato esemplarmente
dalle colonne de “Il Mattino” di Napoli. Appello subito raccolto dal furbesco
Andy Warhol, che –tramite il global-gallerista neapolitano Lucio Amelio-
elaborò una gag ormai classica nel suo genere. Ma anche gli architetti(specie
dell’Accademia)  “fecero presto”. Anzi prestissimo, per un terremoto bis, ben
più calamitoso di quello naturale. Ne paghiamo (e ne pagano) ancora le
conseguenze.
All’uopo voglio (vorrei) farVi un innocente dono pasquale, se gradito al Gran
Muratore. Altrimenti cestinare senza pietà.
Per la mia rubrichetta “Intermezzo” che appare puntuale come una cambiale
ogni giovedì sulla PresS/Tletter di Lpp da (oltre) tre anni, condussi nella
primavera del 2007 una piccola inchiesta in Irpinia, auspice e complice il mio
buon amico Verderosa doc. Ne “la scossa scassa” scrissi su tre casi emblematici
di ricostruzione post/sismica assistita: Lioni (presS/Tletter n.20/2007), Teora
(n. 21/2007) e Bisaccia (cfr. in archivio della PresST/letter, ndr). Per una
serie di sfortunati motivi quest’ultimo contributo rimase però inedito. E’ un
po’ lunghetto e forse non proprio da blog fulminante. Ma chi non ha nulla di
meglio da fare, potrà farsi una scampagnata nella Bisaccia/bis di Aldo Loris
Rossi. Gratis su questo blog d’architettura. Che la pietra ieri scartata ‘e
PresS/T sia oggi pietra d’angolo riflessiva per i Muratorini! Senza nulla a
pretendere, Eldorado Pasquale

