Un Eisenman … “magistrale” …

Francesco Ciccarelli, “reduce”  dalla Lectio Magistralis di Peter Eisenmann a Torino ci manda alcune sue considerazioni che molto volentieri ospitiamo …

“Torino, 2 luglio 2008, ore 9:30, convegno mondiale di architettura all’interno del Palavela. Apre la giornata la Lectio Magistralis dell’”archistar” Peter Eisenman. Parole uniche per un’esperienza irripetibile, quella di assistere a un punto di vista carico di solennità ed efficacia, di uno delle massime personalità architettoniche del mondo contemporaneo. Una forza nei gesti, una risolutezza nel tono della voce ed una onesta riflessione sull’attuale maniera di fare architettura oggi, hanno catturato l’attenzione e le emozioni della numerosissima platea del Palavela, che non ha resistito alla commozione del plauso finale.
Personalmente ho ripensato alle mie vicende di vita e di lavoro di tutti i giorni, alla mia sorpresa che con difficoltà supero nel notare dentro le nostre aule universitarie le differenze sostanziali del progettare e rappresentare oggi in rapida trasformazione, agli innovativi approcci nelle revisioni tra studenti e professori, o alle stesse relazioni di mutuo scambio interpersonale, ove sempre più esclusivamente si delega alla macchina, alla figurazione, l’individuale interpretazione della percezione sensoriale.
Tre punti fondamentali ha approfondito l’architetto Eisenman, tre concetti esplicativi della sua filosofia a monte del progetto. Se il convegno proponeva nel suo manifesto la trasmissibilità, la democrazia, la speranza, Eisenman al contrario esprime il suo disappunto.
1. l’architettura come l’amore non può essere trasmessa, non ha senso fotografarla o illustrarla, se suo presupposto è quello di avere una consistenza fisica, dello stare in un luogo.
2. L’architettura non è estensibile indifferentemente a tutti, non è un’idea che passivizza la società, ma ha bisogno di gesti simbolici che di necessità creano una cultura. La democrazia ha significato se voluta dalla gente, ma non se inserita in un’ottica programmatoria.
3. La speranza non costituisce un universale intendimento, ma il proprio modo di rivolgersi alle persone in cui si crede.
Eisenman ha poi argomentato il tutto dicendo che il problema fondamentale dei nostri tempi è che bisognerebbe ricondurre la mentalità critica alla propria disciplina. Notiamo ovunque formulazioni matematiche, ingegneristiche, di problematiche spaziali ridotte a chiuse logiche algoritmiche che producono solo una grande varietà. In tutto ciò non si può scegliere perché la rapidità con cui gli algoritmi danno risposte esula dalla comprensibilità o dalla significazione dei processi che stanno a monte, che poi sono quelli di un calcolatore e non della realtà sensibile.
Emerge una cultura mediatica dello schiavismo, della dipendenza da chi fa per noi, dove il tempo è configurato per segmenti discreti e non da quanto si riesca a comprendere prima dello spazio pubblicitario. Le nostre immagini non sviluppano ragionamenti perché danno un valore iconico, di segni intercambiabili e non simbolico di contenuti. Invece di disegnare planimetrie e diagrammi oggi si rappresentano persone e grafici. L’architettura ha bisogno di tempo per maturare, per scrivere. Lo spazio architettonico non è e non può essere quello a cui si appella in maniera semplicistica la sostenibilità e l’ottemperanza alle normative.
Dice Eisenman che corollario di questa situazione è che diventiamo più passivi, la finalità dei processi è la produzione e il consumo delle immagini. La nostra capacità di voto è solo un carnevale sedato, è un prodotto della società ipermediatica dove possiamo votare qualsiasi cosa.
Senza intimare condanne o catastrofismo sui nostri tempi, è palese quanto una volta si apprendesse a disegnare, confrontando le differenze tra un Palladio e un Le Corbusier dove le idee erano interne alla raffigurazione architettonica. Il computer non ci permette di concettualizzare uno schizzo. Photoshop è costruito per chi non sa pensare, ma creare immagini fantastiche. Unire i punti con un mouse non è alla stregua della concettualizzazione diagrammatica.
Conclude Eisenmann giudicando la nostra epoca “tarda”, dove ci sentiamo alla deriva in un mare senza vento perché non ci sono cambiamenti ideologici; ma questo porta in nuce una nuova ricerca interiore per un nuovo paradigma verso il futuro, una sorta di Missa Solemnis di Beethoven, fuori delle stesse caratteristiche del precedente periodo.
Mostrando una sola opera Eisenman traduce il suo pensiero in architettura, un complesso culturale di 750.000 piedi quadrati, la città della Cultura della Galizia a Santiago de Compostela in Spagna, dove l’antispettacolare sta nella dissoluzione del centro in molteplici itinerari del pellegrinaggio. La topografia cartesiana è deformata da vettori informatici, tuttavia sono forti nella realizzazione i richiami al contesto.
Eisenman invoca un ritorno sincero all’architettura, quello dello stare dentro un luogo senza la veicolazione fotografica, del vivere le emozioni di un edificio più di quelle di un modello. Esprimere e ricevere le sensazioni che passano dalla mano al disegno e non per il tramite di uno schermo. Il progresso tecnologico non ha futuro, è circoscritto alla nostra temporalità. Dobbiamo allora fermarci, riflettere e chiederci cosa stiamo davvero facendo al mondo.”

