Arezzo … Fortezza

Pietro Pagliardini: …

“Gent. mo professore

Vorrei sottoporre alla sua attenzione e a quella dei muratorini questo caso “di scuola” di un intervento di restauro e riuso.

Al culmine della collina su cui Arezzo è adagiata, incombe la Fortezza Medicea, opera di Antonio da Sangallo il Giovane, che da tempo necessita di restauro. Meritoriamente l’amministrazione comunale ha deciso di procedere al restauro, ovviamente con annesso riuso.

Da tempo circolava un progetto redatto in collaborazione con l’Università di Firenze ma ora è stato presentato alla ciittadinanza in una mostra e da questa sono state prese le foto, purtroppo scattate di fretta con cellulare.

Mi piacerebbe sentire qualche giudizio su questo progetto che ritengo possa attirare la curiosità e l’interesse di molti e sia un caso “di scuola”, appunto, per capire lo stato attuale del “restauro” in Italia.

Il Bastione nella foto è parzialmente crollato e se ne prevede la “ricostruzione” con una scala-ascensore vetrata che “riprende” la forma originaria, come si capisce dallo schema planimetrico. Mi scuso per le poche immagini e per le pochissime informazioni ma un’opinione generale mi sembra che sia comunque possibile farsela.

Per il momento non vorrei esprimere la mia personale opinione perchè sono realmente interessato a sentire più voci.

Saluti

P. P.

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27 Responses to Arezzo … Fortezza

  1. Paolo ha detto:

    Dal poco che si vede mi pare interessante, sopratutto la modalità di riuso.
    Mi sembra unrestauro importante, anche come impegno finanziario. Mi domando se il Comune è in grado di reperire tali fondi.
    Saluti

  2. isabella guarini ha detto:

    L’importanza paesaggistica e architettonica della Fortezza Medicea di Arezzo è tale da giustificare l’intervento di restauro. Tuttavia, non mi pare si possa dare un giudizio definitivo sul progetto perché mancano le informazioni sulla destinazione d’uso. Per quel poco che vedo dal plastico, l’ascensore appare come un segno troppo scheletrico di fronte alla corposa maestosità delle mura. Almeno mi sembra! Non mi è chiara nemmeno la funzione della scacchiera bianca visibile in sommità. Comunque, si tratta di un luogo bellissimo. Penso che il restauro non debba far perdere quell’aura di sogno e mistero che avvolge le antiche fortezze. Soft, soft, soft!

  3. Pietro Pagliardini ha detto:

    Per informazione dico ad Isabella che quella scacchiera rappresenta un teatro all’aperto. Gli edifici che si vedono sopra esistono e vanno solo restaurati.
    Ma è chiaro che a chi non conosce la situazione nel suo complesso non si può chiedere un giudizio sul riuso della Fortezza.
    Ma l’intervento sulle mura medicee, cioè sul bastione, può essere giudicato in sè, a prescindere, cioè dando per scontato che serva (anche se posso dire di mio, che è discutibile, data la posizione in cui è collocato rispetto al sistema dei parcheggi e soprattutto rispetto alla città).
    Saluti
    Pietro

  4. aldofree ha detto:

    la scala-ascensore vetrata è da paura!! vabbè che dovrebbero essere leggibili e non mimetici gli interventi di ripristino, ma in questo caso mi pare si sia un tantino esagerato,

  5. ettore maria mazzola ha detto:

    parlare di “restauro” ricostruendo con materiali, tecniche e carattere assolutamente alieni all’originale mi sembra un po’ azzardato. Senz’altro il designer di questo intervento riterrà di aver soddisfatto il suo ego, il monumento (se potesse parlare) senz’altro non non si sentirà rispettato, e presto potrebbe dimostrarcelo. Inutile dire che gli aretini dubito seriamente possano sentirsi rispettati da cotanta violenza. Un tempo restaurare significava riportare all’originale, oggi pensiamo che sia “cosa buona e giusta” distinguere il nuovo dal “vecchio”, la realtà è che c’è un’ignoranza professionale tale che può mascherarsi solo da interventi che se ne fregano del monumento (non è la riproposizione della sagoma in vetro che può restituire ciò che abbiamo perduto). Dico pertanto assolutamente al riutilizzo, dato che i monumenti muoiono anche perché vengono “musealizzati” e lasciati spesso inutilizzati, ma per favore evitiamo l’intromissione di mostruosità (estetiche e tecniche) che danneggiano il monumento. L’esperienza degli edifici di L’Aquila danneggiati da restauri sbagliati, e la porcheria dell’ascensore dell’Altare della Patria ci bastano e avanzano.
    Cordialmente
    Ettore Maria Mazzola

  6. memmo54 ha detto:

    …Eloi eloi lama sabachthani ?

