Non prendiamoci troppo sul serio …

Sempre a commento di “Odore di crisi e nuovi guru …”
riceviamo da Pietro Pagliardini e volentieri pubblichiamo questa sua robusta tirata d’orecchie …
questa puntuale e “documentata” confutazione di quelle nostre poche righe e confuse che nascevano più dalla curiosa coincidenza della crisi di un modello economico con la rivincita di un certo tradizionalismo, peraltro diffusamente e, fin da tempi non sospetti, largamente condiviso e apprezzato …

crediamo di essere stati in larga misura fraintesi, ma tant’è …

oggettività, … certezze, … integralismo, … ogni tanto, ciclicamente, si sposano … ed è questo che ci preoccupa … ieri quando ironizzavamo sui sedicenti “modernisti” … oggi quando facciamo altrettanto sui “tradizionalisti” …

le verità, naturalmente, ci affascinano …

la “Verità”, altrettanto naturalmente, ci terrorizza …

“Caro professore, mi permetto di farle osservare che nel suo fin troppo preoccupato, e un pò iracondo, post vi sono alcune inesattezze, che definirei oggettive perché esattamente quantificabili e quindi fuori dal campo delle opinioni.

Mi riferisco ai nomi di coloro che lei chiama i nuovi guru e al fatto che vengano presentati come se fossero gli ultimi arrivati i quali, fiutata l’aria che tira, starebbero cavalcando l’onda di un certo (giustificato e sacrosanto) scontento per approffittarne per chissà quali loschi scopi.

Seguo l’ordine in cui lei, immagino casualmente, li cita:

Tom Wolfe: definire ultimo arrivato uno scrittore e giornalista che ha sempre fatto dell’anticonformismo, dello snobismo perfino, la sua arma migliore è, minimo, un errore blu’: Maledetti Architetti è stato edito negli USA nel 1981. Questa è la presentazione del libro nella edizione italiana:” Un giornalista americano conduce un’inchiesta, spietata e gustosa al tempo stesso, sull’atteggiamento da guru dei maestri del Movimento Moderno in architettura. Considerarsi un’élite e desiderare rivolgersi soltanto ad un’élite ha causato dei danni enormi ad un ceto professionale che non sa più lavorare al servizio degli esseri umani, a cui piuttosto vuole imporre la propria visione della realtà”.

Nikos Salìngaros: ha iniziato la sua collaborazione con Christopher Alexander nel 1982 (dato preso su Wikipedia), il suo Principles of urban structure è pubblicato nel 2005 ed è il frutto di una serie di articoli che datano molto prima: Theory of Urban Web, ad esempio, è del 1998; dei suoi rapporti con Léon Krier c’è documentata l’intervista del 2001 riportata nel sito archimagazine; il suo Anti-Architecture and Deconstruction è pubblicato nel 2004. Certamente Salìngaros stesso che di tanto in tanto segue questo blog se ce ne fosse bisogno (ma dubito) potrà fornire dati più sicuri.

di Franco La Cecla e Giorgio Santilli, a parte il libro Contro l’Architettura, non conosco molto, ma è una mia mancanza e me ne scuso.

Camillo Langone: da quando è uscito Il Foglio, di cui sono affezionato lettore, ha periodicamente scritto contro lo star system. Ricordo un titolo assolutamente fulminante per il Teatro alla Scala di Botta: Tanto rumore per un parcheggio! Fino ad allora a me era sembrato un ferro da stiro sopra i tetti. D’altronde Langone segue in maniera del tutto originale l’architettura sacra in una sua rubrica, è un tradizionalista assoluto sia sul terreno della fede che in ogni altra manifestazione dell’attività umana e solo il pensare che abbia potuto fare una sorta di salto della quaglia è, più che una malignità, una sonora sciocchezza.

Fino a qui i dati oggettivi facilmente riscontrabili.

Certamente, per tutti coloro che sono abituati a conoscere il pensiero unico “progressista e modernista” delle patinate riviste specializzate (adesso superate dalle riviste di moda e di costume), della classe accademica nella sua grande maggioranza, dei libri di storia dell’architettura, compreso quello del pur benemerito Leonardo Benevolo, di Bruno Zevi, delle sue teorie e della sua rivista l’Architettura, cronaca e storia, quei nomi sono messi alla pari di dilettanti allo sbaraglio, peggio, integralisti, approssimativi, rozzi e arroganti.

Se mi consente un paragone politico, perché come lei sa in Italia nella politica si rispecchia un popolo e il suo modo di pensare e di essere (non a caso anche lei fa uso di quel linguaggio: fasci borgatari) quei nomi che lei ha fatto vengono trattati come i “leghisti dell’architettura”.

