Un esempio “in nuce” … di civic design …

terraemotus

Isabella Guarini ci invia questo, ormai antico, articolo relativo ad un lontano terremoto irpino … e un suo commento sulla realtà della ricostruzione … aggiornato ad oggi …

da Cronache d’Architettura di Bruno Zevi1966
La ricostruzione di Ariano Irpino
MEMORIE SU SALDE FONDAZIONI

“Per intendere il significato culturale del progetto di ristrutturazione del rione Valle ad Ariano Irpino, occorre richiamare un argomento più volte dibattuto. Le case popolari in Italia vengono costruite, com’è noto, in zone periferiche, spesso remote dai centri abitati, per la necessità di utilizzare aree fabbricabili a basso costo. Questa politica contribuisce a depauperare ulteriormente i quartieri urbani che esigono un risanamento e danneggia i lavoratori, costretti, per vivere in una casa decente, a subire una specie di democratica « deportazione ». Se ciò è grave nelle grandi città, diviene assurdo negli aggregati minori. Ariano Irpino offre, in proposito, un esempio sintomatico: le case popolari realizzate qualche anno fa, a distanza di chilometri dal paese, sono tuttora vuote; nessuno vuole abitarle.
Per ovviare a tale inconveniente, nella legge istitutiva della Gescal si è prevista la possibilità di interventi per risanare i vecchi quartieri urbani; ma l’enunciato legislativo è confuso ed ambiguo, tanto, che le varie proposte per applicarlo (abbiamo illustrato ,quella riguardante il centro storico di Salerno, n. 478) sono rimaste lettera morta.
Dopo il terremoto dell’agosto 1962, l’on. Fiorentino Sullo promosse la legge 1431 per il risarcimento, la ricostruzione e la bonifica edilizia delle zone colpite dell’Irpinia e del Beneventano. Gli enti pubblici furono sollecitati a sostituirsi all’iniziativa privata nella costituzione di « comparti edificatori », a fungere cioè da volano nelle opera amministrative necessarie a riparcellare le proprietà di comprensori omogenei.
La prima organica attuazione di questa legge ha per oggetto il rione Valle di Ariano Irpino. Gli architetti Paolo Marconi e Paolo Portoghesi hanno predisposto un progetto di massima per la riconfigurazione del vecchio abitato, collaborando col segretario della delegazione speciale per le zone terremotate, arch. Marcello Petrignani, e con il caposervizio della Gescal per le operazioni della legge 1431, ing. Italo Angelini. L6 schema è stato quindi discusso con gli abitanti del quartiere, in una riunione presieduta dall’on. Sullo l’il luglio del 1963. Consenso pressoché unanime: l’adesione dei proprietari ha largamente superato il traguardo del 75%, che consente la formazione del consorzio e quindi l’istituzione di un « comparto edificarono ». Si è allora passati al progetto esecutivo che è stato approvato nell’ottobre dello stesso anno. Esaminiamo l’impostazione metodologica. Il rione Valle
non presenta spiccati valori artistici, tali da richiedere un restauro scientifico dei singoli edifici; tuttavia l’importanza culturale, sociologica e psicologica dell’insieme è assai notevole. Le case sono fatiscenti, anti-igieniche, spesso pericolanti; i tetti rifatti dopo il terremoto coprono provvisoriamente alloggi inabitabili. Ma, indipendentemente dalle case, il nucleo possiede una vitalità urbanistica derivante dalla sua arti colazione altimetrica, dal ventaglio di strade in pendio che dilatano i loro invasi o li restringono in rapporto ad una sequenza di piazzette e di slarghi « informali » e perciò rigorosamente aderenti alla giacitura topografica. Inoltre l’ubicazione del rione, adiacente al centro, induce gli abitanti a rifiutare di trasferirsi in periferia: vogliono restare lì, sul declivio della collina, lungo queste tortuose viuzze che incorporano un sistema di vicinato, un tradizionale modo di vivere, un costume.
I progettisti hanno dunque deciso di conservare intatta la vecchia rete stradale, del resto in ottime condizioni, e di rinnovare le cellule edilizie secondo una tipologia flessibile e una disposizione in linea che favorisce la curvatura dei volumi e quindi la loro aderenza agli spazi pubblici. « Abbiamo creato — essi dicono — uno specchio delle aspirazioni più intense espresse dalla maggioranza delle famiglie del rione:
possedere una casa solida, dotata dei requisiti fondamentali dell’igiene e del comfort moderno, ma giacente nel luogo stesso ove la casa paterna ergeva i suoi muri cadenti, e tuttavia carichi di memorie. Uno specchio in forma tabellare, ma non per questo meno commovente, in relazione immutata con i punti focali dell’aggregato; la fontana, le botteghe, la chiesa, gli sbocchi sulla strada principale ».
Il lavoro di progettazione è stato condotto attraverso un sistematico dialogo con le famiglie del rione. Si è partiti dalla situazione preesistente: 753 abitanti distribuiti in 228 unità immobiliari su un’area di circa due ettari. Ad ogni famiglia è stato chiesto di indicare l’alloggio desiderato, scegliendo tra taglie standard determinate dalla legge che prevede tipi da quattro a sette vani compresi i servizi, e cioè alloggi variabili da 65 mq a 110 mq. Esaurita questa fase di rilevamento, si è proceduto ad un attento montaggio delle unità residenziali in modo da ridurre al minimo il numero degli scontenti. Un accordo è stato facilmente raggiunto poiché il divario tra lo stato attuale e quello proposto è enorme; basti pensare che dei 228 alloggi esistenti il 30% è composto di un solo vano, e il 44% di due vani. La mera razionalizzazione dell’antico tessuto edilizio ha permesso il reinsediamento della stessa quantità di famiglie in case moderne.
Il progetto del rione Valle rappresenta il più vasto esperimento di applicazione dei « comparti edificatori ». Ma il suo significato trascende l’aspetto tecnico-amministrativo. Per la prima volta, gli architetti incaricati da un ente pubblico di costruire case popolari hanno lavorato non per famiglie-tipo, astratte, ignote, da selezionare a sorteggio e incasellare in anonimi alloggi. Hanno trattato con clienti concreti, esigenti e comprensivi. Ciò si riflette anche nella virtuale risultanza estetica, poiché il progetto, qualificando diversamente i vari isolati, stimola ad un impegno architettonico ben più approfondito di quello necessario negli interventi massicci su aree libere da vincoli. È un esempio in nuce di « civic design » elaborato nel quadro di un dialogo continuo con la popolazione; ed indica il metodo giusto da adottare nei risana- menti urbani, e anzitutto negli altri paesi disseminati sui monti del Sannio e dell’Irpinia.”

