CARLO BROGGI: UN MILANESE A ROMA …

Schermata 2014-01-19 a 16.16.35 Da Andrea Di Martino: …

“Architettura buona come il pane (spalmato con la nutella). Da notare l’integrità dell’intonaco e il candore del travertino, a riprova delle cure riservate al monumento (perchè di monumento si tratta, sebbene infinitamente meno imponente del coevo Karl Marx-Hof). Passando proprio ieri per p.zza dell’emporio, non potevo esimermi da una ricognizione fotografica del “Cremlino”. Le invio le relative foto, sperando di fare cosa gradita a tutti gli aficionados. A mio parere neppure il primo portoghesi (quello de casa Baldi, pe’ capisse), ha mai raggiunto simili vette di liricità, quantunque, sulla carta, possa ritenersi suo figlio spirituale. Stile scenografico ma non troppo… Intrinsecamente urbano (e non solo per lo smusso d’angolo all’incrocio di due strade)… Non celebrativo ma cerebrale… E lo chiamano “barocchetto”…Schermata 2014-01-19 a 12.28.47Un milanese a Roma …

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3 risposte a CARLO BROGGI: UN MILANESE A ROMA …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    Relativamente alla maestria di Broggi nel controllo delle grandi volumetrie di questo splendido complesso, lungi dallo scadere nella monotonia delle enormi masse ottocentesche, ma soprattutto sulla sua immedesimazione nella tradizione romana nonostante venisse da Milano, preferisco affidarmi alle parole di Roberto Papini su una rivista dell’epoca: «Quel vasto edificio è parso subito, anche al pubblico grosso, perfettamente ambientato: il che costituisce un pregio reale e difficilmente discutibile. […] Nella risoluzione di tali problemi, nell’alternanza di piani lisci e scabri dell’intonaco, nel movimento delle masse e nella curvatura delle linee, Carlo Broggi ha segnato un sensibile progresso rispetto alle precedenti opere d’architettura, fra le quali è quella Villa Picardi, infiorata di grazie settecentesche ma ancora timida e malcerta nella fragilità della concezione scenografica. Ed è particolarmente interessante vedere un architetto milanese il quale, venendo a Roma, ha sentito il bisogno d’accordarsi con l’ambiente, di mantenersi nella sobrietà dell’ornamentazione che è caratteristica del buon barocco romano, non mai dimentico, della classica semplicità»
    Quanti architetti di oggi sono disposti a disegnare per un luogo, piuttosto che limitarsi a mettere la propria “griffe” prescindendo dal carattere locale?
    Ciao
    Ettore

  2. Pingback: BROGGI … CARATTERI LOCALI … | Archiwatch

  3. Andrea Di Martino ha detto:

    Sì, d’accordo, Ettorì, non c’è dubbio che viviamo in un’epoca in cui viene concessa a cani e porci la facoltà di lasciare una propria “firma”, quindi la tua domanda è più che pertinente, così come la risposta è più che scontata. Però non esageriamo con questo principio dell’ambientamento, poichè, nel caso in cui il rapporto col contesto viene inteso come la perpetuazione dei caratteri locali, è necessario che tali caratteri siano omogenei e rilevanti. Se nun so’ nè omogenei nè rilevanti, che cazzo te voi perpetuà? Prendi, per esempio, la chiesa di Meier: quello è un tipico esempio di architettura inserita in un contesto brutto e privo di identità (come tante altre periferie di Roma); diciamo pure un tipico contesto da palazzinari. In casi come questo, è evidente che ogni architetto è legittimato a costruire nello “stile” a lui più congeniale. Meier ha scelto il suo, e i risultati so’ quelli che so’, ma non tanto in rapporto al contesto, bensi in rapporto alla liturgia, che all’interno di quell’edificio non può certo estrinsecarsi al meglio. Tornando a Broggi, sta di fatto che l’ingegnere milanese, la sua firma, a Roma, l’ha lasciata eccome! Certo, il suo edificio possiamo definirlo “romano” (in quanto “barocco”), oppure “barocco” (proprio perchè “romano”), ma il modo in cui le masse arretrano verso l’alto è assolutamente originale, così come la monumentalizzazione dei torrini delle scale, i quali si ergono come vere e proprie “torri di guardia”, come nei castelli della tradizione occidentale, che poi sono quelli a cui si ispirava L. Kahn. Perfino i laboratori Richards, anzichè a San Gimignano, potrebbero essere stati ispirati da un castello scozzese, come ha dichiarato I. M. Pei in un’intervista documentata nel DVD su Kahn uscito nel 2008 (pare che lo stesso Kahn lo abbia confessato a Pei in una conversazione privata). Non intendo qui esprimere un giudizio su Kahn, ma solo mettere in evidenza quelle analogie che si rincorrono al di là del tempo e dello spazio, e quindi al di là degli stessi caratteri locali, che pure sono importantissimi. Al riguardo, Lessing scriveva che “…ogni genio è un critico nato…E asserire che le regole e la critica possono deprimere il genio è asserire, in altri termini, che possono far questo gli esempi e la pratica! Significa non solo isolare il genio in sè stesso, ma persino imprigionarlo nei suoi primi tentativi; chi ragiona giusto è anche in grado di inventare; e chi vuole inventare deve essere capace di ragionare…e solo credono separabile l’una cosa dall’altra coloro che sono incapaci di entrambe”. Insomma, Ettorì, pe’ falla breve, l’insegnamento di Broggi, a mio modesto parere, consiste proprio in questo: dimostrare che si può essere “artisti” pur restando tecnici (e infatti Broggi, sulla carta, era un ingegnere), così come si può essere rispettosi del contesto pur restando “artisti”. Facce caso: l’edificio di Broggi, più che dialogare con gli altri edifici della piazza, sembra dialogare con la fontana delle anfore. In particolare, la foto che avevo scattato dal podio della fontana (inclusa tra quelle inviate in redazione), rivela una simbiosi così forte che sembra quasi che i due manufatti si lancino messaggi a distanza. Per quanto mi riguarda, ciò non è altro che la conferma dell’indipendenza spazio-temporale del concetto di analogia, poichè, al momento del progetto, la fontana già c’era, ma stava da n’antra parte, quindi Broggi non poteva certo assumerla come vincolo progettuale. Per inciso, il legame (sia pure casuale) tra i due manufatti (l’edificio e la fontana), mi riporta alla mente l’ennesima minchiata dell’amministrazione comunale: quella cioè di riportare la fontana nel luogo originario (piazza Testaccio), integrandola in un più ampio (e non meglio precisato) “progetto di riqualificazione”. Anche per questo ho scattato quella foto, perchè potrebbe essere una delle ultime a documentare il felice rapporto instauratosi tra il capolavoro di Broggi e il simbolo stesso di Testaccio (ossia dell’antico “monte dei cocci”) http://www.iltempo.it/roma-capitale/2013/01/23/testaccio-rinasce-attorno-alle-anfore-1.1106020

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