UN GRANDE ARTISTA E UN GRANDE DECORATORE …

Valeria Scandellari commented on LA RETORICA … DELL’ANTIRETORICA …

“Sono perfettamente d’accordo con Ettore!
Che la decorazione sia superflua é retorica, non il contrario!
Un magistrale esempio di eleganza decorativa ce lo offre Carlo Scarpa nel negozio Olivetti di Venezia, del 1958, dove riesce a fondere magistralmente tradizione e modernità!
cari saluti”
Valeria

…………………..

un grande artista e un grande decoratore …

come F. L. W.

e, come lui, con qualche difficoltà “urbana” …

comunque, “oggetti” splendidi …

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14 risposte a UN GRANDE ARTISTA E UN GRANDE DECORATORE …

  1. aldofree ha detto:

    se interessa un mio video fatto l’anno scorso su alcuni luoghi di Carlo Scarpa:

  2. pi ha detto:

    Scarpa è stato semplicemente un grande architetto che ha operato nel solco fecondo del movimento moderno, le sue architetture più grandi (Negozio Olivetti, Querini Stampalia, Museo di Castelvecchio, Palazzo Abatellis, ecc. ecc.) raggiungono la sintesi perfetta tra esigenze funzionali e bellezza, e francamente non si riesce a distinguere quali sarebbero in quelle opere gli aspetti decorativi, così come non è possibile distinguerli e separarli nel padiglione di Barcellona, negli uffici Johnson o nella Price Tower di Wright, nei giardini e parchi di Roberto Burle Marx.

  3. ettore maria mazzola ha detto:

    per essere più onesti, senza prendersela con Muratore perché avrebbe ferito qualcuno semplicemente dicendo la verità, bisogna riconoscere che il professore ha ragione dicendo che Scarpa non fosse un architetto …. questa, infatti, non è una critica, perché Scarpa, effettivamente, non era un architetto, sebbene abbia firmato tanti progetti … allora si poteva.
    Detto ciò, personalmente ritengo che alcuni progetti di Scarpa, benché risultino meravigliosamente disegnati, sono degli scellerativeri atti di violenza sugli edifici: l’invasivo intervento di Castelvecchio a Verona è un atto violento e irrispettoso del monumento, intervento che non sta lì a voler restaurare, ma sta lì a dire “eccomi, sono qui, sono Scarpa e me ne strafotto del monumento!”
    Stessa cosa dicasi per Palazzo Abatellis, dove le splendide finestre di Matteo Carnilivari, con le colonnine “stuzzicadenti”, sono disturbate dalla orrenda suddivisione delle attuali finestre … che essendo quasi identiche a quelle di Castelvecchio denotano anche una povertà di idee imbarazzante.
    Il giardino di Castelvecchio, con quelle forme in cemento poste alla rinfusa, piuttosto che un giardino sembra una discarica, quelle lastre cementizie alla deriva, come quelle finestre, stanno a dimostrare che a Scarpa interessava solo pavoneggiarsi fregandosene del contesto, e i suoi eredi hanno purtroppo assimilato molto bene la lezione.
    Anche la Gipsoteca di Possagno presenta, noiosamente, queste superfici alla deriva, una vera e propria ossessione de-stijl, gratuita e dannosa.
    Dico dannosa perché il camminamento all’interno del museo risulta pericoloso per le caviglie dei visitatori i quali, piuttosto che porre attenzione alle sculture esposte, sono costretti a guardare il pavimento per non farsi male: un comune mortale oggi vedrebbe bocciato il suo progetto per ragioni di sicurezza, ma a Scarpa venne consentito!
    Scarpa è un altro personaggio deificato (forse perché a quell’epoca, come si dice dalle mie parti, “nel paese dei ciechi quello con un occhio è meglio”) la cui “onnipotenza andrebbe rivista al più presto.
    Detto ciò, per non voler fare solo la parte del provocatore, dico che non tutto ciò che ha fatto Scarpa sia però da buttare, per esempio ritengo che sulla Tomba Brion non ci sia nulla da dire … essendo un oggetto fine a se stesso non fa male a nessuno

    • Massimo ha detto:

      Laurea honoris causa nel 1978 (purtroppo poco prima di morire),
      per porre fine all’infinita diatriba dei suoi, spesso invidiosi, detrattori.
      E comunque non firmava i suoi lavori (non si poteva neppure allora),
      ma non ne aveva bisogno.
      Come, per esempio, non ne ha bisogno neppure Zumthor (anche lui senza pezzo di carta).

