L’Arte Di Insegnare L’Arte


Da Giancarlo Galassi: …

“Una miscellanea solo apparentemente eterogenea. Si intravede in
filigrana una facoltà  di sintesi di poesia arte architettura didattica
non autoreferenziale.”
G.G.

P.S. da allievo invecchiato: tra Caniggia e
Michelucci, tra il cioòcheimporta della storia di tutti e il
chisseneimporta della libertà del singolo, la laicità sacra dell’umano
e dell’architettura. E dell’insegnarla.

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Una risposta a L’Arte Di Insegnare L’Arte

  1. Giancarlo Galassi ha detto:

    […] Così abbiamo capito cos’è l’arte. E’ voler male a qualcuno o a qualche cosa. Ripensarci sopra a lungo. Farsi aiutare dagli amici in un paziente lavoro di squadra.
    Pian piano vien fuori quello che di vero c’è sotto l’odio. Nasce l’opera d’arte: una mano tesa al nemico perché cambi.
    Scuola di Barbiana , Lettera a una professoressa, Firenze 1967, p.132

    La prima cosa che devo dire a proposito di questo libro è che è un libro veramente bello. C’è una definizione di Berenson che dice: – qual è il metodo pratico esistenziale per giudicare la bellezza di un libro? ed è l’aumento di vitalità che da’.
    Leggendo questo libro la vitalità aumenta in modo vertiginoso perché è un libro scritto con grande grazia, con grande precisione, con assoluta funzionalità – non soltanto – ma con grande spirito – da una parte – che fa ridere quasi come un libro umoristico, fa ridere da soli e, nello stesso tempo, immediatamente dopo aver riso, viene un nodo alla gola, un groppo alla gola, addirittura le lacrime agli occhi tanta è la precisione, la verità del problema che si pone, il problema, che come i telespettatori sanno, è il problema della scuola italiana.
    E oltretutto c’è anche la coscienza – direi – stilistica perché in questo libro vi è contenuta una delle più straordinarie definizioni di quello che deve essere la poesia: cioè un odio e un senso di vendetta verso gli altri che, una volta approfondito e liberato, diventa amore.
    Dunque di questo libro devo dire in generale tutto il bene possibile. Non mi è mai capitato di essere così entusiasta di qualcosa e di sentirmi – così – in un certo senso obbligato costretto a dire agli altri: leggetelo. Perché oltretutto è un libro che riguarda sì la scuola, come argomento specifico, ma nella realtà riguarda la società italiana, l’attualità di vita italiana.
    Pier Paolo Pasolini, Intervista su Lettera a una professoressa 1967, ora anche QUI, 1’43” – 3’19”.

    […] Quando il libro stava per essere finito, don Lorenzo parlò con l’architetto Michelucci […] per chiedergli di scrivere la prefazione. Don Lorenzo stimava Michelucci e lo riteneva, come lui, un cultore dell’arte anonima e del lavoro d’équipe. «Quando ho spiegato a Michelucci – scriverà ancora ai ragazzi – cosa dire è rimasto entusiasta. Come si costruisce un libro confrontando il nostro metodo di scrivere con uno studio di architetto: così avrà modo di spiegare in che senso sono l’autore e in che senso no».
    Michelucci, sia pure tra qualche incertezza, accolse l’invito e scrisse una bozza di prefazione. Però fu giudicata dai barbianesi troppo difficile nel linguaggio per il libro. Tentarono di semplificare il testo secondo il loro stile, ma non se la sentirono di proporlo all’architetto e preferirono rinunciare alla prefazione.
    Sandra Gesualdi, Com’è nata Lettera ad una professoressa, dal web

    […] Poi ho incrociato «Lettera a una professoressa». Quando mi chiedono che libro voglio ricordare sopra ogni altro io non ho nessun dubbio, cito sempre «Lettera a una professoressa»; per me è anche uno stimolo fortissimo. Leggendolo capisco che la sostanza diventa vita e le teorie diventano sangue e carne; mi ritrovo ogni volta commosso dall’esperienza di vita di una persona e di questi ragazzini che, insieme, scrivono un testo capace di azzerare ogni certezza e ogni precisa posizione, e così facendo riescono a costruire un’idea fatta di vissuto e di esistenza autentica che porta dritti all’essenza del ruolo dell’insegnante e della formazione visti come possibilità di riscatto dei più poveri.
    La dedizione totale alla propria missione è, a mio avviso, una testimonianza spendibile da ognuno di noi, a prescindere dalla questione religiosa che mi interessa relativamente.
    Giulio Iacchetti, in Il Sole 24 Ore del 14-11-2010, p.41

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