La scossa scassa / 3 (Un architetto per due Bisaccia)
Nuovo intermezzo sismico. Terza scossa d’assestamento d’architettura panica
campana. Quella partorita dalla post/Irpinia terremotata il 23 novembre ‘80. Ed
una conferma: la “legge dell’ex” colpisce ancora! Mai affidarsi al genio del
luogo che si è emancipato. All’architetto che ha fatto fortuna nella metropoli.
Che ha studiato in città ed è diventato famoso (e talvolta fumoso) a Napule.
Che ha indossato gli abiti dell’intellettuale acuto e solitario, vendicativo.
Infatti, come i tori di Teora non amano l’intervento urbano post/terremoto del
loro famoso compaesano, il quondam Agostino Renna, i pitt-bull irpini di
Bisaccia non sono molto teneri verso Aldo Loris Rossi, il (loro) assoluto
amatore & rott/amatore d’architettura.
ALR è l’indiscusso (ed indiscutibile) autore della Bisaccia/due, la
dissonante e autocentrata Bisaccia/bis. Sovradimensionata e “palestrata” a
vista d’occhio, a norma di legge post/sisma. La Bis-acta, come da antica
etimologia, fatta due (e più) volte. O, secondo altri, la Bis-arx, il presidio
bis, rifatto dai romani sui rottami dell’antica Rotulea dei sanniti. E il
presidio odierno di ALR, la Vis-acta, assolutamente d’architettura dopata dell’
ultima (o penultima) modernità, lo battezzerei Lorissilea (o Lorissopoli), dal
nome stesso dell’autore dell’impresa.
Presidio, vedetta sannitica non fortunata, non popolare, per la verità. Non
condivisa, non partecipata, non vissuta e ri-vissuta oggi in loco, mi pare di
capire subito dai commenti tutt’intorno. Tanti dischi volanti abbandonati qui
da alieni venuti col terremoto: l’Irpinia è sempre una discarica di Napoli!, mi
dicono infatti sarcastici paesani–paesologi.
Al viandante come me, come noi, Lorissopolis appare poggiata sul un alto
colle (800 metri). Un fuori scala engagé caratterizzato da forme e
interrogativi pensieri architettonici/sociali. Arditi spazi-azioni (anche senza
trattino) che però, come dicevo, non hanno riscosso la simpatia  dei normali
“paesani”. Troppo avanti o troppo laterale alla loro vita, questa proposta.
Certamente non centrato l’obiettivo comunitario di opera-ambiente. Diventare
community vuol dire infatti fare un passo indietro ideologico e condividere
un’azione che non si può nemmeno definire politica. Piuttosto di relazione
sociale pre-politica. E tutto questo qui, a Vis-acta, non è stato fatto. Perché
il tetragono ALR appare lontano da una direzione architettonica includente ed
estroversa, nonostante le roboanti sue dichiarazioni di principio.
Forse per questo motivo antipatizzante, l’inedita Lorissilea irpina non ha
nemmeno un nome umano, normale. Si chiama burocraticamente: zona “Piano
regolatore”. Una frattura dolorosa, anche nominalistica, tra architettura
moderna sperimentale e Popolo ordinario (e orinante). Tra loro e Loris. Per
questo motivo i lorissati di Bisaccia, quando possono, lasciano “Piano
Regolatore” (“Piano”, nome; “Regolatore”, cognome, o viceversa?) e gravitano
verso l’antica Rotulea storica, il vecchio centro storico. Una sconfitta bella
e buona, la nostra, perché vivo questa come una sconfitta comune,
disciplinare.
“Piano regolatore” è infatti solo un dormitorio e/o un centro-servizi
amministrativi, nei casi migliori. E’ un capitolo significativo del corposo
libro dell’architettura rifiutata, calata dall’alto, molto costosa, e –
soprattutto- non consumata. Matrimoni a forza (e sforzati) tra Architettura e
Popolo. Forse i bisacciati, così come a Teora, (vedi puntata precedente, nda)
non hanno saputo leggere, per loro limiti intrinseci, le “istruzione per l’uso”
del nuovo insediamento urbano. Non hanno capito la potenza della macchina
fuoriserie che gli era stata data in dote, nel matrimonio d’interessi
reciproci. Macchina che a loro, paesani incolti, è apparsa ‘nu chiuovo.
Costruita e benedetta dall’alto dei cieli politici del lontano Stato di Roma.
Con troppa-grazia ricevuta (e forse non richiesta!)
“Piano regolatore” è rimasto così, forse anche per mancanza di efficaci e
pazienti mediatori culturali, solo un locale monumento all’architettura d’