    Doveva solo ricostruire un pezzo di muro !!!!

  7. cinzia ha detto:

    Trovo un pò forzato, come segno, il teatro all’aperto; Per quel che riguarda l’ascensore concordo con l’arch. Guarini, mi sembra che l’elemento abbia poca consistenza.

  8. isabella guarini ha detto:

    Il restauro conservativo per me è legittimo anche con integrazioni di quanto è andato distrutto del complesso originario, ma senza contrapposizione di materiali. L’ascensore in vetro è orribile, a ben vedere e le strutture per lo svolgimento teatrali dovrebbero essere smontabili e provvisorie. Condivido pienamente l’affermazione di Ettore Maria Mazzola che riguarda il pericolo di fare restauri museificatori senza una funzione, senza vita. Ma bisogna ben calibrare la conservazione e la rifunzioanloizzazione per non far perdere identità al monumento, che non appartiene solo agli Aretini, ma al patrimonio nazionale ed europeo.

  9. Antonio C. ha detto:

    A Bergamo Alta hanno approvato, con concorso, una risalita delle mura venete (definita come ripresa di una torre d’assalto), l’anno scorso prima delle elezioni.
    Infatti le hanno perse e tutto è stato cestinato.

    Vedasi:
    http://www.bergamonews.it/bergamo/articolo.php?id=364

  10. sergio43 ha detto:

    Bello! Così anche la fortezza d’Arezzo ha la sua torre-scala come le torri- scala dello stadio di San Siro a Milano! Peccato se ne costruisca una sola….Ho detto “sola” non “sòla”!

  11. francesco ha detto:

    ma il “teatro” è in salita? non sale dalla parte sbagliata?

  12. biz ha detto:

    Non si capisce appieno dal plastico. A mio avviso occorre distinguere due piani di giudizio.
    1) Generale: legittimità ad intervenire costruendo sul costruito, cioè in continuità e non secondo restauro. Per quanto riguarda elementi di quel genere, a me pare che sia legittimo. Non avremmo piazza Navona se avessero fatto il restauro filologico del circo ecc. Quindi, la amata città storica costruisce sul costruito, ed è giusto così.
    2) Particolare: mi pare che l’ascensore in quella posizione “segni” troppo. Cioè, altera un bastione. Con contraddizione anche “ontologica”, se posso esprimermi così. Infatti il passaggio deve andare nel punto debole, non il quello forte: pertanto più distante possibile dal bastione. Piuttosto, sarebbe meglio una scala ricavata entro un “falso” muro che ricostruisce il bastione.
    Scacchiera, pensiline: avvedo uvbano. Peccato.

  13. Jean ha detto:

    Sono stata sul cantiere circa 3 mesi fa, la fortezza è imponente come del resto il lavoro di restauro che stanno effettuando, la dentro ci sono stratificazioni architettoniche rilevanti e da quello che posso notare il progetto appare molto sommario.
    Approvo l’idea di un teatro all’aperto, si sposa molto bene con l’ambiente e le necessità della città.
    Sono anche io daccordo sulla legittimità di intervenire sul costruito e ritengo, in linea di massima, che l’intervento debba essere riconoscibile…ma in questo caso e da quanto posso vedere, la scala stona pesantemente per non parlarare della rampa.
    dovrei avere delle foto interne della fortezza, appena le ritrovo le inserisco, magari può aiutarci nell’esprimere un più dettagliato giudizio

  14. isabella guarini ha detto:

    Bene, ha ragione biz. Bisogna aggiungere nel punto debole non in quello forte!

