BISCHERATE “STORICHE” …

Schermata 2014-01-20 a 18.23.12Andrea Di Martino commented on LENCI RITITOLA GALASSI …

Scusate ma quanno è troppo è troppo. Er troppo stroppia, direbbe quarcuno… E allora, nello spirito di Falso Cascioli (vero “alter ego” del Galassi), mi permetto anch’io di praticare un po’ di sana dissacrazione. Ditemi voi se dobbiamo star qui a discutere del significato di termini come luminanza e crominanza in rapporto all’opera in questione e alle sue modificazioni nel tempo, solo perchè (cito testualmente), “questo linguaggio da tubo catodico ha perplesso un poco tutti … ricordando ai più il noioso periodo di studio di quell’esame … Fisica Tecnica e Impianti … piuttosto che un contesto di creatività ed espressione poetica all’interno del quale il breve scritto voleva sembrarsi calare con quella eleganza raffinata notata da tutti”. Ma tutti chi? Quelli che hanno preso parte alle (non meglio precisate) “etiliche telefonate tra appassionati”? Ma appassionati di che? Del Galassi artista? Dell’arte in senso lato? Delle interpretazioni che di essa ci vengono fornite da un noto cattedratico di San Pietro in vincoli? In realtà, anche nell’ipotesi che quello scritto sia di natura sottilmente burlesca (detto con riferimento alla sottile allusione della frase che ho citato all’inizio), è evidente che l’effetto sortito da quello scritto va ben al di là dell’intenzionalità stessa dell’autore, configurandosi, paradossalmente, come un fatto di assoluta serietà, ma in un senso che va precisato una volta per tutte. Il fatto consiste nello spostare il discorso sull’arte nell’ambito di un tema che investe il concetto stesso di arte. Il tema (che poi è un tema di scottante attualità), è quello del ruolo dell’arte nell’era della riproducibilità tecnica. Non sarà superfluo ricordare che gli artisti stessi hanno affrontato tale tema, sia in modo serio (come le tele elaborate al computer da M. Schifano), sia in modo scanzonato (come la ben nota (e di fatto insolente) provocazione di P. Manzoni). Naturalmente, il fatto che l’insolente “manufatto” di P. Manzoni sia stato esposto nei musei, come un qualsiasi manufatto artistico (sebbene nessuna persona sana di mente lo riterrebbe tale), non poteva sortire altro effetto se non quello di concentrare la nostra attenzione su un (pericolosissimo) fenomeno altrimenti noto come “culto della personalità”, ovvero quel fenomeno per il quale il soggetto in quanto tale costituisce l’unica giustificazione del contenuto (merda sì, ma d’artista, appunto). Allora, il senso (sia pure imprevisto) della storica bischerata di Livorno, è stato quello di dimostrare che le artigianali “teste di Modigliani” sarebbero state giudicate belle non perchè intrinsecamente belle, ma solo per il fatto che, attraverso forme di suggestione collettiva (come quella indotta dal prestigioso intervento televisivo di Argan), si era maturata la convinzione che, a realizzarle, fosse stato proprio il genio di Modigliani, tanto è vero che quando tale convinzione è venuta meno, nessuno si è sognato di attribuire a quei manufatti l’etichetta di manufatti artistici. Il fatto poi che tale convinzione sia crollata solo dopo pesanti reticenze, costituisce un ulteriore (e più incisiva) dimostrazione, ovvero la dimostrazione di quali brutti scherzi (loro sì) può giocare una qualsivoglia forma di autosuggestione collettiva. Ciò vale anche per quei fenomeni mediatici finalizzati a mitizzare degli artisti che, di fatto, sono degli pseudoartisti, quindi il fatto che, ai fini della succitata dimostrazione, ci si è serviti nientemeno che di Modigliani (ovvero un artista autentico), non poteva non infastidire alcuni benpensanti dell’epoca (che ovviamente scagliarono i loro anatemi nei confronti dei 3 bischeri di Livorno), ma questo non toglie nulla all’oggettività della dimostrazione, come del resto non toglie nulla all’ilarità che ancora oggi riesce a suscitare (basti pensare alla faccia che fece Argan una volta resosi conto di aver fatto la classica figura da peracottaro, per giunta in mondovisione)… Ecco, il fatto saliente è che una tale ilarità è perfettamente equiparabile a quella suscitata da chi, in rapporto al “misterioso oggetto del rititolamento”, si domanda se vi sia sufficiente “materiale” per metterci a “studiare”, come stanno già facendo coloro che (cito testualmente), “hanno quindi deciso di mettersi li .. rimboccandosi le maniche … a lavorare , perchè se un professore usa certi termini qualche motivo profondo ci sarà pure ….” Ed è appunto a questi infaticabili “lavoratori della blog critic” che bisognerebbe rammentare l’altissimo valore didattico di quei manufatti emersi da ben altre “profondità” (quelle dell’Arno). Un valore didattico che queste mie note hanno cercato di descrivere, ma senza nessuna velleità di aspirare alla storicizzazione dello stesso, per il semplice motivo che quella storicizzazione è già stata consegnata alla Storia. Fate conto una sorta di “rititolamento” di un’opera (anzi, tre), a beneficio di chi, in un certo senso, non ha “titoli” (a meno che qualcuno, tra voi, voglia farmi credere che l’appellativo di “bischero” rientri tra i titoli accademici)…
http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/toscana/2014/notizia/livorno-una-mostra-rende-omaggio-alle-false-teste-di-modigliani_2018810.shtml