autore. Per pochi acculturati, per visitatori quasi-eccellenti (certo non per
noi dell’Intermezzo, senza-mezzo e senso kriptico). Un Monumento al Sisma e
alla Modernità, con tutte le sue immancabili astrazioni e scolastiche utopie
sociali. Mal applicate e digerite in loco.
Ciò non mi meraviglia affatto. E’ storia antica, proverbiale. ‘A vita è ‘nu
muorzo!!, si sa. E quel morso, l’architetto-autore, parcelle a parte, anzi
incluse, lo deve saper dare. Se vuol rimanere nel ricordo dei posteri (e nei
poster giusti). Nei libri di Storia, anche locale, dell’Architettura. Quindi
attende “La grande occasione”. Ed il ministro giusto. Che, nel caso di Bisaccia
post/terremoto ‘80, si chiama Salverino De Vito, detto “Iddu”, il Lui per
Eccellenza. Ministro del Mezzogiorno e, al contempo, sindaco del paese irpino.
Bingo per Bisaccia. Nasce così “Piano regolatore”, coi fondi della 219/81 e
altre provvidenze legislative!!! E un commissario ad (Vis e Bis) acta, atti
grandi urbani … (per inciso, all’epoca della Prima Repubblica, l’Irpinia è
stata una fabbrica di ministri: ogni colle aveva una poltrona con un ministro
seduto sopra: Sullo e De Mita su tutti gli altri).
Ma Bisaccia, avverto a pelle, è un luogo mordente, intrigante, curioso, anche
morfologicamente. Strano, magico, inquietante: non mi pare uno dei tanti
paesini dell’osso senza polpa e cervello dell’Appennino nostro. No, si sente
una capitale, nonostante i suoi (pochini) cinquemila abitanti. Che infatti si
vivono diversi dagli altri irpini. Hanno, dicono ironicamente, “una marcetta –o
marchetta?– in più”. Sono protagonisti, determinati, aggressivi pitt-bull
irpini (rossi e rosseto a parte). Forse ancora antichi-sanniti dentro. Indomiti
guerrieri del Nulla d’oggi. Infatti affermano: Noi non abbiano Nulla a che fare
con Torella dei Lombardi, Guardia dei Lombardi, e tutti gli altri Lombardi,
Longobardi e uomini del Nord dell’Irpinia: noi siamo ponte, Sud, bizantini,
guardiamo la Puglia, il mare e l’oltre-mare … siamo la capitale dell’Irpinia d’
Oriente! (valla a governare l’Italia, questo mosaico di genti!, nda).
Idea: questo mix sannitico/bizantino di Bis-acta è forse la chiave giusta,
antropologica, per aprire (futuristiche dichiarazione di poetica a parte) l’
interrogativa architettura di ALR in loco? A ben guardare dalla radice medio-
orientale, esotica, fiabesca, da Sogno di mille e una notte d’architettura
organica & orgonica-espressionista (se ha una radice la Bisaccia Bis).
Altrimenti è un vero miracolo, un santuario portato qui da un angelo-marziano
del Gravina.
Stop. Ora sono dentro l’Architettura. Sono ora con Voi, amici miei dell’
Intermezzo, al centro di Lorissopoli. Nella chiesa del “Sacro Cuore”, che i
locali chiamano comunemente (ed efficacemente), “l’Astronave”. Al suo lato
sinistro sorge un altissimo e fantastico campanile. O meglio un faro di
luminosa fede architettonica. Forse un minareto, dal quale chiamare alla
preghiera i fedeli dell’arte dello choc urbano permanente. Si favoleggia, ma
sono leggende locali, che l’alto campanile-minareto sia punto di contatto con
gli extraterrestri, e/o gli extrarchitetti. Meglio, architetti-extra,
superdotati e palestrati.
Il parroco che guida autorevolmente questa chiesa-astronave, la nave spaziale
di Cristo, si chiama don Antonio. Me lo presentano. E’ arguto e coraggioso, il
contrario esatto di don Abbondio. Distinto, alto, colto, un bell’uomo maturo,
nativo del luogo. Uomo “di potere”, mi sussurrano. E’ stato preside nelle
scuole di Stato, al liceo classico (“vincitore di concorso”, precisa lui). Ora
fa il parroco. “La progettazione va bene, benissimo”, mi rassicura. “Risponde
alle esigenze dei fedeli”, (di don Antonio, mi dicono sottovoce i malevoli. Che
aggiungono: quando Lui se ne andrà, l’Astronave volerà via in Cielo con lui.
Amen. Già adesso è scarsamente frequentata. Specie d’inverno, perché sta in un
punto infelice, sferzato dai venti, impossibile ad avvicinarsi!). Continua
invece don Antonio: “Tutto ha funzionato perfettamente, ho solo decentrato l’
altare, previsto inizialmente esattamente al centro dell’impianto circolare. “