  15. Pietro Pagliardini ha detto:

    Ovviamente non era mia intenzione fare “esami” ma una specie di sondaggio d’opinione tra gli spettabilissimi frequentatori di questo blog, per sapere se sono io ad essere fuori di testa e rincoglionito dagli anni oppure chi ha fatto la bella pensata. Constato, con sollievo, che, nel caso, non sarei l’unico.
    Non me ne voglia nessuno ma quella che più si avvicina all’impressione che ha fatto a me il progetto è la lapidaria “Doveva solo costruire un pezzo di muro” di memmo54.
    Anche sergio43 e il suo stadio di san Siro, oggi Meazza, è affilata. Mi piace l’invito al soft di Isabella.
    L’amico Biz, che ritrovo con piacere, ha visto giusto, nel senso che, pare, ma non è certo, che stiano optando per ricostruire il muro e piazzare la scala-ascensore dentro il bastione. Spero che sia vero: vorrebbe dire che c’è qualche rincoglionito (che conta) anche ad Arezzo.
    Sul progetto di riuso non si può esprimere un giudizio compiuto perché, oggettivamente, non esiste o almeno non è visibile da ciò che è pubblico. Ha però ragione Biz: “scacchiera, pensilina, arredo urbano, peccato!” è comunque il sintomo di un banale formalismo.
    A Francesco dico che il teatro non credo sia in salita, perché attualmente la Fortezza è in piano (ci giocano da sempre a tamburello)e penso, spero, sia solo un effetto ottico della adiacente rampa che scende.

    Resta il fatto che quell’idea (la voglio chiamare così) del bastione di vetro è il parto di un docente di restauro di Firenze. Resta il fatto che la Soprintendenza ha approvato (salvo auspicabile resipiscenza in extremis).
    Mi domando: con questo viatico, con queste coperture “culturali” e istituzionali, un’amministrazione comunale, un sindaco, che dovrebbe fare?
    La politica avrà le sue colpe, ma anche la tecnica……
    Vi terrò informati.
    Saluti
    Pietro

  16. memmo54 ha detto:

    I molti, ed in tempi diversi, che hanno costruito sopra lo stadio di Domiziano non avevano la possibilità organizzative, tecniche ed economiche di qualche secolo addietro; tantomeno quelle d’oggi.
    A loro discolpa possiamo, evidentemente, elencare le “serie” difficoltà del momento.(…gravissima crisi economico-politica, contine scorrerie, perdita di centralità ed altri “scherzi del destino” che tutti abbiamo studiato…)
    Qualche secolo addietro, al contrario, l’avrebbero ricostruito “più bello che pria” (..Adriano, nel suo piccolo, docet…).
    Ma nonostante ciò, hanno costruito con la stesso sentimento, sensibilità e le stesse aspirazioni: con lo stesso linguaggio, gli stessi vocaboli e la stessa sintassi. (…a volte con le stesse pietre e mattoni !!!… )
    A nessuno è passato per la testa di erigervi sopra una piramide od un tempio babilonese.
    Noi invece, quinta, sesta o settima economia dell’orbe terraqueo, forti di un esthablishment tecnico-politico saldamente icapsulato in corpore vili, e totalmente privo privo di ogni spessore culturale che esuli dal pamphplet sociologico di basso profilo, riteniamo possibile di ricostruire quanto “rubato” dalla storia con un rosa di materiali “tecnologicamente avanzati” in bilico tra polistirolo, titanio, vetro e calcestruzzo: Il tutto, con tutta evidenza, “rafforzato” da un’estesa ed inutile teoria di patetici dettagliucci.
    Eloi, eloi, lama sabacthani !!!

  17. sergio43 ha detto:

