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“Il termine “tradizione” e un termine un po’ equivoco. Forse andrebbe meglio definito. Noi siamo ciò che abbiamo vissuto, ciò che ci deriva dal passato. Questo passato è continuamente messo in discussione dall’appartenere a una contemporaneità. Specialmente nell’ultimo secolo la contemporaneità è fatta di contaminazioni, globalizzazioni, di nuovi scenari aperti dal digitale. Il problema è coniugare ciò che viene dal passato con gli infiniti stimoli che vengono dalla condizione globale attuale, stabilendo dei rapporti tra gli elementi di continuità e alcuni momenti di discontinuità. Se non ci fossero momenti di discontinuità il mondo non muterebbe mai, come non muterebbe mai ognuno di noi. Queste discontinuità sono più forti in certi momenti come quando nei movimenti e nelle esperienze delle avanguardie avvengono rotture improvvise con negazione totale del passato. In altri momenti queste discontinuità sono più diluite e con maggiori rapporti tra ciò che c’era, ciò che abbiamo o che dovremmo avere. Per questo il termine “tradizione” è un termine equivoco se fa riferimento a un qualcosa che si vuole conservare. Bisogna non conservare tutto ma continuamente buttare l’inutile sapendo benissimo che il mutamento è regolato da ciò che proviene dal passato”.
Queste parole sono virgolettate e quindi non sono mie. Mi sono affidato loro perchè sono portatrici di un caldo ottimismo per il tempo presente . Mi spaventano altresì perchè vedo subito dopo quanto sia difficile trovare, non dico un linguaggio comune, ma almeno un senso condiviso.