E’ vero! Planimetricamente “l’Astronave”, il disco volante di ALR, è come un
sasso gettato nello stagno locale. Un audace sasso gettato nella fede
architettonicamente conformista del luogo. Che genera riverberi, freschi cerchi
concentrici, all’infinito forse, come stessimo a San Leucio. Utopia ri-
formatrice borbonica senza Borbone. Solo barboni, barbini e mediocri barbette
come me. C’è molta micro-simbologia in questo impianto, interna ad una marziana
“armatura spaziale” (il linguaggio delle avanguardie è sempre rigorosamente
militaresco): al centro (era previsto) l’altare del sacrificio (il sasso nello
stagno di Loris); poi, per riverbero, la gradinata del Popolo di Dio in
cammino, anzi seduto; quindi i dodici pilastroni-guerrieri, “cioè i dodici
apostoli”, mi spiega ancora l’ottimo don Antonio; i pilastri apostolici
sorreggono poi dodici giunti di copertura (i santi, gli angeli e gli arcangeli
prefabbricati). Fino alla cupola, al lanternino dov’è seduto Dio. E, vicino al
Padreterno, il suo braccio destro esecutore. L’architetto stesso che ha
disegnato il tutto. ALR Santo Subito. Ora pro nobis. Ora pro Loris.
Un minuto di raccoglimento. Oriamo per tutti gli abitanti di “Piano
regolatore”, veramente sfortunati! Metropolitani a forza! Metropolitani senza
metropoli. Vittime di un capriccio, di una fissazione: che l’assenza della
grande dimensione urbana abbia costretto gli architetti italiani, napoletani, a
fare oggetti troppo-caricati, dopati, palestrati, inquieti. Angoscianti,
angosciati. Ma qui a Bis-acta, la grande dimensione (sognata e segnata) urbana
c’è. Permane tuttavia anche l’oggetto inquieto ed inquietante. Ed in più ci
sono anche gli abitanti incazzati e bisacciati. Solo don Antonio pare felice,
al comando della sua astronave santa. Verso Gesù, versus un futuro condiviso.
Ciao don Antonio!!! Statte-bbuono!!!
Lo salutiamo. Andiamo via, per le strade e le abitazioni tutt’intorno. Che
seguono il rigido schema circolare di base. Le facciate delle case hanno
qualche grado di libertà compositiva in più. Non so se ciò sia dovuto a gentile
concessione dell’autore o se la “concessione edilizia” (ed edelizia) a fare in
pubblica libertà se la siano presa loro, gli abitanti, gli abitatori locali.
Andiamo, … non c’è più tempo. Saliamo in macchina col il Verderosa irpino che
mi (e ci) porta a Rotulea, nella vecchia Bisaccia. Per la via vedo tanti altri
edifici stile centrifuga-Loris, esplosioni di Lorissignori, altri pezzi
schizzati da (e di) Lorissopolis. Opere formalmente egregie, dal dna che mi
pare, a volo, a rapido sguardo di intermezzatore, tipicamente sannita-
introverso doc. O-stile e ostico. ALR come legittimo erede delle formidabili
architetture guerriere/pastorali di quelle antiche popolazioni italiche. Non
posso approfondire questo punto decisivo. Vaco ‘e PresS/T (da Muratore)!
Siamo ora nel vecchio centro di Rotulea, caratterizzato da un castello
dominante, veramente notevole, federiciano, restaurato da poco, … poi la
consueta cattedrale, .. l’esteso corpo del vecchio centro abitato ferito a
morte, .. terremotato senza terremoto, … diroccato, con ampi spazi vuoti, …
voragini sociali, … linea di faglia umana Nord-Sud, Europa – Africa ..… mi
vengono in testa tante idee d’arte performativa …. le caccio via subito, siamo
seri, siamo architetti!!  …. basta, s’è fatto tardi, andiamo, sono ormai
stanco, sono disgustato, dis-guastato …, poi il Gran capo taglia …già mi sono
allargato troppo ….
No, perdonatemi muratorini: una visita lampo al cimitero, … ancora un
troneggiante fortilizio/ossario circolare di ALR. Questa volta ingentilito
però, all’esterno, tutt’intorno, da una sorprendente fascia di tesserine di
mosaico oro secessione-viennese. Anche questo baluardo cimiteriale sannitico è
in disuso. Neanche le ossa dei morti vogliono essere deposte nei loculi fatti
dai marziani dell’architettura napoletana. Si rivoltano i defunti, si scopron
le tombe! E’ veramente la morte dell’Arte irpina! Non c’è più religione in
loco, non c’è più speranza per noi! Una prece. Ora pro Loris!”
E.A.

