UNINTERVISTABLOOM …

Per la gioia di grandi e piccini …

vi anticipo il testo di una una mia recente intervista inopinatamente, …

quanto gentilmente, ospitata sull’ultimo numero di Bloom

che sarà on line nei prossimi giorni …

INTERVISTA A GIORGIO MURATORE
Nel tentativo di meglio comprendere le complesse questioni che coinvolgono l’architettura attuale, la redazione di BLOOM ha deciso di interrogare su alcune di esse i maggiori storici italiani di architettura e, in primo luogo, Giorgio Muratore, forse più vicino di altri al progetto. BLOOM condivide molte risposte offerte da Muratore e, tra queste, quella riguardante il venir meno delle distinzioni disciplinari accademiche, oltre ai diversi giudizi resi in forma graffiante ed efficace. Ringraziamo pertanto il prof. Muratore per la sua cortese disponibilità.

BLOOM: Ad un docente di Storia dell’Architettura non si può non chiedere, data la presente inclinazione dei progettisti a non considerare le forme costruttive tradizionali, in che modo la storiografia sia utile alla formazione dell’architetto.

Giorgio Muratore: Innanzitutto, vorrei chiarire che sono piuttosto refrattario alla definizione di Storia dell’Architettura, ai raggruppamenti disciplinari, alle sigle, tanto per dire: sono ormai vicino alla pensione e non ho ancora memorizzato il mio raggruppamento di appartenenza e tutto quello che è stato fatto in questi ultimi anni in questo senso mi lascia, per lo meno, sconfortato, anzi mi fa proprio un po’ schifo, culturalmente parlando, … pensate all’ultimo caso degenerativo … la “rete” Vitruvio, roba da chiodi … c’è chi ha lo stomaco di organizzare un’associazione “culturale” intitolandola alla sigla (SSD ICAR 14–15–16) …. praticamente l’indicatore di una pratica ministeriale …
Che poi la storia sia necessaria al progetto è questione di tale ovvietà da non meritare neppure un commento; certo che è necessaria, è talmente indispensabile che potrei arrivare a dire che in una Scuola di Architettura si può e si deve parlare di storia e forse sarebbe meglio non parlare per niente di “composizione”, di “progetto” o di come cavolo volete chiamarla quella roba che insegnate e che non serve praticamente a nessuno tranne a quelli che la insegnano.

BL: Lei si è laureato con Bruno Zevi, poi ha collaborato con Quaroni ed è stato probabilmente in contatto con Tafuri, pensa sia ancora possibile una storiografia impegnata, pro o versus il progetto?Quale il ruolo della storia nel progetto?

GM: Si mi sono laureato con Zevi, ho collaborato con Quaroni e poi ho avuto rapporti con Tafuri, ma non mi sono mai dimenticato che il mio correlatore è stato Paolo Marconi e che appena laureato Paolo Portoghesi mi ha chiesto di collaborare a Controspazio che, dopo la morte di Bonfanti doveva trasferire la redazione da Milano a Roma. Devo dire di essere stato particolarmente fortunato e che la scuola di architettura di una volta offriva la possibilità di conoscere persone di sicuro valore; e pensare che ieri, come oggi fanno giustamente i nostri studenti, ci lamentavamo anche noi dei nostri professori, eppure era il meglio che c’era sulla piazza, e non solo quella romana. Devo poi aggiungere che una serie di incidenti accademici, che avrebbero poi segnato tutta la mia vicenda futura, mi portarono fortunatamente a contatto con altri personaggi ai quali sento di dovere molto come Eugenio Battisti, Tomàs Maldonado e Umberto Eco. Poi non dimentichiamoci che sono e resto un architetto, pago anche le quote dell’ordine, anche se in quarant’anni non mi è mai servito a niente, ma lo faccio per tigna, per scaramanzia, sennò che architetto sarei,… di fare lo “storico”, in fondo, non me ne frega niente, penso che sia solo un modo, come un altro, di essere architetto.
Storia e Progetto è un binomio che mi perseguita da quando sono entrato in facoltà nel ’64 forse sull’onda della splendida mostra su Michelangelo che Zevi e Portoghesi allestirono al Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale con i plastici critici degli studenti di Venezia. E’ un binomio inestricabile ove ogni termine cerca di prevalere sull’altro; credo che una via interessante in tal senso l’abbia indicata a suo tempo Gianfranco Caniggia quando giudicava gli studi preliminari necessari ad ogni proposta operativa come parte integrante del progetto: una buona analisi “storica” è già un buon progetto.