    • MAURO ha detto:

      Se un architetto giudica un “non architetto”, conosce l’architettura?

      Mi permetta architetto Mazzola, ma la sua analisi delle opere scarpiane dimostra che lei non conoscere nulla, o quasi, del Maestro… lei ha visitato distrattamente le architetture che cita; ha letto sommariamente 4 notizie su Scarpa…. un’analisi del genere, la può riportare uno studente che aveva come compagno di banco Belsito, mentre frequentava l’università…….mi permetta lo scherzo, ovvia!!
      Io la stimo, senza ironia, per la sua etica professionale, per la passione e la competenza che mette nello scrivere i suoi sempre interessanti interventi. Ma, un architetto non può scrivere tale e tante ovvietà, nel caso mi verrebbe da dire: il Prof. Mazzola, dimentica i fondamenti della storia dell’architettura, pur essendo un architetto…..?
      L’aspetto da focalizzare, a mio parere, è questo: Scarpa va analizzato dal punto di vista della Composizione, o meglio della Retorica alla Barthes, cioè – avrebbe detto Aristotele, pensa che cippa mi tocca di scomodare – di una Retorica come arte che cerca di estrarre (dall’architettura) il grado di composizione che essa possiede. Diversamente, la “lettura” dell’opra di un architetto (architetto con o senza titolo, direbbe lei) si traduce nel “mi piace”, oppure, nelle caviglie dei visitatori che sbattono contro gli stuzzicadenti…….Banalità, appunto! Scarpa era, è mi verrebbe da dire, un grande compositore-disegnatore in quanto i suoi disegni erano, innanzitutto, “pensati” come continue variazioni su un medesimo tema spaziale. Qundi, non solo dettagli disegnati, ridisegnati e disegnati mille volte per arrivare alla perfetta realizzazione-controllo dell’esecuzione dell’opera; ma, piuttosto, infinite variazioni della medesima idea di spazio. La forma cambia, finisce per essere molto diversa, nel processo progettuale-compositivo, dalla forma iniziale, ma l’idea di spazio rimane inalterata (avrebbe notato Kahn, altro maestro del variare). Lei cita Castelvecchio a Verona: lì Scarpa reinterpreta il tema del muro, inserendosi all’interno di una tradizione “classica”, dove è la posizione di Cangrande che dà un senso allo spazio che si genera da un muro. E’ poi quello spazio che si articola nelle splendide sale espositive, perchè è da quel muro, parte della Storia della città murata di Verona (vede la tradizione dov’è) che si “genera” l’idea espositiva del riassetto degli spazi miseali a seguito dell’intervento scarpiano. Questo dovrebbe fare un Architetto, progettare spazi con dei muri, in questo caso i muri “della storia”. Il giardino di Catelvecchio, quello che Lei, con una banalità che tradisce “non conoscenza”, definisce discarica, è una splendida – per chi ha gli strumenti per comprenderla (che poi sono gli strumenti della Composizione) – rivisitazione dello spazio della “corte” o del cortile che dir si voglia, con muri posti davanti ad altri muri, reiventando lo spazio dei cortili articolati attorno ad una corte, spazi che vanno, e qui Scarpa dimostra ancora una volta grande capacità di reinventare la storia di un luogo, dalle corti interne dei palazzi trecenteschi, alle corti rinascimentali che rmadano ai palazzi vicentini di Palladio, fino ai giardini all’italiana…appunto il giardino di Castelvecchio. Quei muri davanti ad altri muri, diventano meravigliose “stanze di luce” in un continuo rimando tra interno ed esterno, come il muro del giardino del palazzo di Pienza che si apre in finestrature verso il paesaggio. Stanze di luce? Lei cita la gipsoteca canoviana di Possagno, ma c’è mai andato? Con gli occhi del Compositore, intendo. Ancora il tema del muro che avanza e unisce l’interno all’esterno; quella stanza con gli angoli “rotti” dalla luce agli spigoli sono una tale idea di spazio che l’intera facoltà di architettura di Firenze, dove una grande Insegnante che Scarpa chiamava l’Etrusco, non è mai stata capace di arrivare ad insegnarmi. Ancora una notazione: il cimitero a Brion…ci faccia un giro, ci ritorni più volte e scoprirà la grandezza di un Architetto che ha reiventato il tema della Storia, dando un senso alla storia di quel luogo. Luogo della vita, prima che della morte, dove i Propilei ricordano la Grecia, così come i cipressi verticali, ponte ideale tra l’acqua (lontana e vicina di Venezia) e il cielo, mi ricordano i frammenti del sito archelogico di Delfi. Perchè l’architettura di Scarpa è fatta di frammenti che riconducono all’unità del tutto, albertianamente parlando. L’arcosolium è la memoria delle tombe etrusche e quel recinto, con l’ivenzione di quel muro rovesciato, ci fa tornare in mente che i grandi architetti, da Villa Adriana al Salk di Kahn, hanno sempre progettato per recinti. Non me ne voglia, ma la sua banalizzazione di Scarpa mi ha fatto sorridere e pensare che se gli Architetti sono capaci di ridurre le cose così, allora preferisco che lei consideri Scarpa un “non” architetto.
      Saluti
      MAURO