F.C.

Al di là dei Manifesti …
evidentemente, qualcuno, …
ed Eisenman è tra questi …
continua ad usare il cervello …

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14 risposte a Un Eisenman … “magistrale” …

  1. Pietro ha detto:

    Bene, a me il triste compito di cominciare con i commenti.
    Perchè triste? Perchè dichiaro apertamente e sinceramente che io non ci ho capito niente. MA PROPRIO NIENTE. Non so se per colpa di Eisenmann o a causa del resoconto.
    Ma per me quella lingua è altra dalla mia e non credo esista un vocabolario che mi possa aiutare a tradurla.
    Dunque rimango nella mia non comprensione (ma è sicuramente colpa mia) e sono certo che tutti gli altri lettori abbiano capito qualcosa.
    Soprattutto immagino che abbiano capito tutti gli attenti ascoltatori commossi e osannanti il sicuramente bravo architetto.
    Certo, mi resta sempre il dubbio se è Eisenmann che parla, o la traduzione di Eisenman o l’interprete di Eisenman o tutti e tre insieme i soggetti, ma questo è, evidentemente un problema mio.
    Se il prof. che sembra avere capito tutto, me lo volesse spiegare gliene sarei immensamnete grato. A patto che io non sia l’unico che non ha capito, altrimenti, è logico, sono cavoli miei e cercherò di impegnarmi di più in futuro.
    saluti
    Pietro

  2. Cristiano Cossu ha detto:

    Non sono mai riuscito ad apprezzarlo come architetto. Onore comunque alle sue bretelle e alle sue bianche scarpe da tennis. Chissà se le porta ancora!
    Ai tempi dell’università mi sognavo la notte le sue Houses e avevo l’incubo di abitarne una e scendendo dal letto cadere in una feritoia dipinta di rosso, posta esattamente sotto lo scendiletto e corrispondente ad uno scarto decisivo fra due diverse griglie “compositive”… Poi è arrivato il computer e il cad, e Eisenman ne ha fatte di tutti i colori. Però ama Terragni, e questo ai miei occhi può scusare quasi tutto… (curiosità: anche Libeskind lo ama molto, da quì il mio quasi).
    saluti
    cristiano

  3. pi ha detto:

    Condivido quanto dice Pietro, sarebbe interessante capire perché quando si legge di architettura viene sempre più in mente la massima di Wittgenstein che affermava che quando di una cosa non si può parlare si deve tacere. Io ho apprezzato moltissimo il memorial di Berlino, un po’ meno l’attrezzatura urbana di Aquisgrana, però sarebbe interessante capire la coerenza che c’è tra quello che si è letto nel resoconto torinese e le architetture che Eisenman produce, qualcuno potrebbe provare a spiegare, però con chiarezza alla Wittgenstein, altrimenti grazie lo stesso.

  4. adelaideregazzoni ha detto:

    l’amore è trasmesso dagli occhi lucidi
    dai capelli che danzano
    dalle gambe veloci
    dalla luce della pelle

    povero uomo senza amore, di che parli?