    Caro biz, tutto giusto, tutto corretto salvo, per me che non debbo insegnare alcunchè ad alcuno, il riferimento che fai al riuso in antico, dalle fondamenta a quel poco in alzato che ne era rimasto, dello Stadio (non Circo!) Domiziano. Con innata sagacia organica, le maestranze e le committenze del nostro passato, generazione dopo generazione (dall’umile scalpellino e capomastro medievale alla gloria barocca di Bernini e Borromini, alle volontà “ex cathedra” di Papi giganteschi), costituirono (la qual cosa, ci appare sempre un miracolo!) un nuovo spazio urbano per le necessità abitative, religiose, rappresentative, mercantili, financo giocose (l’allagamento estivo della piazza!). Se da questo esempio desumi una presunta legittimità del nostro tempo, dietro un semplice Bando Concorsuale”, a “costruire sul costruito”, non é che sia del tutto d’accordo. Ci é difficile persino comprendere il rapporto che si instaurava con le carne e le ossa delle nostre città, intendendo con ciò l’edilizia, l’urbanistica e i ruderi, da parte dei contemporanei di allora! Bastò dedicare “ad martyres” il Pantheon perchè questi arrivasse quasi integro fino a noi. Al contrario Sisto V voleva trasformare il Colosseo in un opificio tessile, avendo più a cuore l’economia dell’Urbe che non la sensibilità artistica (se mai ci fosse stata allora! Il Romanticismo era di là da venire!) dell’Orbe. Se la sua volontà si fosse realizzata noi oggi staremmo a disquisire e a leggere, con una complessità in più, il monumento flavio. Fortunatamente questo progetto venne poi abbandonato e di ciò tutto il mondo é contento. Fosse avvenuto il contrario tutti noi ne avremmo dovuto prendere atto e avremmo purtroppo detto, alla Humphrey: “E’ la storia, bellezza!” Ha avuto, altrettanto fortunatamente, soltanto diritto allo spazio di un mattino la proposta di uno, neanche dei più piccoli dei Nostri, di rifare ex novo, perchè non più materialmente esistente, la parte dell’anello crollato del Colosseo e il cui travertino é ora parte integrante di chiese e palazzi romani. Mi ha altrettanto basito la proposta di un altro campione che, volendo risolvere l’incongruità intorno all’Augusteo, proponeva di demolire tutti i palazzi costruitivi intorno in era fascista. Non ho mai capito che cosa ne sarebbe rimasto! Un nuovo Campo Marzio dove farvi esercitare nuove cohorti? Ricostruire, “com’era e dov’era”, il tessuto che la prepotenza del Duce aveva erasato? (Tra parentesi! Questo é il grande tema che, al di là delle polemiche politiche, hanno davanti gli abitanti dell’Aquila! Come rivogliono il loro beneamato centro storico? Ricostruito filologicamente o come viene viene, purchè si faccia presto a riprendere il rito dello struscio domenicale lungo Corso Vittorio? Però siano certi! Non ci sono più i Cola d’Amatrice nè i Valadier a ricomporre quello che altri distruttivi terremoti hanno cancellato!). Altro esempio: ancora rimpiango, pur non avendolo mai visto in questa funzione se non in qualche seppiata fotografia, il costruito, e oramai distrutto, Auditorium sui ruderi dell’Augusteo. Fosse dipeso da me (questo, chiedo venia, non vale, per quello che conto, neanche la schermata su cui é scritto!) avrei volentieri ricostruito, in questo dando ragione a biz, un nuovo contenitore per recuperare il valore urbano del rudere di Augusto, valore perso non perchè la funzione di Sala per la Musica fosse oramai desueta, tutt’altro! (i grandi maestri d’orchestra del secolo scorso, i Toscanini, i Furtwangler ne apprezzavano l’acustica). Io ne avrei fatto, come ho accennato altre volte, un altro polo museale, rendendolo così, per importanza e significanza, gemello dell’altro tumulo, quello di Adriano. Credo che per i nostri tempi questa disinvoltura a demolire e ricostruire non sia del tutto accettabile. Con tutta la nostra cultura e le nostre biblioteche e accademie, questa attività non sempre sembra essere cosa per noi. Non vorrei offendere nessuno, ma questa soluzione al recupero del forma del bastione (Tanto necessaria poi? Se il “tempo, grande scultore” ha così operato negli anni e nei secoli passati, lasciamolo così, come una nostra eredità da manutenere con cura e senza ulteriori danni) e alla necessità di salire di quota non mi pare di eccelso valore, tale e quale l’ascensore vetrato del Vittoriano! Pagliardini ci consola scrivendo che il progetto starebbe per essere cambiato piazzando la scala-ascensore dentro il bastione. A questo proposito vorrei spingere a questa soluzione riportando la sensibilità sicura con cui i Passarelli hanno risolto il problema di dotare di un nuovo ingresso i Musei del Vaticano per non intralciare l’uscita dagli stessi. Hanno svuotato, appunto, l’angolo del bastione delle Mura Leonine e aperto un fornice che, pur di notevole misura, non disturba. L’unico tratto decorativo sono, trattandosi dello Stato della Chiesa, le belle e moderne ante del quasi invisibile “portone di bronzo”:-). Non sempre tutto può essere possibile ma, di volta in volta, adeguandoci alle condizioni date, cercare di risolverle con la giusta sensibilità “ch’é ‘sì rara!” Ma sono pochi i Carlo Scarpa e i Giorgio Grassi, se togliamo i miei amati Carmassi e Venezia! Se é stato accettabile ricostruire la “Fenice” di Venezia come’era prima dell’incendio doloso, dorature e velluti compresi, bene ha fatto Aldo Rossi, e altri bei nomi prima di lui, a voler ricostruire il “Carlo Felice” di Genova, distrutto dalla tragedia della guerra di cui bisognava tramandare il monito, con tutt’altra visione (combattuta da Bruno Zevi solamente nel merito del linguaggio architettonico). La storia, passata, presente e futura é stata, fu e sarà piena di questi problemi. Ma ritengo che la “Carta di Atene”, nelle due versioni del 1931 e del 2003, supportata dalle note di Cesare Brandi, dovrebbe essere la “Carta Costituzionale” di Architetti e Urbanisti mentre, come d’altronde capita per la nostra “Costituzione”, é sconosciuta ai più degli addetti ai lavori (o a tutti?).