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Un appello … dall’Ordine …

L’Ordine degli Architetti di Roma propone questo appello per salvaguardare gli edifici di Lafuente e Rebecchini alla Magliana …

Appello sede Esso alla Magliana

Al Sindaco del Comune di Roma

Le sottoponiamo con urgenza un appello in difesa dei valori dell’architettura

“Chi arriva a Roma dal mare o dall’aeroporto subito incontra questo anomalo Edificio a Triangoli rovesciati. Un Edificio unico e diverso da tutti gli altri, dal 1978 anno in cui è stato costruito riesce a cogliere l’attenzione di chi fugacemente percorre l’autostrada.

Era questa la richiesta della multinazionale Esso, per la sua Sede Italiana, con la volontà di essere riconoscibile per chi entra nella capitale attraverso una “porta”, che tuttora possiede la più forte presenza architettonica con l’E.U.R. ed il Ponte di Morandi.

Progettato nel 1977 dall’arch. Julio Lafuente e dall’ing. Gaetano Rebecchini trasforma un problema statico in un punto di forza concentrando pali radice profondi 70 mt alla base dei tre ventagli fino a trovare solido terreno roccioso. Si permette il lusso di non sfruttare al massimo le superfici lasciando aperti scorci ed aggetti. Ricchissimo di accurati particolari come le scale di emergenza aggettanti e risegate o la facciata con un forte andamento orizzontale in elementi concavi di alluminio brunito.

Attualmente sono in corso lavori di ristrutturazione, da parte della società “Nova Fuente srl” che ha acquisito l’edificio, secondo un progetto che stravolgerebbe completamente le qualità ed il significato del fabbricato in nome di una male interpretata messa a norma.

E’ già visibile la sostituzione della pelle dell’edificio con una facciata continua di colore chiaro; è prevista la chiusura con vetri dei vuoti fra i tre corpi; è prevista la realizzazione di passerelle orizzontali a nascondere la struttura a raggiera e di frangisole ad inglobare gli aggetti laterali modificandone la sagoma.

Questo progetto contiene tutti gli elementi per snaturare il fabbricato.

Pretendiamo che la qualità architettonica venga a rispettata.

Si chiede pertanto che l’intervento di trasformazione venga al più presto sospeso e che questo Edificio, uno dei pochi Moderni inseriti nella Carta delle Qualità del PRG, venga salvaguardato nella forza delle sue forme e nella ricchezza dei suoi dettagli.”

Grazie … Amedeo …

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Da Noto a Monterusciello … passando per Cumbernauld …

Sergio Marzetti a proposito di vecchie e nuove New Town … da Noto a Cumbernauld: …
“Anche Noto in provincia di Siracusa, dopo il terremoto del 1693, venne ricostruita come una “new-town” dal Duca di Camastra, rappresentante del Vicerè spagnolo. Forse anche a lui Andrea avrebbe, apoditticamente, rivolto l’accusa di dire e fare “stronzate” (non credo che il Duca fosse confortato in partenza dall’avere a disposizione il linguaggio barocco; era soltanto il linguaggio che veniva usato all’epoca, senza presumere di stare edificando l’opera d’arte che adesso ammiriamo e che abbiamo voluto ripristinare dopo il terremoto del 1996). Su per giù Berlusconi ed io siamo della stessa generazione, generazione che ha vissuto il dibattito sulla ricostruzione, non solo nazionale, post-bellica e, in ogni caso, anche alla necessità di nuove possibilità edilizie, dovute a baby-boom e inurbamenti (Roma, poi, nel corso del secolo scorso ha visto ben altro: le demolizioni mussoliniane, vissute come terremoti dalle popolazioni spostate in quartieri periferici, Garbatella, Primavalle, Quarticciolo, con i risultati più o meno positivi che conosciamo. Poi vennero il Tiburtino di Quaroni (la faccio breve e salto qualcosa), successivamente e più recentemente l’anello residenziale pensato a supporto dell’Asse Attrezzato del P.R.G. ‘62, Casilino 23-ora Villa De Santis, Arco di Travertino, Vigna Murata, Roma 70. Operazioni che si possono discutere, ma tutte “stronzate”?). Berlusconi forse anche sotto le suggestioni di quelle proposte, nuovi standard, città-giardino e altre categorie, ha costruito le sue Milano-due. Anche queste “stronzate” o non la realizzazione di sogni senza i quali é inutile fare la nostra professione? Per tornare alle “new-town” propriamente dette, il mio corso (erano gli anni ‘60) ricevette dall’Amministrazione Scozzese il piano generale di Cumbernauld, espansione unitaria di Glagow. Vedemmo per la prima volta piastre per servizi e piastre per le residenze, sviluppi lineari. Ci studiammo sopra e anche allora mi parve che questa soluzione non fosse la più adatta alle nostre abitudini. Altri invece vollero costruire (delirio di potenza, incapacità di conoscere l’uomo per quello che é e non per quello che l’ideologia pretenderebbe, “stronzate”?) Zen di Palermo, Vele di Scampia, Corviale di Roma, tanto accattivanti quando ne vedevamo i progetti su “Controspazio” da imitarli nei nostri Corsi di Progettazione e nelle nostre Tesi di Laurea (ammetto le mie colpe! anche io proposi nella Tesi su Fermo una nuova-città a fondovalle, tutta ben squadrata, bei planovolumetrici chiaroscurati ma, ora lo so, guai ad andarci ad abitare. Infatti anche adesso che ci vivo in uno di questi quartieri, così ben ponderati sulla carta, rimpiango il mio quartiere dove sono nato, San Giovanni, con tutti i suoi problemi di traffico e lo scarso rapporto verde-abitanti ma anche con la sua varia, dialettica, contrastante qualità architettonica). Questo per dire che quello che é successo in Abruzzo é troppo grave per buttarla in “politica” e, più ancora che le cosiddette “stronzate”, mi colpiscono ancor più gli “stronzi” che, invece di vedere la luna della necessaria ricostruzione, guardano il dito di una semplice citazione del Capo del Governo. Ho sentito con le mie orecchie il Sindaco dell’Aquila dire che già il nuovo Piano Regolatore allo studio prevedeva la riorganizzazione e ripensamento di buona parte delle costruzioni periferiche del capoluogo abruzzese. Forse tante morti non saranno state invano se i vivi, se Dio e soprattutto l’uomo vuole, potranno vivere in case più sicure. Questo é il discorso da fare per la città nuova! Diverso é il discorso da farsi per l’importante centro storico aquilano e per i più piccoli centri colpiti. Che cosa vuoi pensare in questi contesti così perfetti nella loro oganicità, l’organicità assoluta che la storia di generazioni ha costruito così sapientemente che neanche il Padreterno? Più che augurarci dobbiamo pretendere che la ricostruzione sia fatta soprattutto da chi, tecnici, residenti, maestranze, meglio conosce la propria terra, i propri materiali e le proprie esigenze. No more, Hiroschima! e No more, Monterusciello!”