  5. luca rijtano ha detto:

    eisenman ama terragni, ama moretti, piranesi e palladio. e quando una decina d’anni fa a s.pietro in vincoli mi fece un autografo, a me studentello appassionato, su una monografia economica lo fece con due penne, una rossa e una nera, “così si crea lo spazio interstiziale”…

  6. Pietro ha detto:

    Per ora non ho ricevuto dell’ignorante e del troglodita, quindi mi posso ritenere moderatamente soddisfatto (sarà perchè molti sono andati in villeggiatura o perchè questo blog è frequentato solo da persone tolleranti ebene educate, o perchè il prof. ha censurato qualche commento sopra le righe? ma!).
    Però incasso questo modestissimo successo, mi faccio audace e mi spingo a dire che quel linguaggio è oggettivamente quello di chi non “vuole” farsi capire, ma vuole solo lanciare messaggi subliminali, volutamente contorti, per fare sentire il lettore, in questo caso gli ascoltatori della platea torinese commossa e osannante, per conquistarla con la “superiorità”, ottenuta più che con la logica e la ragione, con parole immaginifiche e sintassi irrazionali.
    Per fare un paragone mi ricorda il linguaggio che l’avvocato Azzecarbugli usa con il povero Renzo, roba da latinorum (ah, il Manzoni, quante cose ci insegna!).
    Io sono il povero Renzo, appunto, ma almeno so di esserlo e attivo le mie difese.
    Vorrei, a questo proposito riportare alcune righe tratte dal libro di Nikos Salìngaros, Antiarchitettura e demolizione, per la gioia del prof.:

    ” Per assicurarsi il successo, l’architetto può collegare il nuovo
    stile a temi che preoccupano la società in quel momento e promettere che l’adozione di quello stile aiuterà la società stessa a progredire nella direzione desiderata. … Il sostegno filosofico ad un particolare stile può originare affermazioni o dichiarazioni false che appaiono collegate in maniera soddisfacente solo a livello superficiale. È questo soddisfacimento della sistemazione che inganna la mente nell’accettare una strutturastilistica; la mente in genere non esamina la coerenza logica dell’intero messaggio. ”

    Insomma è “il culto”, come dice sempre Salìngaros, che viene alimentato mediante un linguaggio che si affida all’irrazionalità.
    Saluti
    Pietro

  7. vilma torselli ha detto:

    Concordo sul fatto che l’articolo non sia di facile lettura né comprensione, ma presumo che l’autore avesse ben chiari i concetti probabilmente difficili di per sé ed ancor più difficili da trasmettere. Magari può esplicitare per i suoi lettori i punti più ostici (praticamente tutto)?
    Per esempio “….il tempo è configurato per segmenti discreti e non da quanto si riesca a comprendere prima dello spazio pubblicitario….”
    “……. La nostra capacità di voto è solo un carnevale sedato …….” (sic!)

    Certo, Eisenman non è facile da capire e ancor meno da spiegare, anzi è talmente cerebrale, complicato e contorto che qualche volta, diciamocelo, si contraddice pure, come quando in un’intervista di Alessandro D’Onofrio su “Rassegna di Architettura e Urbanistica” (numero monografico su Peter Eisenman, anno XXXIII, n. 97, aprile 1999). dichiara “Sono profondamente contrario, (quindi non l’ho mai applicato), al termine decostruttivismo, soprattutto riferito ai mie progetti …. non mi curo delle classificazioni….. “) dopo essersi presentato tuttavia alla conferenza del MOMA con la scuderia di Philip Johnson in un momento in cui era importante esserci, etichettati o no.

    Interessante ed illuminante un’ammissione dello stesso Eisenman, sempre nella stessa intervista: “….Non si deve mai chiedere a qualcuno cosa sta facendo perché in quel momento costui non ne ha la piena consapevolezza. Se tengo una lezione sul mio lavoro posso solo pensare “Questo è ciò che faccio”, ma il suo significato non ha nulla a che vedere con i processi che lo generano …. ” Una sorta di trance progettuale, insomma, che assieme ai riferimenti mistico-esoterici giustifica in parte la cripticità sia dei suoi testi che dei suoi progetti.

  8. Biz ha detto:

    Mi viene da parafrasare l’adagio attribuito a F.L.Wright “bel disegno, cattivo architetto”.
    “BEI DISCORSI, CATTIVO ARCHITETTO.”.

    Scherzi a parte, davvero i progetti di Einsenman rivelano una cattiveria (nel senso dell’opposto della bontà, della pietà, della grazia) assolutamente notevole, così come i suoi discorsi sono eleganti, forbiti, tavolta persuasivi (quando non la mena troppo).

