BROGGI … CARATTERI LOCALI …

Schermata 2014-01-20 a 18.40.53ettore maria mazzola commented on: CARLO BROGGI: UN MILANESE A ROMA …

“Relativamente alla maestria di Broggi nel controllo delle grandi volumetrie di questo splendido complesso, lungi dallo scadere nella monotonia delle enormi masse ottocentesche, ma soprattutto sulla sua immedesimazione nella tradizione romana nonostante venisse da Milano, preferisco affidarmi alle parole di Roberto Papini su una rivista dell’epoca: «Quel vasto edificio è parso subito, anche al pubblico grosso, perfettamente ambientato: il che costituisce un pregio reale e difficilmente discutibile. […] Nella risoluzione di tali problemi, nell’alternanza di piani lisci e scabri dell’intonaco, nel movimento delle masse e nella curvatura delle linee, Carlo Broggi ha segnato un sensibile progresso rispetto alle precedenti opere d’architettura, fra le quali è quella Villa Picardi, infiorata di grazie settecentesche ma ancora timida e malcerta nella fragilità della concezione scenografica. Ed è particolarmente interessante vedere un architetto milanese il quale, venendo a Roma, ha sentito il bisogno d’accordarsi con l’ambiente, di mantenersi nella sobrietà dell’ornamentazione che è caratteristica del buon barocco romano, non mai dimentico, della classica semplicità»
Quanti architetti di oggi sono disposti a disegnare per un luogo, piuttosto che limitarsi a mettere la propria “griffe” prescindendo dal carattere locale?
Ciao”
Ettore

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9 risposte a BROGGI … CARATTERI LOCALI …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    grazie per la trasformazione del commento in post

    Ettore

  2. Andrea Di Martino ha detto:

    Condivido pienamente l’analisi di Papini, che poi è un modo per dire che quella di Broggi è una monumentalità positiva, ben lontana dal tronfio monumentalismo Beaux-Arts: lo stesso che possiamo attribuire al monumento del Sacconi. Che gli esponenti del “barocchetto” fossero fortemente alternativi agli accademici della scuola francese (non meno di quanto lo fossero le avanguardie), è dimostrato dal fatto che i progetti di residenza intensiva elaborati da Sabbatini furono ammessi tanto all’esposizione del Werkbund del 1927 quanto alla BAUHAUSiana mostra di architettura razionale del 1928, malgrado quella visione manicheista della Storia che, di lì a poco, avrebbe condizionato tutta la storiografia. Del resto, è da tale condizionamento che nasce l’etichetta di “barocchetto” (espressione palesemente denigrativa, almeno per l’uso che ne hanno fatto tutti i critici di scuola zeviana). Tornando a Broggi, vorrei ricordare che l’ingegnere milanese ha realizzato (sia pure in collaborazione con altri), anche la sede della società delle Nazioni a Ginevra. Com’è noto, quel concorso fu teatro di uno scontro epico tra i “passatisti” e tutti i principali esponenti dell’avanguardia, compreso Le Corbusier. Di quello scontro, il Benevolo, nella sua Storia dell’architettura moderna, ha ricordato l’atto d’accusa dell’architetto francese nei confronti di Broggi e degli altri vincitori del concorso, ovvero l’affermazione secondo cui il progetto vincitore non sarebbe altro che un plagio del progetto presentato da Le Corbusier. Naturalmente, il Benevolo, pur di avvalorare la causa dell’avanguardia (coerentemente con la visione manicheista della Storia), partiva dal presupposto che Corbù avesse ragione. Sarei curioso di sapere come siano andate veramente le cose. L’unica cosa certa è che Corbù è sempre stato un egocentrico. Forse non aveva una grande conoscenza dei suoi avversari, e neppure della Storia dell’architettura, tanto è vero che nel suo famoso saggio “Verso un’architettura”, quando parlava degli orrori di Roma, poteva permettersi di paragonare la figura di Pietro da Cortona a quella del Calderini, mentre attribuiva tranquillamente a Michelangelo la facciata del Palazzo Senatorio! Ad ogni modo, quale che sia la verità sullo storico concorso di Ginevra, sta di fatto che la libera articolazione plano-volumetrica del progetto di Broggi e partners dimostra una volta di più che i razionalisti non erano certo gli unici a combattere il formalismo Beaux-Arts!

