“Chi cammina in una piazza non capisce cosa succede nell’altra” … TUTTO SI PUO’ DIRE DA UNA CATTEDRA …

K. F. SCHINKEL BATHAndrea Di Martino su: DOPO L’INFERNO …

Da Ettore Maria Mazzola: … “Caro professore, Spero di far cosa gradita segnalandole questo post su “La Capanna in …

“però lo vedi che ciavevo ragione io, ettorì? Se anche tu vai a rileggerti il testo noterai che hai usato anche tu il termine “pittoresco” (sia pure indirettamente attraverso una citazione di Marconi)… Qui se tenta addirittura de giustificà la serpentina romana (che poi come dici è ‘no “steccone”) co’ la serpentina genovese, che è appunto ‘na serpentina in senso letterale (proprio come il Royal Crescent di Bath), e che nel suo articolato adagiarsi alle curve di livello pretende di sortire qualche effetto pittoresco, ma solo in pianta (e non oltre una certa misura), mentre il tuo progetto è pienamente pittoresco sia in pianta che in prospetto, nel senso appunto sintetizzato da Marconi. La verità è che c’è pittoresco e pittoresco, per il semplice motivo che c’è architettura e architettura. Come certamente saprai, Zevi era solito dire che anzichè giudicare il moderno sul metro dell’antico, bisogna giudicare l’antico sul metro del moderno. Ebbene, se giudicassimo il Royal Crescent sul metro della serpentina genovese, allora il primo ci parrebbe perfino meglio di quello che è (e probabilmente è già notevole se giudicato in se stesso), ma questo non significa che bisogna ricalcarne lo stile in ogni luogo e in ogni tempo. Significa soltanto che l’operazione genovese, così tanto decantata (anche da parte di Zevi), poteva essere portata avanti con un po’ più di fantasia, fermo restando quella modularità di fondo che tutto sommato traspare anche a Bath (ed è bene che sia così, giacchè l’architettura, non dimentichiamocelo, è anche e soprattutto una questione di natura tecnica; in fondo è lo stesso motivo per il quale Loos amava così tanto l’architettura dell’antica Roma). Dicevo poc’anzi che c’è pittoresco e pittoresco. Ecco, potrei anche dire che c’è modularità e modularità. E ciò indipendentemente dallo stile e dal contesto, anche nell’ipotesi che le due cose siano (o debbano essere) legate. Perciò una scuola di architettura degna di questo nome dovrebbe insegnare a padroneggiare tanto la modularità quanto la “pittoreschicità” (mi si passi il temine un po’ pittoresco). Ma per far questo, bisognerebbe ripartire dalle questioni di natura tecnica, e, dal punto di vista urbanistico, mi verrebbe da dire anche di natura tipo-morfologica (rapporto tra tipologia edilizia e morfologia urbana), se nun fosse che poi verrei accusato de “filorossismo” (manco se er concetto de tipologia l’avesse inventato Rossi). Insomma, tutta una serie di questioni che prescindono completamente dallo “stile” così come viene inteso dal New Urbanism ma anche dai docenti nostrani (vale a dire la “porosità” di Holl e altre stronzate di cui gli stessi docenti troppo spesso si riempiono la bocca). Solo così possiamo avere la certezza di non uscire mai dal campo dell’architettura, e soprattutto dal campo dell’urbanistica. Sennò famo come quer Colarossi che di fronte al mio progetto di urbanistica 2 ebbe a dire: “il progetto manca di qualità urbana perchè chi cammina in una piazza non capisce cosa succede nell’altra” (come se un concetto che vuole essere di natura tecnica potesse prescindere perfino dal significato semantico della frase)…

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