  18. ff ha detto:

    Pur essendo un profano – motivo per cui nell’analisi tecnica mi associo volentieri a memmo54 e biz – mi permetto di aggiungere una breve e rozza considerazione: ho la sensazione che il motivo fondamentale per cui nessuno ha pensato (perlomeno in prima battuta) che si dovesse “solo ricostruire un pezzo di muro”, è che così facendo ci sarebbe stato ben poco da mostrare al… “pubblico”. Ho detto una sciocchezza?

    • Pietro Pagliardini ha detto:

      ff, non hai detto una sciocchezza, è l’egocentrismo dell’architetto la mania compulsiva che spinge a mostrare e a mostrarsi.
      Comunque ho un aggiornamento, sicuro perché riferito da un membro serio di una commissione cui è stato mostrato il nuovo progetto, ma solo “per conoscenza”: sparisce il vetro, sparisce il cilindro emergente sopra il livello delle mura, pare sparisca anche la misera scaletta e la terribile rampa esterna, a vantaggio di una rampa meno invasiva, viene ricostruita la sagoma esterna del bastione MA non con muro, bensì con…indovinate!acciaio corten, of course e all’interno del bastione saranno collocati l’ascensore e la scala.
      Pare, ma su questo c’è incertezza, che la cortina di corten non sia continua (scusate la tripla cacofonia) ma abbia dei tagli sui quali sarà fatto crescere del verde.
      Al che è perfettamente adeguata l’aforisma di F.L. Wright: “Un medico può seppellire i propri errori, ma un architetto può solo consigliare al cliente di piantare dei rampicanti”.

      Saluti
      Pietro

      • ff ha detto:

        Grazie per la risposta e per gli aggiornamenti! Per quanto riguarda la mia osservazione, mi riferivo anche al fatto che: i designer lavorano al servizio dei committenti e delle loro esigenze; far costruire un opera pubblica (o anche solo proporla e mostrarla) è un atto politico; la controparte dei soggetti politici è oggi assimilabile ad un pubblico, mi pare.

  19. Roberto 73 ha detto:

    Dissento dall’affermazione di Sergio 43: “la carta di Atene (…)dovrebbe essere la carta costituzione degli architetti”. La specificità dei manufatti architettonici ed il loro destino non lo permettono, esigono un approccio che non può e non deve essere codificato.
    Ci sono edifici storici che possono integrarsi con simili protesi tecnologiche ed altre che non hanno altra scelta che il “recupero della bellezza”. Il tempo ed il degrado non c’entrano con l’immagine architettonica originaria del progetto Sangallesco, egli non avrebbe permesso che quello sfregio intaccasse la sua Fortezza per così tanto tempo.

  20. Biz ha detto:

    Si Sergio43. Ma in effetti un conto è la “legittimità generale”, un altro è quella particolare e concreta.
    Lì vale il caso per caso: e come giustamente fai rilevare, i casi sono stati – e sono – innumerevoli.
    A Torino, dove vivo, la questione si pone oggi nelle aree industriali dismesse (e il Lingotto, nei secoli, diverrà qualcosa di simile al riuso delle grandi strutture romane; cosa che non sarebbe avvenuta se si fosse fatta “tabula rasa” né se si fosse fatto il restauro filologico).
    Volevo solo dire che la teoria del restauro corrente, di matrice brandiana, sia pure con logica ferrea e sue ragioni appunto legittime, risulta troppo rigida nel concreto della vita; il suo storicismo eccessivo; diciamo pure troppo materialista. Spesso l’esito è di fare delle costruzioni del passato dei moloch intoccabili.
    Sempre le costruzioni dell’uomo devono essere al servizio dell’uomo. Mai il contrario.
    La nostra incapacità contemporanea di rivivere e far rivivere le strutture del passato è anche relazionata a quell’atteggiamento (che per altri versi, è un giusto contraltare all’economicismo più bieco, che è dominante nelle azioni contemporanee sulla città).