La realtà della ricostruzione-marzo 2009
“Il progetto descritto da Bruno Zevi non è stato realizzato, se non nel mantenimento del sito. Le vicende sono state lunghe e complesse a causa dei finanziamenti. Dopo il primo entusiasmo gli abitanti si dispersero in altri alloggi in attesa della ricostruzione del loro quartiere: molti sono morti senza vedere  il giorno del rientro, perché la ricostruzione vera si è  avviata  nel 1986, a sei anni dal secondo terremoto  con  il finanaziamento della legge 730/86 per le calamità naturali.  Sono stati spesi   25 miliardi di vecchie lire, ma il progetto originario è stato  trasformato in dieci insule  condominiali  di cinque piani, come si può vedere dalla foto satellitare. Sembra un deserto, al posto delle  botteghe artigiane, un tempo fiorenti,  vi sono garage tra strade tortuose e in forte pendenza, mentre ancora, dopo quarantatre anni, sono in corso le assegnazioni ai proprietari,  oberati peraltro dall’accollo di spesa per l’incremento di superficie utile.
Niente più rampe, scale, gradinate e mille affacci. In  sintesi  posso dire che tale scenario era nel DNA dei comparti edificatori, perché il “comparto edificatorio” considera memoria da conservare  solo il sito e non la  complessità  insediativa caratterizzata dalla simbiosi tra paesaggio-strada-casa-bottega, e ancora tra individualità e collettività. Una complessità ritenuta non pregevole  dal punto di vista architettonico secondo i parametri vincenti di allora e troppo identitaria  di antiche culture.
Ma non finisce qui.”

I.G.

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3 risposte a Un esempio “in nuce” … di civic design …

  1. pasquale cerullo ha detto:

    Cronaca 16 settembre 1962 su quali errori da non commettere per la ricostruzione in Irpinia, cronaca di oggi per l’Abruzzo. Solo che oggi non c’è neanche una critica. Un minimo di buon senso alle allampanate idee urbanistiche di tale imprenditore che si è auto-prestato al governo di questa Nazione, privo di conoscenze storiche in materia di urbanistica, senza cognizione di causa, ignorante ha la supponenza di dissertare e legiferare senza contraddittorio. Gli errori del passato si ripeteranno e nessun urbanista dice una parola di buon senso. Hanno tutti il terrore di opporsi a questo ‘esperto’ del nulla. È un paese in balìa di un tuttologo dell’aria fritta. Una new town nei pressi del capoluogo terremotato? e per chi, se gli abitanti torneranno ad abitare nelle loro case ricostruite in situ? Per le famiglie giovani è la pronta risposta del premier, ma non c’entra nulla con la ricostruzione! Non si mette in cantiere una città nuova sull’onda dell’emozione, senza un’ utilità di necessità. Dove stanno queste migliaia di giovani famiglie aquilane che hanno chiesto una casa? Fermate questi parti insani di idee dell’uomo qualunque, finché si è in tempo.

  2. pasquale cerullo ha detto:

    Sul web c’è un’iniziativa interessante, non avrà forse una carica esplosiva ma sonda la inconsistenza di una certa parte politica, che dovrebbe fare opposizione, ma forse interessata quanto la parte avversaria al piatto ricco della ricostruzione che il premier prospetta. Almeno qualcuno è sveglio.

  3. alfredo ha detto:

    il premier è ormai avviato in toto all’emulazione del duce italico, anche lui vuole lasciare le sue pseudo sabaudia, latina o aprilia che sia (sic!).

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