  3. Manuela Marchesi ha detto:

    Ha la freschezza della migliore architettura spontanea. Detta così pare un controsenso, vista l’importanza del grande complesso, ma secondo me l’armonia consiste nella differenza fra le varie parti, e la grandezza dell’architetto è proprio qui.

  4. Pingback: TIPICAMENTE LECORBUSIERIANO … | Archiwatch

  5. MM ha detto:

    Non sono un architetto, e neanche un ingegnere.
    Ma davanti alle miniere architettoniche (di parti, oramai minoritarie) delle nostre città, mi chiedo se sia mai possibile riprendere certe intuizioni, rielaborarle calandole nella “modernità”, senza fare del “passatismo”.

    Discorso complesso lo so. Ma girando a Roma, me lo chiedo continuamente …

    • ettore maria mazzola ha detto:

      caro MM,
      non so cosa lei faccia nella vita, sarebbe interessante saperlo, nel frattempo sarebbe utile sapere il come e il perché del suo dubbio sul “passatismo”.
      Il “Passatismo” è un problema inesistente, tant’è che l’edificio in questione attinge a piene mani dalla tradizione romana e, se mai il “passatismo” fosse stato un problema, questo edificio non sarebbe mai stato apprezzato né tanto ricercato in termini di mercato immobiliare.
      Se il “passatismo” fosse stato un problema, dovremmo buttare nel secchione dell’immondizia tutta la produzione architettonica romana (antica) ispirata a quella greca, dovremmo fare altrettanto di quella rinascimentale e via discorrendo.
      Solo l’ignoranza e l’incapacità di confronto dei modernisti ha voluto vedere nel rispetto della tradizione un problema di “passatismo” … oggi sarebbe utile liberarci da concetti falsi quanto dannosi.
      Cordialmente
      Ettore

      • MM ha detto:

        Sono perfettamente d’accordo con lei Prof.Mazzola: la tabula rasa culturale del secolo passato ha creato disastri urbanistici, soprattutto dal punto di vista sociale. E ricucire il filo che ci lega(va) alla tradizione mi sembra un percorso obbligato.

        Però, la dico brutalmente e me ne scuso, dobbiamo per forza (ri)costruire edifici/palazzi/quartieri/città secondo il gusto cinquecentesco?
        Cosa di “nuovo” (non dico moderno perché non voglio dare un’accezione necessariamente positiva del termine) è necessario introdurre?
        C’è qualcosa che non è attuale dell’edificio di Piazza dell’Emporio?

        Me lo chiedo laicamente. Davvero non ho risposte a riguardo.

        un saluto e grazie

        PS: Sono un’economista che si occupa di energia, che ama guardarsi attorno quando passeggia in città.

      • ettore maria mazzola ha detto:

        caro MM,
        nessuno sostiene che si debba “costruire secondo il gusto cinquecentesco”, bensì della necessità di ricollegarsi al carattere dei luoghi al fine di sensibilizzare e/o creare quel fondamentale senso di appartenenza dei residenti.
        Il discorso sarebbe lunghissimo e in questi giorni non posso dilungarmi per una serie di incombenze legate alle quali non posso sottrarmi, tuttavia è giusto che le dia la soddisfazione di risponderle anche se in maniera frettolosa. in ogni modo, se le è capitato di seguire i precedenti dibattiti che mi hanno coinvolto, avrà trovato notizia dei discorsi fatti in merito a questo aspetto fondamentale.
        Poco più di un secolo fa, proprio a Testaccio, si era studiata la diretta relazione tra il tipo di ambiente e il tipo di abitazioni realizzate e il comportamento violento dei residenti verso gli edifici e verso se stessi. Da quegli studi operati dal protosociologo Domenico Orano e dal “suo” “Comitato per il Miglioramento Economico e Morale di Testaccio” nacquero gli edifici di Giulio Magni, di Quadrio Pirani, fino a quello di Broggi, passando per Sabbatini e Palmerini. Dal sucesso di quel cambiamento nacque lo slogan dell’ICP “La Casa Sana ed Educatrice”
        A tal proposito, il presidente dell’Istituto Romano Case Popolari, Malgadi, nel 1918, nel testo “il nuovo gruppo di case al Testaccio” affermava: «Parlare di arte in tema di case popolari può sembrare per lo meno esagerato; ma non si può certo negare l’utilità di cercare nella decorazione della casa popolare, sia pure con la semplicità imposta dalla ragione economica, il raggiungimento di un qualche effetto che la faccia apparire, anche agli occhi del modesto operaio, qualche cosa di diverso dalla vecchia ed opprimente casa che egli abitava […] Una casa popolare che, insieme ad una buona distribuzione degli appartamenti unisca un bello aspetto esteriore, è preferita ad un’altra […] e dove questo vi è si nota una maggior cura da parte degli inquilini nella buona tenuta del loro alloggio e in tutto ciò che è comune con gli alloggi del medesimo quartiere […] Una casa che piace si tiene con maggiore riguardo, ciò vuol dire che esercita anche una funzione educativa in chi la abita»