BL: Nei suoi studi Lei si è occupato sia dell’architettura antica che di quella contemporanea leggendola in controluce rispetto alla città. Oggi che la città sembra disperdersi in un anonimo continuum, pensa vi sia una mutazione anche dell’architettura?

GM: Non credo ci possa essere discontinuità nella storia; l’anonimo continuum di oggi equivale al territorio altrimenti urbanizzato di ieri. Agli occhi dello storico non dovrebbero esserci differenze per affrontare temi lontani nel tempo o più ravvicinati a noi. Spesso si confonde la storia con la critica per la quale il rapporto con il contemporaneo si trasforma spesso in una specie di corpo a corpo giudiziario nel quale si vogliono sovrapporre posizioni ideologiche e giudizi di valore.Per un critico “coltivare il pregiudizio” può essere cosa sana e fisiologica, per uno storico naturalmente sarebbe un sacrilegio, ma spesso le posizioni tendono a mescolarsi, a confondersi, a sovrapporsi e ad elidersi a vicenda.

BL: Lei passa per uno storico in controtendenza: guarda con attenzione a Piacentini ed al quartiere Coppedè, difende il Morpurgo dell’Ara Pacis contro Mejer. Quanto di Roma c’è nel suo spirito, diciamo, di conservazione?

GM: Mi fa piacere che lei insista nel considerarmi uno “storico”, ma credo onestamente che, per quanto mi riguarda, il titolo sia piuttosto improprio; mi piace solo occuparmi di argomenti un po’ sottovalutati o giudicati spesso secondo un’ottica corriva alle mode, alle tendenze e alle ideologie dominanti; spesso assistiamo ad una specie di sagra dei luoghi comuni per cui si celebrano come fondamentali personalità che non sono certo migliori di altre che restano nel dimenticatoio, basterebbe pensare ai casi storiografici di Terragni, di Libera, di Ridolfi e di Quaroni in confronto a quelli di Moretti, di Vaccaro, di Piacentini o di Ponti, tanto per fare qualche nome, a caso. Per quanto riguarda il mio cosiddetto “spirito di conservazione” ritengo che sia indispensabile considerare il valore di testimonianza anche del più modesto e apparentemente insignificante reperto che ci proviene dal passato, anche il più recente e che non valga quasi mai intervenire cancellando le tracce più antiche per inserire a forza al loro posto il “segno” della contemporaneità. La storia insegna, quella di Roma in particolare, che c’è posto per tutti e che spesso il fascino di un contesto dipende proprio dalla possibilità di rileggerne la processualità. Il “caso” Ara Pacis mi appassionò proprio per questo, Meier è stato a suo tempo un ottimo architetto e avrebbe potuto benissimo intervenire in un contesto storicizzato come quello romano, ma non aveva senso accanirsi contro il dignitosissimo edificio di Morpurgo per il semplice motivo di voler lasciare al suo posto il segno del proprio passaggio; ma in quel caso le responsabilità non sono state soltanto dell’architetto che, probabilmente,  ha  fatto quanto di meglio poteva, ma soprattutto dell’ insipienza di una committenza culturalmente becera e interessata ad usare l’irresistibilità della star internazionale per far passare, alla lunga, dei banalissimi seppur cospicui interessi di bottega. Alla distanza di qualche anno, quelle che venivano fatte passare per le ubbie di qualche “conservatore”, ma sulle mie posizioni c’erano, tra gli altri, anche Zeri e Arbasino, si sono dimostrate del tutto fondate.

BL: In Italia le due scuole di architettura più importanti sono state quelle di Milano e di Roma. Venezia, pure importante, in fondo si è retta sul connubio Roma-Milano. Naturalmente tra le due scuole vi sono molte parentele, ma, se dovesse identificarle secondo un carattere fondamentale, in cosa ritiene esse differiscano.