      • Giancarlo galassi ha detto:

        Per quanto apprezzi Scarpa e la difesa che ne fa Mauro, iN questo confronto con Ettore a colpi di “strumenti della Composizione” mi resta soprattutto l’impressione che ciascuno parli una lingua architettonica cosi’ diversa che non c’e’ modo di intendersi.
        Solo apparentemente si ha l’impressione che ci possa essere un architettese comune.
        Non e’ neanche piu’ una questione di passatista vs moderno, ne’ di miglior sordo di chi non sente…
        E’ tedesco contro italiano, giapponese vs inglese…
        Senza che ci possa essere un interprete possibile. Non certo io.
        Una esemplificazione dell’ individualismo e della solitudine impolitica cui siamo tristemente condannati.

      • ettore maria mazzola ha detto:

        Mauro,

        lei tende troppo facilmente a dare dell’ignorante … non sarà mica che lei è estremamente presuntuoso a causa delle cose che cita come una fotocopia tratta da un libro di composizione architettonica degli anni ’70-’80?
        per lei io “non conoscerei nulla, o quasi, del Maestro”, e la mia “analisi, la potrebbe riportare uno studente che aveva come compagno di banco Belsito, mentre frequentava l’università”, inoltre, a quanto pare, io “non avrei gli strumenti della composizione architettonica” … meno male che ce li ha lei!!!
        A me le sue “giustificazioni” sulla “reinterpretazione di un muro” o sul “reinventare” fanno a dir poco ridere, un muro è un muro, un giardino è un giardino, una finestra è una finestra e, semmai, il suo “maestro” avrebbe dovuto confrontarsi con la grammatica dei muri, delle finestre e degli spezi su cui è intervenuto ma, per presunzione, ha preferito non farlo, sicché i risultati saltano all’occhio in maniera violenta, maniera che, tranne che agli architetti lobotomizzati, risulta di grande disturbo. A Possagno ci vado spesso con i miei studenti, e non si tratta di un problema delle “caviglie dei visitatori che sbattono sugli stuzzicadenti”, frase quanto mai incomprensibile, ma di un problema di gradini e superfici che, essendo fini a se stessi piuttosto che complementari alle opere esposte, creano il serio rischio di far rompere le caviglie dei visitatori se questi dovessero muoversi senza l’obbligo di guardare ai pavimenti di Scarpa.
        Non ci vuole lei con le sue parole da dispensa faziosa di composizione architettonica a dover spiegare dove sarebbe il rapporto con la storia di Verona e delle sue mura, o dei giardini. Il tutto si traduce nel testo della canzone “parole, parole” … chissà quando, lei e tanti altri architetti con i paraocchi capirete che alla gente certe elucubrazioni non interessano, e irritano.
        Se riuscisse ad essere più onesto nella sua lettura dei progetti di Scarpa che ho criticato (Castelvecchio e Palazzo Abatellis), piuttosto che parlare di “reinvenzione” o “reinterpretazione”, dovrebbe dire che l’unico termine,caro a tanti professori lobotomisti di composizione, usato da Scarpa è stato “NEGAZIONE: ha negato il muro squarciando lo spigolo e, soprattutto ha negato le finestrature medievali inserendo alle loro spalle degli orrendi infissi la cui suddivisione non ha nulla a che vedere con la geometria originaria. Questo ultimo aspetto non denota una “conoscenza delle regole della composizione”, piuttosto denota una profonda incapacità di confronto, dovuta ad una profonda ignoranza in materia.
        Scarpa era un grande disegnatore, sulla Tomba Brion, come ho già detto non ho nulla da eccepire, ma non è accettabile sentirmi dare lezioni di composizione architettonica da lei, specie utilizzando certe argomentazioni, datate e faziose. Sarebbe il caso di aggiornarsi, non crede?
        Cordiali saluti
        Ettore

  4. pi ha detto:

    Sì, in effetti Scarpa non si è mai laureato, divenne comunque professore universitario all’IUAV e poi ebbe lauree honoris causa. L’Ordine degli Architetti di Venezia negli anni ’50 gli fece una guerra senza quartiere per ostacolarne l’attività. Sorvoliamo sugli “scempi e le orrende cose” di cui è macchiata la sua immagine di architetto, vista l’assoluta autorevolezza del pulpito da cui discendono le inesorabili sentenze senza appello..