  21. Pietro Pagliardini ha detto:

    biz, lo storicismo, nel momento stesso in cui lo citiamo, esiste, e non si può fare finta che non sia così. Ormai ci poniamo inevitabilmente nei confronti del passato con due atteggiamenti opposti e, solo nel caso per caso, nella prassi, possiamo attenuare l’una o l’altra scelta e possiamo trovare soluzioni che, almeno in parte, si svincolino da esse.
    Potremmo,ad esempio, fare finta che la coscienza ambientale, ancorché intesa spesso come tributo ad un luogo comune e ad aspetti prevalentemente economici e/o modaioli, non ci fosse? Certamente no e potremmo, al massimo, considerarla con un occhio più critico e selettivo.
    Ma proprio la coscienza della storia e del valore irripetibile di ciò che ci ha tramandato dovrebbe indurci al rispetto di essa ed all’integrità dei manufatti che ne costituiscono un patrimonio unico.
    Ha ragione in questo Roberto73 quando dice che Sangallo non avrebbe consentito che il bastione, che ha una sua unità e integrità architettonica semplice e leggibilissima, fosse rimasto diruto per così lungo tempo; ma non l’avrebbe permesso nessuno e, senza pensarci un attimo, l’avrebbero ricostruito com’era, senza protesi, senza porsi troppi problemi di “leggibilità dell’intervento”, piuttosto con problemi di “disponibilità del materiale”.
    Dicevo appunto che questo è un caso di scuola perché era talmente semplice la soluzione, l’unica possibile, che diventa un emblema dell’atteggiamento tracotante, e a mio avviso ignorante, con cui l’architetto si pone oggi nei confronti della storia, a fronte della pochezza dello stato attuale dell’architettura.
    Per l’architetto ci sarebbe stato comunque spazio “interpretativo” all’interno del bastione, nel posizionare l’ingresso e nel suo rapporto con le mura e la strada, nel rapporto tra il gruppo scala-ascensore con il ricostruito tratto di mura e con ciò che inevitabilmente avrebbero ritrovato durante il restauro e che in parte era comunque già leggibile (da ragazzo ci andavo spesso a giocare). Ma, certo, cosa avrebbe potuto mostrare poi nel book di presentazione? Troppo più spettacolare ed evidente il misero gesto esterno.
    Adesso addio al birillo di vetro, addio San Siro (qualcuno deve avere avuto un sussulto di dignità) ci resta il corten! Certo, è un po’ meno peggio di prima, dobbiamo pure contentarci, ma l’atteggiamento è lo stesso, arrogante, superbo, deprecabile.
    Ciao
    Pietro

  22. isabella guarini ha detto:

    Condivido il pensiero di Pietro Pagliardini circa l’integrazione con materiali non necessariamente diversi da quelli esistenti. La motivazione di rendere leggibile l’intervento mi sembra una scusa per apparire con sofisticati contrasti, mentre
    l’intervento nuovo sarebbe leggibile anche utilizzando lo stesso materiale, con sfumature di colore e di trama del paramento murario. Invece, ci troviamo di fronte a una negazione dei materiali maturali a favore di una supervalutazione dei materiali artificiali a cui si attribuisce l’onore di rappresentare la contemporaneità. Lo stesso dicasi per l’acciaio che pure si accosta bene con elementi lapidei, come insegna anche Mies Van der Rohe. Ma, se di leggibilità si tratta, perché non prendere in considerazione un materiale naturale come il legno? Ciò potrebbe concorrere a rendere leggibile l’intervento, evocando un connubio naturale, pietra-legno, già presente nell’architettura delle fortezze con ponti elevatoi,torri d’assedio e trabucchi, carri, camminamenti a mensola per la difesa e arredi vari, non pervenuti perché più distruttibili della pietra. Nei centri storici le capriate e i solai lignei sono tassativamente conservati e se qualcuno è fatiscente si sostituisce con strutture dello stesso materiale. Ciò dovrebbe valere anche per altre situazioni di conservazione e ripristino.