Gli stessi epiteti che venivano loro appioppati, la stessa spocchia (questa sì autentica) verso gli “zotici” per poi scoprire d’incanto, dopo una sonora batosta, che gli “zotici” non solo rappresentano la stragrande maggioranza del popolo della parte più produttiva e “moderna” del paese ma anche, incredibile a dirsi, che hanno testa, sono raffinati politici, hanno idee e sanno anche dar loro le gambe.

Quei nomi, dai quali si può anche essere, razionalmente o d’istinto, in totale disaccordo, sanno interpretare piuttosto bene le aspirazioni delle persone, la loro idea di casa e di città, hanno idee forti e argomentate, rifuggono alquanto i cerebralismi, altrimenti detti seghe mentali, fini a sè stessi, di chi con le parole maschera il nulla (e non mi riferisco a lei ovviamente che è al di sopra di ogni sospetto).
Come lei dice “hanno scoperto oggi cose vecchie quanto il mondo”: l’errore consiste nel fatto che l’hanno scoperto ieri ma per il resto lei dice il vero. Ma allora, se era così facile scoprirle queste cose perché da 50 anni, e più, non si vogliono vedere e, anzi, si fa di tutto per negarle?

Il giorno in cui qualche “guru” saprà giustificare razionalmente, e non in base ad una fede nel culto del suo autore, perché gli uomini (ho detto gli uomini e non gli architetti) dovrebbero preferire vivere in edifici scombinati che assomigliano più a strane macchine inutili piuttosto che nelle normali case così come si sono venute formando nel corso dei secoli e che appartengono quasi al patrimonio genetico umano, certamente a quello culturale, quel giorno…..ma credo che non accadrà.

E se anche dovesse accadere tutti quei nomi in fondo non chiedono la pena di morte per gli Archistar ma solo di poter raccontare un’altra storia, un’altra modernità, un’altra possibilità. Certo, chiedono anche che venga raccontata anche dai docenti universitari che commettono colpa grave a omettere l’esistenza di un movimento culturale non proprio di nicchia. Possiamo chiamarla censura senza alcuna esagerazione?

E quell’affermazione sulla specularità tra l’arroganza dello star-system e quella dei Krier e dei Salìngarso e degli Alexander! Non le sembra oltre che esagerata anche completamente sbagliata? Non le sembra che vi sia una sproporzione esagerata tra l’arroganza vera di chi da decenni scorrazza per il globo riempiendolo di orrori che vanno contro la cultura dei popoli e ne negano la storia e quella puramente verbale (e non sempre usata) di chi esercita un diritto di critica e vuole far conoscere la propria esistenza, avendo contro una vera e propria macchina da guerra editoriale agguerrita e trasversalmente unita?
Questi cannoneggiano e lei si indigna se quegli altri si difendono urlando!?

Lèon Krier, l’amabile Lèon Krier, dice spesso: un’altra modernità è possibile.
Mi sembra un atteggiamento più tollerante, ragionevole ed anche intelligente del pensiero unico dominante, fino ad oggi.

Dimenticavo, professore: nessuno di quei signori mangia i bambini, amano il buon vino e non viaggiano con l’olio di ricino in borsa.

Cordiali saluti”
Pietro Pagliardini

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5 Responses to Non prendiamoci troppo sul serio …

  1. Biz ha detto:

    Però c’era qualcosa di vero nel “post” di Muratore che ha scatenato le reazioni di Salingaros e Pietro Pagliardini.
    Mi pare che ci sia una eccessiva focalizzazione della polemica nei confronti delle archistar. Ora, nulla in contrario quando l’archistar se lo merita, però quello che è più importante è il costruito diffuso. Quale sarà la percentuale del costruito “archistar” sul totale? 1%? E questo vale, a maggior ragione, in Italia.

    Ritengo che sia anche giusto scorgere in questo difetto una origine in Tom Wolfe.
    Il famoso libro di Wolfe è indubbiamente brillante, comico, dice anche cose vere e spesso giuste. Ma è la interpretazione complessiva del fenomeno, vista dalla sua particolare angolazione da repubbblicano isolazionista Usa che è, a mio parere, distorta e anche un po’ rozza (consentimi, Pietro).
    Poi, non conosco Langone. Trovo che il Salingaros Alexander e Krier siano bravi e interessanti, hanno posto questioni importanti, anche se Krier – come architetto – rischia di peccare di passatismo (che è speculare al resto) ecc.
    Ma il vero rischio – secondo me giustamente avvertito da Muratore – è che le loro elaborazioni abbiano un effetto, in sede di “vulgata” politica e giornalistica, quasi peggiore del male.
    Ed è un rischio da non sottovalutare, soprattutto da parte degli architetti, che possono invece contribuire a rendere le questioni nella giusta complessità e ampiezza.