Comunque, indimenticabile, il viaggio a Cumbernauld nei primi sessanta, …

in Cinquecento, …

coi primi infreddoliti emigranti-pionieri italiani a far pizze e friggere merluzzi …

e poi, naturalmente, … la casa sulla collina,

un Mackintosh d’annata, ineffabile, ancora intatto e vissuto, …

“prima” … dei restauri …

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Milano-Due … sul Gran Sasso? …

Isabella Guarini, che di terremoti se ne intende: …
“Essendo nata in un paese dell’Irpinia, sismico di primo grado, e avendo vissuto due terremoti, del 1962 e 1980, mentre già c’erano ancora i danni del terremoto del 1908, 1930 e dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, posso affermare che il pericolo più grande del terremoto stesso è la ricostruzione. Potrei scrivere un romanzo di come sono stati stravolti i centri dell’irpinia, prima dai progetti importati della archistar del tempo, poi dai progetti del “dov’era e com’era”. Una gamma di esperienze che hanno trasformato nel bene e nel male una vasta zona della Campania interna. Altra è l’esperienza della ricostruzione nella città di Napoli dopo il terremoto del 1980 e quella del bradisismo di Pozzuoli del 1985. Si potrebbe pensare che tante tipologie di interventi, facciano da guida a non ripetere gli errori e gli orrori rilevabili dall’applicazione di alcune concezioni urbanistiche e architettoniche, dalla conservazione alla modernizzazione. Del resto negli ultimi dieci anni le ricerche si sono anche affievolite di fronte all’affermarsi della global architecture, del monolite architettonico, metamorph-high tech. Da almeno venti anni non si parla più di nuovi quartieri, di strade e case in cui far abitare, visto che le città non si espandono per il decremento demografico e per la dismissione industriale, sostituita dal terziario post- industriale. Ma il terremoto ci mette di nuovo di fronte a vecchie basilari questioni insediative: il paesaggio, la memoria, la città, la casa, i trasporti, l’industria il commercio, il tempo libero e le scuole, i parchi, i luoghi pubblici e collettivi. Noi, abitanti dei Borghi Appenninici siamo antichi, destinati a supportare il peso della storia millenaria, ma di tanto in tanto la nostra terra ci scuote dal torpore dei millenni e impone di cambiare per non far scomparire la nostra stessa storia. Come cambiare è la sfida del millennio, ma lasciamo da parte le archistar e le loro mirabolanti architetture da Megalopoli. Per grazia ricevuta!”

Perfettamente d’accordo …

e, tra le tante mostruosità, ricordo, con orrore, il caso di Monterusciello …

forse, peggio ancora di Gibellina …

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