  9. Biz ha detto:

    Ripensandoci, stringi strigi, le cose condivisibili che ha detto sono abbastanza delle ovvietà, ce le diciamo sempre:
    – la “normativa tecnica” non ha assolutamente nulla a che fare con l’architettura; tutta l’impalcatura burocratica di esse, di favore verso specifici attori del processo edilizio, stanno alla architettura come gli ostacoli stanno alla corsa.
    – progettare non vuol dire disegnare al computer; specialmente, non vuol dire fare bei disegni che fanno luccicare quel che oro non è. Il rapporto diretto fra mente, mano, progetto è difficilmente prescindibile e rischia di venire soffocato da procedimenti meccanici, fantastici per il controllo tecnico normativo del progetto, ma non sufficienti per fare qualcosa di buono
    – l’architettura, infine, si manifesta nella costruzione reale, non nelle immagini.

    Come dire: bella scoperta :-)
    Però, dirlo semplicemente non fa figo, sembra (ed è) ovvio. Detto nell’altro modo fa figo, fa Aisenman

  10. Pietro ha detto:

    In effetti ha ragione ha ragione biz: solo ovvietà e mi rifersisco ai 3 punti “essenziali”:
    1) l’architettura è un’esperienza che si può vivere solo vivendola (mi ricorda una canzone); non è trasmissibile per immagini. Bella sfiga sarebbe per lui: come farebbe ad essere famoso? Comunque ha detto una cosa vera ma ovvia ormai da anni. Non credo di sbagliare affermando che Bruno Zevi (che non amo affatto) l’abbia detto almeno….30….40 anni fa, e anche lui non è che avesse fatto una scoperta sensazionale.
    2) Non significa assolutamente niente. Se leggo una frase del genere non sapendo chi l’ha detta (e si dovrebbe sempre comprendere una frase senza sapere chi l’ha detta) direi che chi l’ha detta non è comunista ma è molto, molto snob. Interessa a qualcuno?
    3) Beh, se a qualcuno piace consiglio di guardare in TV Mezzanotte e dintorni. Gigi Marzullo morirebbe d’invidia se la leggesse, ma almeno lui ci mette ironia.
    Il resto….lo dico o non lo dico? Ma certo che lo dico: non l’ho letto proprio perchè ho tutta l’intenzione di mantenere il mio equilibrio.
    Pietro

  11. memmo54 ha detto:

    Pensate a quei poveri ragazzi che sono costretti ad apprendere, ad orientarsi, attraverso le “nuvole di fumo” di questi “maestri” e degli “ascari” al seguito !
    Una pena infinita… uno sforzo continuo di decifrazione dell’indecifrabile.. mal esposto perché mal pensato; poco chiaro prima di tutto al suo autore.
    Ed i contenuti… ? Si va ad un congresso mondiale d’architetti per prendersela con le rappresentazioni fotorealistiche; l’idea più articolata è quella intimistica di “vivere le emozioni” “esprimere e ricevere le sensazioni che passano dalla mano al disegno e non per il tramite di uno schermo” ! Viene da sorridere :
    nemmeno nei i circoli adolescenziali di autocoscienza si osava tanto !
    …“Seguir cogli occhi un airone mentre vola e poi….Tu chiamale se vuoi emozioni…”
    A che potrebbe servire un’altra riforma dell’università..? A sgombrare la disciplina da questi soggetti e dai loro cuori infranti !
    Io, per parte mia, m’affretterò a raggiungere Santiago prima che costui riesca a metterci le mani !
    Saluto

  12. luca ha detto:

    E’ veramente tutto molto complicato,….è un mondo difficile, Eisenmann certo non lo semplifica,…..”dobbiamo fermarci e chiederci cosa stiamo facendo al mondo”……lui che questo mondo lo prende , lo taglia, lo scompone, lo deforma e lo ricompone,……lui che ha detto “il mio memoriale dell’olocausto è anti-simbolico”,…..lui ebreo che esalta Terragni fino a dire “Terragni sono io”………imprevedibile, pazzesco, eisenmann.