GM: Ho avuto la fortuna di poter lavorare sia a Roma che a Milano e, provenendo dal Sud non posso negare di aver subito un certo fascino nordico. Venendo da Roma, sembrava incredibile trovare un posto dove venivi addirittura pagato per fare un lavoro che ti piaceva e dove avevi l’impressione di poter concludere anche qualche cosa portando avanti i tuoi progetti. Ma dovevi pure adattarti ad un certo clima generale dominato da un produttivismo che non va tanto per il sottile e che se non stai al gioco dopo un po’ ti stritola. Tra le poche persone interessanti che incrociai a Milano ricordo con particolare intensità il vecchio, anzi vecchissimo, Muzio che, onestamente, alla fine dei settanta pensavo definitivamente scomparso dalla scena, e che resuscitò ridisegnando, anche per me, la sua famosa “Ca’ bruta” i cui disegni erano spariti da decenni, un episodio commovente. Poi naturalmente la presenza di Rossi, di Gregotti e di Canella che erano negli anni del loro massimo successo, con loro i rapporti sono sempre stati buoni, ma superficiali: con Gregotti perché sostanzialmente non mi interessava quello che faceva (e in fondo a guardar bene ancora oggi c’è da chiedersi perché sia diventato tanto famoso non avendo ancora mai progettato un’architettura di qualità), Rossi perché inattingibile nella sua auraticità artistica che all’epoca mi sembrava una fuga dai problemi concreti dell’architettura (ma che resterà come uno dei pochi riferimenti italiani di fine millennio), Guido Canella che trovavo come il più affine e col quale ebbi anche la fortuna di intrattenere rapporti anche tramite quella strana rivista che nulla concedeva alla gratificazione formale e che si chiamava “Hinterland”. Canella mi ha sempre affascinato a partire dal municipio di Segrate (un’opera che in molti a suo tempo giudicarono orrenda preferendogli la mitica e antistante fontana rossiana). Per concludere su Milano ritengo che la grande lezione di Rogers sia stata interpretata in modo complementare e solo apparentemente antitetico da Rossi e da Canella che per tutta la vita hanno consapevolmente giocato la loro partita italiana e milanese insieme.

BL: Tra gli architetti contemporanei Lei sembra amare maggiormente i minimalisti alla Peter Zumthor che non le archistar spettacolari. Eppure ha espresso giudizi positivi sull’opera di Gehry. In che modo orienta i suoi giudizi?

GM: Soprattutto sulla “qualità” dei progetti costruiti … e non sulle chiacchiere programmatiche … sui disegni troppo belli … sulla retorica disciplinare … tutte balle … se amo Zumhtor, Grassi, Linazasoro, Carmassi o certe cose di Venezia e soprattutto di Moneo è soltanto perché in molte occasioni sono stati dei veri architetti. Mi piacciono meno altri che fanno dell’architettura lo sfogo delle loro frustrazioni o del loro delirio di onnipotenza, e sono proprio tanti. In una parola: detesto i ciarlatani … e ce ne sono tanti … specialmente nell’università.

BL: Lei ha giudicato il MAXXI di Zaha Hadid “già vecchio…un’opera nata morta”, un monumento a se stesso ed al potere, tanto più che con un decimo della spesa, ha detto, si sarebbe potuto recuperare l’intero quartiere utilizzando gli spazi dell’archeologia industriale quali spazi museali. Un giudizio negativo trapela anche nei confronti degli auditorium-bacarozzi di Renzo Piano che dialogherebbero con il boa-sanguisuga della Hadid. Che cosa non La convince nella libertà compositiva dell’architettura attuale?

GM: Innanzitutto, ripenserei seriamente al termine libertà; siamo proprio convinti che esista un nesso logico tra il significato intrinseco del temine e il sottostare bovino alle mode più corrive dettate dalle multinazionali della finanza, dell’industria petrolifera, dell’informazione drogata, dell’editoria prezzolata, dell’educazione decerebrata? Le vicende della Hadid, di Piano, di Rogers, di Tschumi, dell’ultimo Foster che in qualche misura rientrano tutti nell’eredità globale della Architectural Association e dei suoi effetti collaterali, sono esemplari e l’Italia come il resto del mondo ne ha sperimentato le ricadute in questi ultimi vent’anni. Da Roma a Milano, da Genova a Salerno, da Cagliari a Reggio Calabria solo per citare alcuni casi patologici e palesi ci siamo sorbiti l’irresistibile pressione di una banda spericolata di intraprendenti figuri, appartenenti ad sorta di consorteria più e meno coperta, che come per i derivati bancari ha intossicato l’intero paese a cominciare dalle istituzioni più prestigiose come la biennale veneziana ormai appannaggio da anni di questa lobby internazionale. Venezia come salotto buono degli affari architettonici più redditizi e sostanziosi. In questo contesto un nome, tra gli altri, mi ha sempre incuriosito per la sua presenza inquietante, quello di Ricky Burdett della LSE (London School of Economics ndr.), sembra il caratteristico agente della CIA dei film sui narcos sudamericani, non a caso una presenza ineluttabile sulla scena italiana a partire dagli anni di esordio della seconda repubblica.