  2. filippo de dominicis ha detto:

    Pietro sei stato a L’Aia, Den Haag, La Hague, La Haye?!?
    che ne pensi?

  3. Pietro Pagliardini ha detto:

    Filippo, non credo ti interessi sapere quali sono le mie vacanze. Comunque ti rispondo no, in quelle città non ci sono stato. Sono stato in auto in Olanda 6 o 7 anni fa e a memoria cito Utrecth, Amsterdam, Hilversum e poi su nel nord Olanda, passaggio dalle grande diga e ritorno a sud, purtroppo senza passare da Groeningen (salvo altre città di cui non ricordo il nome per la mia cronica mancanza di memoria e non ho voglia di prendere il CD per riguardare le foto e ricordarmele).
    Se la domanda sottintende cosa io pensi dell’Olanda, delle sue città e della sua architettura la risposta è duplice:
    1) Ne penso globalmente un gran bene; vi sono moltissimi quartieri nuovi assolutamente aderenti ai criteri delle città storiche: edifici a schiera direttamente sulla strada, coesistenza tra auto, bici e pedoni ottenuta con rallentamenti forzati, varietà degli edifici nella omogeneità. La qualità edilizia è alta grazie anche alla loro considerevole ricchezza. Se l’Europa non ha massacrato anche loro hanno norme edilizie molto liberali per noi impensabili: si discute del ponte di Calatrava per le barriere architettoniche ma lì gli alberghi hanno scale con pendenza del 100% (hanno l’ascensore, ovviamente). Nei ristoranti le “fiamme libere” della cucina sono (erano?) nella sala da pranzo stessa, così che il cliente veda cosa gli preparano. Vallo a dire ai nostri VV.FF. Diciamo che c’è più spazio per la responsabilità individuale.

    2) Però l’impressione più forte che ne ho ricavato è un’altra: l’Olanda è la terra della geometria e tutto è governato da una grande razionalità disegnata su un piano cartesiano. Muoversi in Olanda è come muoversi all’interno di un enorme tavolo da disegno su cui è disegnato il progetto di un intero stato. E’ un’esperienza esaltante ma assolutamente unica e non ripetibile altrove.
    Il perché è facile capirlo ed è un perché che non consente paragone alcuno con l’Italia e con la stragrande maggioranza dei paesi d’Europa: lì non si progetta SULLA geografia, lì si progetta LA geografia, con tutto ciò che ci sta sopra. Là dove c’era il mare oggi c’è la terra. Il progetto è nel DNA degli Olandesi. L’unico lontano paragone possibile è Dubai (non a caso ci sono gli olandesi a fare isole nel mare) ma dello spirito razionale e geometrico di un popolo resta ben poco, anzi niente: qui si progettano luoghi del divertimento, del turismo e del business. In Olanda hanno creato la natura e le città, a Dubai solo l’artificialità.

    Ciò non toglie che non si possa attingere, dall’Olanda, quanto di meglio esiste tra ciò che è possibile rielaborare e riutilizzare da noi.

    Ma questo paese è invece un modello, un “mito” per molti architetti per le sue molte architetture strampalate che, se possono avere una lontanissima giustificazione in quel luogo (e moltissime non ne hanno nemmeno lì), altrove sono e restano pessimi esempi di architetture strampalate.
    Saluti
    Pietro

  4. filippo de dominicis ha detto:

    grazie per le argomentazioni esaurienti pietro,
    in realtà volevo solo sapere se avevi per caso passeggiato a L’Aia dentro il Lavel Kavel, mostro urbano di cui Krier ha curato il masterplan (scusa il termine…), in cui sono poi intervenuti lo stesso Krier, oltre a Cesar Pelli e Michael Graves…un pò incuriosito dalla tua frase “anche se Krier – come architetto – rischia di peccare di passatismo “…

  5. Biz ha detto:

    De Dominicis, veramente non è stato Pietro a parlare di rischio di passatismo, ma io.
    Comunque, è un falso problema. Un buon passatista è meglio di un cattivo futurista, e un buon futurista è meglio di un cattivo passatista.
    Peggio ancora, uno che non sa nemmeno con chi sta parlando :-)

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