  5. Biz ha detto:

    voglio sperare che il prof. Muratore non ne facesse una questione di pezzo di carta; ne sono certo anzi. Io lo interpreto nel senso che egli ritenga che Scarpa avesse un estro non “interno alla costruzione”, e non sufficientemente razionale come si conviene in architettura. Per questo anche (come Wright, appunto) non è imitabile: senza quell’estro artistico individuale, non più sorretto da quello, resta l’arbitrio: come in tanti villini orrendi e irrazionali dei suburbi di quegli anni, ad opera di pedestri imitatori.

    • Massimo ha detto:

      la questione del pezzo di carta l’ha tirata fuori Mazzola:

      “ha ragione dicendo che Scarpa non fosse un architetto …. questa, infatti, non è una critica, perché Scarpa, effettivamente, non era un architetto”,

      secondo me inopportunamente, in quanto è chiaro che Muratore,
      anche nei passati riferimenti a Piano,
      ha sempre parlato di sostanza.

      • ettore maria mazzola ha detto:

        non capisco perché sarei stato io a tirare fuori la questione del pezzo di carta, semmai ho voluto chiarire ciò che aveva detto Muratore e irritato qualche lettore in malafede.
        Detto ciò, non posso negare che in Italia ci siano tantissimi laureati che fabebbero meglio a cambiare mestiere nonostante il “pezzo di carta”.
        Per essere più chiaro, dico che tra quelli che considero i “grandi maestri del Novecento”, pochissimi avevano preso il “pezzo di carta” per iniziare la professione .. si pensi alle opere di Sabbatini e di Brasini realizzate prima di avere un titolo di studi, ma l’elenco sarebbe infinito.
        Se il problema fosse il “pezzo di carta”, allora dico che purtroppo in Italia, e nello specifico a Roma, c’è stato il caso di un personaggio di dubbia cultura (“nessuno ci aveva detto che lì un tempo ci fosse stato un porto!” fu la difesa patetica del suo capoprogetti presso l’Accademia Americana) che ha avuto la laurea e l’abilitazione “in contumacia” affinchè potesse violentare la Capitale con un museo e ed una chiesa improbabili … alla faccia degli architetti italiani che si sono dovuti sudare la laurea e l’esame di stato!
        Questo si che è un casoper il quale mi indigno pesantemente davanti alla questione del “pezzo di carta”, non di certo sul caso Scarpa che, rispetto a Meier era un genio!

      • filippo de dominicis ha detto:

        Forse dico una stupidaggine, ma nella sezione biografica della Guida di Roma Moderna di Remiddi e c. Innocenzo Sabbatini è indicato come “tecnico diplomato”, o qualcosa del genere…d’accordo, parliamo di sesso degli angeli, ma qualcuno ne sa qualcosa?

    • Massimo ha detto:

      a proposito del “gesto artistico individuale” (genio)
      una bella frase di Oscar Wilde, riportata da Borges nel primo volume delle “Conversazioni” (Bompiani, 2011):
      “Se non fosse per le forme classiche, saremmo alla mercé dei geni”.

  6. ELDORADO ha detto:

    Cari amici muratorini,

    vedo che Scarpa tira. Tira in testa, col caldo che fa, stateve accuorti!
    Anch’io ho avuto per un certo tempo, tempo fa, uno Scarpa in testa: un’ossessione, una sessione d’esame. Poi basta. Cioè un intenso r-apporto con Scarpa filtrato (il tramite, il Virgilio, ci vuole sempre) da un suo grande amico, Dino Gavina di Bologna. Che un giorno, anzi una sera, a una cena brillante a Faenza, al Circolo degli Artisti, cena innaffiata da molto buon vino Santo e Giovese, mi scelse come amico suo da Napoli. L’altro suo amico da Napoli era Francesco Venezia. Ma per Dino, Venezia era architetto, io no, carte bollate universitarie a parte. “Tu sei scrittore, narratore”, mi disse. E così mi visse, fino a che un giormo morì. Una prece.
    Perciò ho scritto e appuntato molto dello Scarpa per via Gavina, … ma anche per via mia, indi-pendente… una volta dissi qualcosa, in merito e demerito sul punto e virgola di Scarpa, invitato alla Querini Stampalia di Venezia. Perché ogni anno, nell’anniversario della prematura morte, quella felice istituzione ne celebra la memoria. E la presenza, pè cient’anni ancora!!! (Sempre corredati dai bei quaderni di studio di Scarpa).