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3 risposte a BISCHERATE “STORICHE” …

  1. sergio de santis ha detto:

    Ma quale Arno !….
    le teste sono state recuperate in uno dei canali puzzolenti vicino alla Fortezza Nuova … nei pressi di via Scali del Vescovado dove peraltro c’era un clamoroso e altrettanto puzzolente deposito di stoccafisso nonchè il comando della Polizia Municipale …
    più o meno quartiere Venezia … vero centro storico di Livorno …
    insomma … vicino alla casa di Libero … palombaro del porto …. dove da piccolo andavo ad ammirare i Rimorchiatori Neri … ( famiglia Neri …no – neri – di – colore … )
    Direi che per il resto ho perfettamente colto nel segno … e ne ho presi pure parecchi!
    In effetti è stato un po’ come andare a pescare nel Fosso mediceo …
    Ridi … Ridi …
    salut!
    SDS

  2. sergio de santis ha detto:

    Quindi, c’è dell’altro, ed è evidente che non si tratta solo del tentativo di resuscitare sensibilità architettoniche oramai smarrite sulle quali non possiamo far altro che versare malinconiche lacrime, come per i ricordi di lontani amori di un anziano “Casanova”, o per lo stesso struggente sguardo di von Aschenbach accompagnato dall’ Adagetto della 5a di Mahler nell’ultima sequenza del film “Morte a Venezia”
    Qui si vuole “sintonizzare”, da sottolineare la tecnica affinità con termini “torreggianti“ quali Luminanza e Crominanza, il desiderio di un ritorno in Arte e Architettura a forme “più decorative” … più classiche … con uno stile blog-critico faticosamente invischiato tra una labirintica farragine e una ridondante ampollosità della scrittura.

    Il prezzo pagato è quello di una sterile polemica sul possibile futuro dell’Architettura e dell’arte.

    E come da ragazzino quell’amichetto mio, spesso si riesce a confondere le procedure del gioco delle “figurine” con un rapidissimo e furbesco “ce l’ho .. ce l’ho .. ce l’ho .. me manca .. ce l’ho .. ce l’ho … me manca ..aspetta …tornamo ‘ndietro … famme vede’ .. ce finisco la paggina … ce l’ho .. no questa no .. questa invece si…
    vabbè rega’ .. se vedemo!”

    Furbesco, poi ci siamo accorti, nemmeno tanto …
    è rimasto così … un collezionista di figurine fuori tempo massimo …

    Una scoppiettante miscellanea di intelligenza tra quell’essere un poco azzeccagarbugli e un ben più noto “a mme m’ha rovinato ‘a guera” … la guerra de San Pietro in Vincoli …
    ma dell’allievo … per intenderci!

    Fatto è che la famosa frase di Galileo, scienziato discusso, ma pur sempre autentico scienziato, secondo cui, “parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro, pochissimi”, ci suggerirebbe un principio che dovrebbe essere osservato da tutti, ma in realtà troppo spesso disatteso, non tanto per volontà quanto piuttosto per via di quell’attitudine assai italica alla sovrabbondanza.
    Un “barocchetto linguistico” ancora di minor pregio e molto sfiancante …
    Ma anche Italo … Calvino … così “raffinatamente” tanto caro all’Ordine degli Architetti romani … qualcosa a riguardo aveva scritto da qualche parte …

    Si … Vabbè!
    Ma di cosa dovremmo discutere ?
    Beh! … ditemi voi se possiamo solo per un attimo pensare che il breve scritto del “Chiarissimo” Professor Lenci possa essere stato redatto con uno scopo che “va ben al di là dell’intenzionalità stessa dell’autore”.
    Il Professore avrebbe cioè discusso un argomento incosciente , dico I N C O S C I E N T E , delle enormi e serie ricadute in tema di “Cari fratelli, chiediamoci per un momento cosa sia veramente l’Arte e cerchiamo di chiuderla qui … definitivamente”
    Lui … salito agli onori dell’ “Arte Alta”.
    Non ci credo!

