TuttoQCAVSSAMNAMOChiedere 2 …

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5 Responses to TuttoQCAVSSAMNAMOChiedere 2 …

  1. ctonia ha detto:

    Ah grazie Fasullius!!!… Certo per l’ottimo Anvedistop. ci vorrebbero le dieci domande di Repubblica :-))

    • Falso Cascioli ha detto:

      Non ci credevate eh?
      Avete visto che risponde.
      Risponde, risponde.
      Mi dispiace solo per il linguaggio. Che dire?, appena appena un po’ sboccato.
      Gionni Scacciotta che si occupa del doppiaggio mi assicura che è fedele all’originale.
      Del resto i mezzi a disposizione degli Archicefalici sono questi.
      Potremmo chiedere a Mazzola di tradurre lui ma non credo che se ne guadagnerebbe molto a eleganza. :-)

      Comunque rivolgete al nostro Anvedistop domande numerose e soprattutto f a c i n o r o s e !!!

      Approfittate del servizio “Anche TU Nella Storia dell’Architettura” offerto dal vostro Blogger preferito.

  2. Aurelio Sarfi ha detto:

    Spettabile Professore, io la conosco solo per la sua pubblicistica, ho in libreria il volume da lei curato per la Storia dell’Archiettura Italiana Electa, e mi diverte seguirla nei suoi exploit in rete, ma stavolta credo che questo Falso Calscioli abbia colmato la misura. Paragonare un capolavoro dell’architettura contemporanea a un escremento significa gettare fango, e uso un eufemismo perchè non voglio scendere al suo livello, su tutta una generazione di architetti che sulle architetture di Wright si è formata sentendosele propagandare all’università (ricordo ancora i consigli dei miei assistenti, e sto parlando di oltre quarant’anni fa, di ripassare con carta lucida, su L’Archiettura Cronache e Storia, quei disegni pubblicati in dimensione francobollo e le foto che invece erano enormi per dare l’idea della sublimità spaziale. Insomma io in quell’architettuta ci ho creduto e questo Falso Cascioli non può buttarmela “in caciara”, come si dice dalle vostre parti, anzi, peggio: in fogna. Non si tratta così la cultura e nemmeno i ricordi.

    Arch. Sarfi Aurelio

  3. sergio43 ha detto:

    Infatti, arch. Sarfi! Sa che io non l’ho capita questa diatriba postuma su Wright e Momo? Da sempre ogni volta che andavo in visita ai Musei Vaticani sentivo l’affinità spaziale tra la rampa di Momo e la rampa di Wright, anzi mi colpiva positivamente come un grande come l’Americano avesse voluto citare questa soluzione romana che, a sua volta, aveva come riferimento, tra i tanti, il pozzo di San Patrizio ad Orvieto. Mi sembrava così pacifica la questione che questo pensiero me lo sono tenuto dentro perchè mi sembrava di assoluta banalità. Solo una volta, accompagnando un parente di New York in visita a Roma, gli accennai a questa somiglianza che attraversava l’oceano da Roma a alla 5th Avenue di Manhattan. Il passaggio cruciale era, gli sottolineai, che la rampa di Momo era “una rampa”, un elemento di servizio al Museo, mentre Wright, con uno scarto geniale, aveva pensato la rampa come museo esso stesso. Gli raccontai sorridendo, cosa ascoltata, quasi come una celia, a una lezione di Zevi, se non ricordo male, che il difetto più fastidioso del Guggenheim era che gli allestitori trovavano difficoltà ad appendere quadri a due dimensioni a una parete curva. Il cugino mi guardava perplesso, mentre gli chiacchieravo. Pensai che il mio inglese scolastico fosse troppo alieno per un nuovaiorchese o forse che il mio sfoggio di cultura da guida turistica toccasse corde insensibili in un “wop”, in un “paisa’”. Invece il cugino mi sospirò che lui il Guggenheim non aveva mai avuto occasione di vederlo ma che non mi preoccupassi, appena tornato a casa avrebbe speso con la famiglia una giornata al museo. Dopo un paio di mesi mi arrivò una cartolina con l’immagine del Guggenheim. Dietro c’era scritto “You were right!”. Fino ad adesso pensavo che la cosa fosse finita quel giorno, invece mi accorgo che la polemica è ancora stuzzicante ma a che prò? Abbiamo distrutto Le Corbusier, adesso Wright! Gajardo ‘sto videogioco al massacro! Nel senso, siamo anche noi pieni di adrenalina distruttiva come bambini con il “joystick” in mano?

  4. liuk ha detto:

    …quindi FLW usa senza troppi problemi il più tipico procedimento postmodern: prendo un elemento architettonico funzionale (una rampa), la decontestualizzo e usando letteralmente la figura retorica della parte per il tutto, faccio della rampa l’intero edificio. Del resto che cos’era FLW se non uno straordinario, pragmatico, totalmente a-ideologico professionista, che, dal suo maestro Sullivan fino a Mies, sapeva rubare (picassianamente…) il meglio che c’era in giro?

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