Per venire alla povera Zazà, non ho naturalmente nulla contro di lei tranne il fatto che rappresenta al meglio, plasticamente, in ogni sua manifestazione, tutto quello che detesto in architettura: a partire dalla sua tesi di laurea. Ve la ricordate? Era un piano urbanistico per la zona portuale di Londra, basata su uno schizzo di Chernikhov che a sua volta partiva dalle fantasie russe di Kandisky … niente di male naturalmente, ognuno fa quello che crede, ma per me quella era e resta una cazzata integrale … che ci volete fare? Sono uno all’antica e quando uno fa un piano urbanistico partendo da un quadro astratto io mi incazzo come una bestia.

Per quanto riguarda Renzo Piano non penso nemmeno che sia un architetto … se gli togliessimo tutto quello che gli è derivato dalla frequentazione di casa Agnelli credo che resterebbe ben poco … la sua idea di architettura meccanica e le sue banalità esistenzial-ambientali vanno bene per i rotocalchi che si leggono dal barbiere e per le terze pagine dei quotidiani di famiglia che ogni sei mesi e da decenni gli dedicano almeno un paginone centrale con tanto di pipa e di barca a vela.

BL: Di Koolhaas ha apprezzato l’ironia mostrata alla biennale di qualche anno fa ma ha criticato il progetto per l’Ostiense. Che pensa del suo Fuck the contest?

GM: Rem è un po’ come Zaha, sono ambedue creature da scuola d’arte, da accademia di belle arti che ci azzeccano assai poco con l’architettura; naturalmente hanno avuto fortuna supportati dall’onda dello tzunami economicistico e anarco-liberistico che ha travolto il mondo intero in questi ultimi vent’anni e sono così diventati i vetrinisti delle multinazionali; naturalmente sono bravi, sono furbi e intelligenti, anzi furbissimi e intelligentissimi, ma non mi interessa affatto quello che fanno, anzi mi irritano per la loro prosopopea e la loro arroganza; il caso di Rem Koolhaas alla Biennale (mi riferivo al film-documentario sulla sua casa nella provincia francese) era interessante perché riusciva addirittura a prendere in giro una sua stessa opera … immaginiamoci il divertimento del committente … cornuto e mazziato. Per quanto riguarda Fuck the contest, naturalmente, dal suo punto di vista non fa una grinza; ma credo che con la recessione in atto, nel giro di qualche anno, del povero Rem non resteranno che i sogni di gloria, relitti del primo decennio del terzo millennio, anche i cinesi si devono essere accorti di essere stati presi per il sedere e se quelli si incazzano … sono tanti … ciao Rem …

BL: Altri dubbi li ha espressi sul cosiddetto “parametrismo”: dica la verità Lei ama l’architettura attuale?

GM: Quale Architettura? Il Parametrismo? … Una boiata pazzesca … Tutte chiacchiere, retorica pura, un bravo disegnatore non è detto che possa diventare un buon architetto, figuriamoci quando vuol fare il teorico, il filosofo … torni ai pennelli (ai fornelli non credo sia capace), sarà meglio per tutti …

Grazie e scusatemi per sciocchezze che ho detto.

Grazie ancora per l’ospitalità.

BL: Grazie a Lei professor Muratore!

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7 risposte a UNINTERVISTABLOOM …

  1. ettore maria mazzola ha detto:

    Fantastico, dalla prima all’ultima parola!!!

  2. maurizio gabrielli ha detto:

    Davvero eccellente, una grande lezione. Già….la Storia.

  3. ctonia ha detto:

    Grazie Professò! Ottimo e abbondante.

  4. salvatore digennaro ha detto:

    Per maggiori informazioni consultare ARCHIWATCH.

  5. Manuel ha detto:

    Aver avuto la possibilità di seguire uno dei suoi ultimi corsi di storia dell’architettura moderna mi rende onorato e felice! Grazie prof…

  6. Morena ha detto:

    Un’ intervista al giorno é possibile?
    Rifarei l’università, architettura e a Roma solo ( e dico solo) per le sue lezione e per l’anno di tesi!
    Grazie

  7. Stefano Serafini ha detto:

    Per la gioia di grandi e piccini, davvero! Essenziale, efficace, e pure divertente.

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