ARCHITETTURA BUONA COME IL PANE n.15: ILDO AVETTA …

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ILDO AVETTA SANTO SUBITO O ALMENO BEATO TRA CINQUE MINUTI

 

Sulle tracce di Ildo Avetta per l’esegetica ricerchetta sulla sua chiesa ad Alba per don Benzi in cui mi sono tuffato con tutta l’anima, con funzioni di uomo sul campo, come Archie Goodwin per Nero Wolfe Muratore, stavolta mi/vi catapulto a Vitinia al Sacro Cuore di Gesù Agonizzante del 1955. Un edificio che appena costruito fu persino esaltato, sulle pagine nazionalpopolari di “Oggi”, quale simbolo della modernità della Chiesa. Il Getsemani del “Non mea sed Tua voluntas fiat”, appare più come un’ossessione piena di rimorsi di Luigi Gedda che su questo tema commissionò diverse chiese al nostro. Genetista (firmò le leggi razziali), leader molto di destra dell’Azione Cattolica del dopoguerra, Gedda fu il mentore di Avetta, colui che lo costrinse a diventare sant’architetto strappandolo a santo responsabile di Azione cattolica a Torino dove invece lo voleva Carlo Carretto, anche lui leader, di sinistra, di AC. Tra Carretto e Gedda, per la cronaca, finì che il primo lasciò AC per diventare eremita nel deserto (indimenticabili le sue lettere per l’adolescenza di un cattolico) mentre Gedda si trasfigurò in superpotenza politica neanche tanto occulta a Roma. Ad Avetta, cattolico e, come non bastasse, legato alla destra, il destino riservò di costruire molte chiese ma tutte dannate a futura memoria in quanto politicamente scorrette per la storia dell’architettura italiana contemporanea. Proviamo a rimettercele noi per il loro intrinseco valore architettonico illudendoci di poter prescindere dalla politica (chè, tanto per non dar adito a fraintendimenti, la destra di oggi ci fa più ribrezzo di quella di allora, ma le pietre comunque restano e dio, da queste, a differenza di quella, non ce ne scampa).

 

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«Prima di arrivare fotografa il capannone abbandonato a lato della Via del Mare, da lì si vede salire una parabola che arriva a Vitinia per ridiscendere alla chiesa di Anselmi a Malafede». Così mi teleguida con il portatile il Professore, occhio lungo e memoria incrociata, e io eseguo, più obbediente di Ambra con Gianni Boncompagni (uff… mi sentivo meglio con Rex Stout). Quella parabola è proprio la sezione trasversale della chiesa di Avetta che una struttura superingegneresca (sette gruppi di archi incrociati) trafilano in facciata. L’involucro traforato, appoggiato-aggrappato agli archi, sporge verso l’esterno cosicché fuori appare una cattedrale il gotico e Gaudì (di gran moda nei ’50) mentre dentro la luce  accarezza le superfici tangenti gli archi mostrando come, senza soluzioni di continuità, da parete, a partire dalla lunetta su un lato, diventano volta per tornare di nuovo parete prima di sfumare addosso alla lunetta dall’altra parte: un organismo seriale gotico che a Roma diventa organico. E qui bisogna riprendere fiato.

 

 

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La chiesa principale è a un piano intermedio (+ 5,95) tra quello della strada e il livello della casa parrocchiale con i campi di gioco che, più in alto di tredici metri, è in cima alla scarpata di qua e di là della chiesa. Alla quota del quartiere c’è l’accesso alla cripta che, per dimensioni, si configura piuttosto come un’altra chiesa da utilizzare come cappella feriale. Alla slanciata chiesa superiore si entra scalando una “ferrata” a tenaglia (dixit il parroco don Isidoro) che circoscrive una piazzetta davanti la facciata principale oppure, più comodamente, si usano ingressi sui fianchi raggiungibili con rampe.

Il sovrapporre spazi architettonici sarà ricorrente nell’architettura di Ildo Avetta fino all’ultima chiesa a Cafarnao (chissà se ne parleremo…): anche sotto S. Giuseppe all’Aurelio, che ci siamo sbafatialla prima sfornata, c’è uno spazio grande quanto la chiesa e  oggi adibito a palestra; allora non gli ho attribuito la dovuta importanza avetto linguistica.

Occorrerà approfondire questo modo, molto romano, di organizzare archeologicamente il progetto («E’ così anche all’Istituto Gregorio Mendel a Piazza Galeno!» dice il portatile) e come Avetta intersechi visivamente i diversi piani. Qui a Vitinia nel soffitto della cripta si apre un oculo che fora il pavimento della chiesa superiore. E’ lo sguardo di Gesù al Getsemani – inginocchiato nel punto più profondo dell’architettura – che costruisce la verticale verso il Padre.

 

 Ambra :G Angiolini & Giorgio Muratore

 

[duepuntig@gmail.com]

 

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2 risposte a ARCHITETTURA BUONA COME IL PANE n.15: ILDO AVETTA …

  1. sergio 43 ha detto:

    Bellissimo, :G. Conosco Vitinia solo come indicazione stradale su un cartello lungo la Via del Mare. Da andare a vedere, invece. Grazie.

  2. maurizio gabrielli ha detto:

    Che goduriaaa ! Insuperabile blog.

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