    Col grande ceramista veneto Alessio Tasca andai poi a Possagno da Canova (due piccioni, una Scarpa, una memoria) … e poi sulla di Lui semplice tomba, a lato e margine dello struggente monumento a Bion, quello della Brionvega. Mi inginocchiai, pensai, pregai, … ne scrissi per un Intermezzo, ma non so deve sia finito, sta in rete, da qualche parte di LPP.
    Un intero scaffale della mia gran libreria allo studio è consacrata a Carlo Scarpa: sfoglio un gran catalogo di cura Gavina e della Jaca Book, 2008: “Tre grandi artisti, tre grandi amici: De Luigi, Scarpa, Viani” …

    Leggo di corsa le vostre post-cose e vedo che son molto colte e talvolta non a corte. Anche se col tempo e con l’uso, come si dice a Napoli, ogni Scarpa diventa uno scarpone ma … ma trovo molto giocose e amorosamente irrispettose quanto scrive il Mazzola nostro di sfondamento, archigoool.
    Ho scartabellato un po’ negli appunti digitali miei, tanto per andare un po’ la gioia di quel tempo di Dino …. fino a quando ho trovato questo pezzo di una sbobinatura di un discorso a braccio, molto a braccio, di Gavina. Forse è utile, non so, lo copio e incollo per Voi muratorini:

    “…. CIOÈ, VOGLIO DIRE, È STATA SEMPRE PORTANTE IN NOI LA GIOIA DI VIVERE, LA FANTASIA CONTINUA. PERCHÉ NOI, … VOGLIO DIRVI UNA COSA VERA: NOI NON SIAMO MAI STATI SERI!!! IO (E’ DINO GAVINA CHE PARLA, NDR) SONO SEMPRE STATO CON-FABULANTE CON DEGLI UOMINI POCO SERI. (SONO TUTTI TALMENTE SERI, AL MONDO!): DUCHAMP NON ERA SERIO; MAN RAY NON ERA SERIO. CARLO SCARPA ERA UN VERO DISCOLO, CREDETEMI. UN DISCOLO ILLUMINATO. CHE NON PAGAVA NEMMENO LE BOLLETTE ALL’ENEL. NE’ ALL’ORDINE ARCHITETTI: ERAVAMO ABUSIVI, ANCHE NEL DESIGN! PERCIÒ NOI ABBIAMO SEMPRE CERCATO DI GIOCARE. ANCHE QUANDO ABBIAMO FATTO LA “DOGE”. QUESTA E’ LA VERITA’ E QUESTO IO VOLEVO DIRVI. IL NOSTRO GIOCO È STATO UN GIOCO CONTINUO, TUTTA LA VITA, CREDETEMI….”

    Poi ho trovato, tra i tanti, anche questo appunto, un ane-dotto.
    Gavina aveva sistemato Scarpa in un albergo, suo ospite a Bologna. A notte fonda riceve una telefonata allarmata da Scarpa: “Gavina, venga subito, aiuto! Porti subito una coperta, un martello e due chiodi, faccia presto, la prego!”
    Il povero Gavina si precipitò dal suo letto. Prese martello, chiodi e coperta e corse nell’albergo dove stava Scarpa. Pensava a qualche idea fulminante di genio-design, a qualche nuovo oggetto bizantino da far subito, notte-tempore. Ad auliche trovate ‘e subbito, a formidabili cose da designare ‘e presso, instant-design ….
    Gavina trova infatti Scarpa agitatissimo. Gli dice duro, il genio di Venezia: “Ma Gavina, come le viene in testa di farmi dormire in questa stanza con un quadro di due cavalli così brutti alla parete? Peggio di De Chirico…. Io così non posso stare, in una stanza così … mi faccia il piacere, per piacere: inchiodi al muro quella coperta e lo copra per sempre, quel quadro!”
    Gavina esegui subito, toc toc, … buona notte e grazie …. e andò via, a dormire anche lui …

    Saluti, Eldorado

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