    L’Arte!
    Fatto sta che ancora mi chiedo:
    – in quale modo il breve scritto del Professor Ruggero Lenci può aver determinato anche solo involontariamente una relazione tra l’ipotesi di un affioramento di un Dorian Gray destinato all’invecchiamento in vece del cinquantenne Galassi condannato a una giovinezza eterna, oramai però sfiorita in virtù dei dieci lustri raggiunti, e l’impegnativo tema “dell’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”?

    E’ quindi forse per avventura – dico per avventura? – che ci si trova di fronte a trionfi di nebbiose attitudini come quelle a cui faceva riferimento Natalia Ginzburg:
    “Il fine di chi scrive è in primo luogo avvilupparsi di nebbia, e produrre nebbia: e il prossimo chi scrive non lo vede, e fa come se non ci fosse. Quello che ti fa gelare, nei manoscritti e nei discorsi pieni di nebbia, è il senso che non siano stati scritti per nessuno. Il prossimo, al di là di quella nebbia, non esiste come essere vivente; esiste al suo posto un’entità astratta, di cui si vuole ottenere l’assenso; il fine di chi scrive non è di raggiungere il pensiero di un altro essere, di un suo simile;(…)”.

    Federica Grandis nel suo “I linguaggi della politica: la “sinistra” e la società civile” di qualche anno fa ci ricorda come “Queste parole, tratte da un articolo di Natalia Ginzburg (…) descrivono felicemente un processo già allora in atto: quello del tramonto della chiarezza, risultato dell’affermarsi di un linguaggio oscuro, complesso, sfuocato,(…).

    Nei 32 anni da questo scritto “quel virus” si è “trasmesso” a molti colpendo trasversalmente la popolazione e specialmente quella di educazione accademica.
    Si sono generate anche varie mutazioni delle quali continuamente subiamo gli effetti.

    Si salta insomma come cavallette, volando di traverso, dal tema proposto con formula dubitativa nel breve scritto del Professor Lenci al terribile Schifano, e a Manzoni, velocemente a W. Benjamin passando per il culto della personalità e infine approdando attraverso un improbabile parallelismo al concetto di “suggestione collettiva”.

    Annotando, e senti la novità, come le famose presunte teste ripescate nel canale livornese sarebbero state belle solo perché attribuite a Modigliani e non perché, seppur sbozzate, copiate o imitate, erano di fatto belle come tali anche nella loro clamorosa “falsità” !

    E quindi dai … giù … sulla ilarità generata da quel poveraccio, sui cui libri hanno studiato generazioni di studenti, come se questo fosse veramente importante o come se magari fosse conseguentemente doveroso dubitare di tutto … ovvero essere certi solo di cosa?

    Nebbia! … nebbia in Val Padana…

    E quella ilarità da “cassetta” peracottara come il sostenerla … quella stessa ilarità è proprio la stessa generata, ma tu guarda, dal chiederci perché ‘sti professori usano certi termini …

    E comunque … se l’architettura è arte , come dicono alcuni, mi viene inevitabile ripensare a tutta quella “pappa” sulla bella chiesetta armena in cui il bello era tale in quanto così riconosciuto dalla tradizione, quella stessa che voleva quel bello, uno dei tanti possibili, così codificato e con la conseguente semplificazione del doverlo solo riprodurre e cioè senza togliere nulla alla validità artistica del manufatto.
    Citazione … copia … banalità di tutti i tipi dalle quali potremmo derivare tutta una discussione sulla questione delle teste “che te la risparmio”.

    Si! … “Te la risparmio”, ma rimane aperta una questione … ed è quella di dire con chiarezza, quale sarebbe la lezione che gli etilici, infaticabili lavoratori dovrebbero trarre dalla cosiddetta “bischerata” …
    E’ come lanciare un sasso sul laghetto ghiacciato e dire ad altri di andare a prenderlo … e no … a prenderlo ci vai tu! … anche perché come si chiederebbe il giovane Holden non vedendole, “ Dove vanno d’inverno le anatre quando il lago è ghiacciato? “.

    Già, dove vanno ?…

    Il fatto però più interessante, proprio per come passa quasi impercettibile tra le righe del commento, è quel “ciò vale anche per quei fenomeni mediatici finalizzati a mitizzare degli artisti che, di fatto, sono degli pseudo-artisti” …

    Con quell’ ”anche” si sposta nuovamente il centro della discussione sul tema dello pseudo-artista e quindi inevitabilmente sull’opera in questione, facendoci finalmente capire, con mille artifici barocchi che farebbero invidia anche alle vorticose traiettorie delle stelle filanti, quanto per lui siano difficili da digerire le “opere “ del Galassi ma ancor più quelle del suo sbandierato Maestro …
    Quanto quindi per queste valga una consacrazione (da cui la volontà di dissacrare?) “quali opere d’arte” esclusivamente generata da quella sempre pessima consigliera che è l’autosuggestione … che poi, dicendocelo francamente, raggiunge, sfolgorante, una sua certa “apoteosi” proprio in quella mostra intitolata alla memoria di Renato Nicolini.