  23. Cristiano Cossu ha detto:

    —-“Dicevo appunto che questo è un caso di scuola perché era talmente semplice la soluzione, l’unica possibile, che diventa un emblema dell’atteggiamento tracotante, e a mio avviso ignorante, con cui l’architetto si pone oggi nei confronti della storia, a fronte della pochezza dello stato attuale dell’architettura.”—-

    L’architetto chi? Parli del progettista dell’intervento in questione?
    Conosco decine e decine di architetti giovani, preparati e competenti, oltre a tre o quattro maestri, che sarebbero in grado di interpretare bene quel tema e senza egocentrismi da te ritenuti onnipresenti nella categoria.
    Come al solito, innesti il pilota automatico e via andare con “l’architetto”.
    L’architetto non esiste, esistono singoli architetti, la responsabilità è personale.

  24. sergio43 ha detto:

    Sicuro, sicurissimo che Antonio da Sangallo il Giovane, chiamato dai Medici per un nuovo sistema di difesa che tenesse conto della importanza, oramai definitiva, delle bocche da fuoco, avrebbe di corsa ricostruito il bastione, ove questo fosse crollato per cattiva costruzione o motivi bellici. Cosimo I° e il suo architetto ne avevano tutto il diritto e la necessità. Erano anni ancora scossi da lotte tra gli Staterelli italiani e le ribellioni delle popolazioni. Arezzo più volte cercò di abbattere l’odiata fortezza, simbolo della tutela fiorentina. La fortezza, durante i lunghi anni di pace e sonnolenza granducale, perse ogni importanza difensiva. L’ultimo atto di guerra lo subì quando nel 1800 i francesi, adusi a battaglie di movimento più che ad assedi, lo vollero distruggere con le mine, così come avevano cancellato monasteri e conventi, più per disprezzo verso gli antichi ordinamenti che per vera necessità. Di quel gesto vandalico rimane la lacuna nel bastione. Questa é la storia ed io avrei preferito che ogni pagina di quel palinsesto fosse rimasto leggibile: l’antica bellezza e le sue rughe, senza unitili make up. Che bisogno abbiamo di ricostruire bastioni in vetro, corten o altre diavolerie secondo il gusto individuale di un progettista che, invece di tener conto delle Teorie del Restauro, si piega a un desiderio di visibilità e alle velleità di amministratori transeunti. Dobbiamo mettere a disposizione di nuove esigenze popolari questi retaggi antichi? Benissimo, ma con amore e delicatezza verso la storia dei nostri avi! Spazi verdi per il passeggio, reversibili e non invasive soluzioni per i momenti aggreganti di una comunità? Perfetto! ma “Adelante con juicio, Pedro!”.

  25. Pietro Pagliardini ha detto:

    Grazie a sergio43 per la bella spiegazione della storia del bastione. Sono provinciale e mi fa piacere sapere che la mia città suscita interesse anche nei “forestieri”.
    Cristiano, “l’architetto” è certamente il progettista, proveniente del dipartimento di restauro dell’Università di Firenze, De Vita (informazione ricavata da La Nazione) ma è soprattutto, nella mia semplificazione, l’architetto collettivo, rubando tale espressione al Foglio che parla del giornalista collettivo, significando questo il giornalista tipo, quello cioè che fa informazione conformista e standardizzata e che ha reazioni conformiste e standardizzate.
    Giudicare una categoria è non solo lecito ma necessario e lo fai certamente anche te quando, ad esempio, parli del “Rinascimento”, con ciò categorizzando in uno stile tutti quegli architetti che vi appartengono. Ne citi forse uno ad uno? Ogni volta fai l’elenco completo per un usare il termine Rinascimento?
    Oggi è lo stesso, solo che si parla di contemporaneità e di architetti contemporanei.
    La responsabilità è certamente individuale ma, non essendo in tribunale, esiste anche una responsabilità culturale e politica: quella mi interessa.
    Se poi contesti il fatto che io non abbia molta stima della categoria degli architetti contemporanei nel loro complesso, cioè dell’architetto collettivo, ti dico che lo puoi fare certamente, ma non isolando dei casi, le eccezioni, piuttosto valutando la regola. E la regola è pessima, vedi il caso “di scuola” del bastione, ultimo di una serie storica.
    Sono certo che non difenderesti nè la scala, nè il corten, nè la misera rampa, nè le asfittiche scalette sulla porta, niente di tutto questo ma mi domando: perché invece che contestare la mia “categorizzazione” non hai contestato, o apprezzato, quel progetto? Nella tua logica sarebbe stato più coerente!
    Saluti
    Pietro

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