        Detto ciò, rispondo anche al commento del caro Andrea all’interno della stessa discussione riportata in un altro post ad essa dedicato.

        Quando si sostiene la necessità di relazionarsi col contesto ci si riferisce alla necessità di capire il lessico locale (a livello urbanistico, architettonico, a livello tecnico e materiale e, ovviamente a livello di dettaglio) e, statene certi, questo lessico esiste sempre, ma occorre cercarlo!

        Per fare un esempio pratico, anche in relazione ai giusti dubbi di Andrea sulle periferie dove un “carattere” non esiste, torno a far riferimento all’esperienza fatta con i miei studenti a Brandevoort (Olanda) (per un approfondimento vedere questo link: http://www.simmetria.org/simmetrianew/images/stories/pdf/rivista_18_2013_a5.pdf)
        Brandevoort è una cittadina disegnata da zero da Rob Krier e Christoph Kohl, accanto alla preesistente Elmond, nel bel mezzo dell’ex “porcilaia” d’Olanda ormai inutilizzabile. L’intenzione dei committenti di Krier, e soprattutto dei cittadini di Elmond dopo aver violentemente rifiutato la proposta di Koolhaas, era quella di ricreare nella nuova cittadina (50000 abitanti) le tipiche condizioni del luogo lavorando a stretto contatto con la tradizione locale. Il progetto urbanistico, diventando architettonico, era stato passato ai tanti architetti locali i quali, purtroppo, risultavano a digiuno del concetto di tradizione sicché, ad eccezione di alcuni edifici realizzati dagli stessi Krier-Kohl e dai coniugi Breitman (quelli che hanno realizzato la splendida Plessis Robinson presso Parigi) stava uscendo fuori un abominio che, nei “migliori” dei casi, sfociava in patetici e ridicoli tentativi postmodernisti.
        Krier, conoscendo il mio lavoro all’interno della University of Notre Dame, mi chiese se, a scopo dimostrativo a beneficio degli architetti locali, fossi interessato a sviluppare due lotti con i miei studenti .. del resto a me interessa far fare esperienza diretta agli studenti piuttosto che mera accademia.
        Fummo ospitati in Olanda per alcuni giorni e, alla ricerca del lessico locale, viaggiammo nella Regione del Brabant (quella all’interno della quale ricade Brandevoort) documentando un abaco linguistico a livello urbanistico, architettonico e di dettaglio, che potesse fungere da “dizionario locale”.
        Lì, come c’era da aspettarsi, notammo e documentammo come potessero esserci delle differenze sostanziali tra una regione ed un’altra, differenze che derivano dalle diverse condizioni climatiche e dalle diverse possibilità di approvvigionamento dei materiali, ecc. e così, in pochissimo tempo (circa un mese) sviluppammo dei progetti che poi, insieme con le tavole dell’abaco (quello dell’esistente e quello di progetto) andai a presentare ad Eindhoven nella sede dell’impresa (Kalliste) che seguiva la realizazione e che aveva sponsorizzato il nostro viaggio.
        A quella presentazione c’erano i costruttori, i progettisti locali, i tecnici e i politici locali e una folta delegazione dei residenti. Al termine della mia conferenza, inaspettatamente, non vi fu alcuna critica, ma solo grande apprezzamento, tanto che venne poi deciso (dalle autorità locali!!) di costruire, seguendo pedissequamente le indicazioni progettuali, i “nostri” edifici.
        Abituato alle promesse italiane pensai che fosse la solita promessa di politici in cerca di consenso … ma ben presto ho dovuto ricredermi, infatti oggi quegli edifici (tutti venduti ancor prima di esser costruiti) non solo si ergono nel bel mezzo di Brandevoort distinguendosi dai precedenti, ma addirittura, insieme con le tavole dell’abaco da noi fornite, sono divenuti i modelli cui far riferimento per lo sviluppo del carattere tradizionale che era andato “perduto”!