    In questa necessità che il vero moderno ha oggi di cominciare a sottrarre tutto e quindi anche parole, per esprimersi forse avrebbe dovuto regalarci un semplice: – “a me ‘ste cose me fanno caga’!” …
    proprio così, dritto per dritto … e senza tante storie … senza tante sviolinate, capriole, piroette, giravolte, contorsioni …

    Ma è certo che una tale affermazione avrebbe fatto “piovere” la nuvoletta almeno una settimana …

    Ed è da notare anche, come quella farcitura della parola, quel riempire di prugne e castagne il culo del tacchino, quelle vorticose traiettorie, impreziosiscano il ruvido concetto almeno quanto le streamers rinseccolite e dorate che sorreggono i cieli incorniciati come improbabili provvisionali elastici senza i quali resterebbe il nulla mentre invece …almeno così … ci resta l’oro.

    Ancora una volta il classico caso degli estremi che si toccano!

    Vi invito invece a valutare il post “Lenci rititola Galassi” (che poi pure rititolare …) anche alla luce di quello più recente scritto dallo stesso intitolato, “Eurosky … ‘na Sifonia …”.

    Qui, forse, un più lungimirante piano sull’asse Galassi / Purini / Thermes, di cui dovremmo scoprire l’indirizzo giusto … ma certo speriamo anche che il professore altri segnali ce li mandi!

    Che altro ci sarà destinato?

    Già una squadra di quegli “etilici” appassionati di certe avventure, depressi dallo scoprire continuamente quanto fosse cojone Le Corbusier più tutta una schiera di ammirati cattedratici, sarà comunque alacremente al lavoro, cercando di verificare, esaminando le poche tracce presenti sui due post, se magari non si tratti invece di qualcosa d’altro …
    di più complesso …
    Qualcosa che sembra “innervosire”…
    Tanto è che quella che doveva essere una “Sinfonia” è diventata per colpa del diavolo una “Sifonia” …

    Una Sifonia …

    Con tutti i significati nascosti che ne derivano.

    Hhh …

  3. Andrea Di Martino ha detto:

    Mi sto chiedendo se, relativamente al “totem” del Galassi, vi sia qualcuno che abbia mai pensato de daje ‘na sonora martellata, al fine di indurlo una volta per tutte a rispondere a quella che era (e resta) la più criptica delle domande: “Perchè non parli?”. Vedi, Sergio, un minimo di dissacrazione può avere effetti benefici, perfino quando rifugge da effetti chiassosi (in fondo, le famose “teste di Modigliani” non potevano parlare, così come non ha mai parlato il famoso Mosè di Michelangelo), ma per quelli che non la concepiscono come tale, l’unico effetto che scaturisce da essa (dissacrazione), è quello di un chiasso non previsto, come in questo caso. Tanto rumore per nulla, perchè io non ho analizzato nè il “totem” del Galassi, nè tantomeno lo scritto ad esso riferito, ma solo la reazione che ha suscitato: quella che si evince dalle tue affermazioni. Ed ora vediamo se hai il coraggio di dirmi che anche quella reazione sarebbe stata puntualmente prevista dal noto cattedratico di San Pietro in vincoli. Il punto è: se l’autore dello scritto fosse stato un Mario Rossi qualsiasi, la reazione sarebbe la stessa? La risposta è implicita in questa tua affermazione: “se un professore usa certi termini qualche motivo profondo ci sarà pure…”. Già: qualche motivo profondo. Infatti, mettendosi nell’ottica della contemporaneità (e quindi di tutte le sue possibili chiavi di lettura), qualsiasi imbecille potrebbe leggere le incisioni nel legno come una trasposizione delle ferite dell’anima, ma sarebbe troppo facile (anche per quelli che non conoscono l’opera di Scanavino). D’altre parte, vederci una qualche relazione con la figura del Nolli, solo perchè chiamato in causa dal titolo, sarebbe troppo difficile, e tutto sommato anche inutile, visto che quel titolo è stato inaspettatamente messo in ombra dal “rititolo”. Nè si può dire che tra Nolli e Wilde via sia una complementarietà di contenuti. E questo è un fatto, indipendentemente dalle modificazioni spazio-temporali dell’opera, comprese quelle inerenti a fattori come luminanza, crominanza o quello che te pare. A maggior ragione, serve dunque una motivazione ad hoc: la motivazione “profonda” cui aspira la tua brama di conoscenza. Il punto è: ti è mai venuto il sospetto che tale motivazione potrebbe, di fatto, non esistere?

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