        Per capire maggiormente cosa intendo per necessità di calarsi nel lessico locale, invito a confrontare questi progetti con altre cose che ho disegnato per altri luoghi (Roma, Palermo, Faenza, Reggio Emilia, Pordenone, Piacenza, Pantelleria, ecc.) noterete come ogni progetto risulti progettato per quel luogo e non per un altro … non è per me interessante mettere una firma (spesso arrogante) su un territorio già caratterizzato, ma unirsi ad un coro seza fare stonature! … se c’è un bel tappeto tessuto nei secoli, all’interno del quale s’è creato un foro, quel buco andrà riparato in armonia con ciò che lo circonda.
        Si tratta di un metodo di studio, e non di un mero processo progettuale autocelebrativo dell’architetto interessato solo al suo nome e al suo profitto.
        Alla base di certi progetti c”è sempre una ricerca filologica che aiuta a lavorare in continuità con le tradizioni locali senza necessariamente scopiazzare gratuitamente preesistenze cinquecentesche come viene da sospettare.
        Questo tipo di ricerca, si badi, non l’ho inventato io: questo era il principio sviluppato oltre un secolo fa dai membri della “Associazione Artistica fra i Cultori dell’Architettura” e che portò Giovannoni, Milani, ecc. alla ricerca di un’identità architettonica locale, dedicandosi alla riscoperta dell’edilizia minore, del Barocco e del Manierismo (vedere la splendida pubblicazione “Architettura Minore in Italia” del 1917 Edizioni Crudo di Torino) creando poi il cosiddetto “Barocchetto Romano”. Ma lo stesso tipo di ricerca fu volto al “vernacolo” locale (regionalismo) dei vari angoli d’Italia, con gli splendidi studi di Plinio Marconi (viterbese) e Edwin Cerio (Capri), Egle Trincanato (Venezia) e, perché no, anche di Pagano per citarne solo alcuni.
        Tutto ciò vale a dire che ogni angolo del pianeta ha un suo carattere degno di essere rispettato e sviluppato … ma occorre cercarlo e studiarlo (questo richiede uno sforzo che non tutti sono disposti a fare per cui si preferisce condannare chi lo fa per il principio della volpe e dell’uva).
        Questo è ciò che faccio dando ai miei studenti un metodo di studio piuttosto che dei modelli da scopiazzare gratuitamente (come fanno certi “neo-palladiani” e “neo-urbanisti”) .. al loro ritorno in America questi futuri architetti dovranno sapere come riconoscere e rispettare i luoghi ove saranno portati a confrontarsi, piuttosto che calare al loro interno edifici appartenenti ad altri contesti.
        Per chiudere mi piace riportare una frase di Jože Plečnik con la quale si apriva il mio libro “Architettura e Urbanistica – Istruzioni per l’Uso”, una frase nella quale mi riconosco appieno:
        «Mi cerco là dove mi ritrovo. Come un ragno, la mia aspirazione è di attaccare il mio filo alla tradizione e a partire da questa tessere la mia propria tela»
        Ciao
        Ettore

    • Francesco ha detto:

      L’ ideale sarebbe rielaborarle calandole nel “passatismo” senza fare della “modernità”…

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