  13. Maurizio ha detto:

    “Cos’altro come una pallottola può sciogliere l’inganno?”
    Melville
    Credo tu abbia sparato un colpo in aria così come usavano fare nell’America di frontiera i più organizzati tra i pionieri, quando per far nascere una comunità il ruolo della sentinella non era ancora passato in cavalleria… quando si diventava forse sentinella per caso…
    Un segnale non per il bestiame, me per gli altri compagni d’avventura (una umanità varia e variegata di preti, assassini, cercatori d’oro, uomini probi, mogli, prostitute, bambini ingenui, saggi anziani e vecchi pedanti).
    Credo tu abbia sparato uno di quei classici colpi in aria che i più avveduti dovrebbero riuscire ad interpretare per quello che è, ossia un monito, un segnale “fragoroso” che allerta e allarma circa l’arrivo di qualcosa, nulla di più, nulla di meno. Invece mi accorgo di quanto sia stato facile fraintendere le tue parole o – che è peggio – non tentare realmente di andare a scavare/scovare in esse.
    Voglio arrivare subito al sodo, con poche righe, sei sette al massimo, poi sfilaccerò il mio pensiero senza insistere su certi concetti.
    Dunque: ciò che conta non è tanto l’altoparlante da cui sono fuoriuscite le parole di cui tu hai generosamente offerto una libera (forse ostica ma non aporetica) interpretazione – per inciso l’altoparlante si chiama Peter, ma purtroppo non è lo stesso che fa rotta verso l’isola che non c’è… –
    Io mi trovo perfettamente in linea con buona parte del tuo pensiero. Il computer (che l’Uomo lo benedica!) non è un’estensione dei nostri sensi, del nostro “essere anima più corpo”, ma solo della nostra coscienza. È la realizzazione di un desiderio basso dell’uomo quale “animale reattivo” e non attivo – tutto coscienza e risentimento (parlo di chi non sa reagire a qualcosa ma porta e sente di nuovo dentro di sé questa impossibilità, dunque “risente”) – … la realizzazione del sogno “umano, troppo umano” di riprodurre la coscienza al di fuori di sé e di poterla guardare, interrogare e contemplare come nuovo modello e simulacro. Quando disegniamo al computer non dobbiamo toccare lo schermo, non indirizziamo la linea con l’energia del bicipite prima e con la sensibilità del polso e delle dita poi, non muoviamo più il nostro sguardo su uno schizzo…. fissiamo invece uno schermo e attraverso il topo diamo appagamento alla coscienza, a quella quota parte della coscienza che ha sempre desiderato avere dei propri organi di senso (che non fossero l’udito, l’olfatto, il tatto…) con cui potersi non già esprimere, ma addirittura prendere una definitiva rivincita sull’uomo fatto di anima più corpo. Il disegno al computer appaga certi – invisibili – organi di senso della coscienza e la qualità delle architetture risente fortemente di tutto ciò… ma il discorso è lunghissimo, immenso. Un ginepraio filosofico interessantissimo… le architetture sono diventate così leggere che tra un po’ non le faremo nemmeno più con gli accessi al suolo… suolo da cui noi uomini traiamo origine e che sappiamo vivere così male e con eccessiva idiosincrasia da ritenerlo ormai “superabile” se non già lontano dai nostri piedi… non si fa in tempo a costruire un contenitore in titanio per opere d’arte contemporanea a Bilbao (che comunque, dico sul serio, è esteticamente accattivante) che subito lo devono restaurare… questo, per chi fa architettura, non è un argomento trascurabile, ma anche in questo caso il discorso porta con sé implicazioni tanto profonde da meritare una tavola rotonda in piena regola.
    Il computer è uno strumento formidabile (mica sto scrivendo con una candela e con il buon vecchio Gutemberg al mio fianco).
    Il disegno è serializzato, razionalizzato, teoricamente in grado di offrire soluzioni infinite (ma attenzione… preimpostate per “apparire” infinite ai nostri occhi così come infinito è il foglio da disegno per i caddisti) e di farci gestire progetti di dimensioni colossali e bla, bla, bla… ma non mi interessa certo parlare di queste cose, sono troppo ovvie.
    Tu non hai usato parole facilmente spendibili, ma il loro senso arriva, arriva anche bene!
    Quando sento il fragore di uno sparo, sia esso un tuono o il segnale di un Francesco come molti altri, trovo più salutare alzare gli occhi al cielo e sforzarmi di leggere qualche segno o indizio; anche se sembra in apparenza difficile vincere quella luce diffusa e intensa che spesso possiede il cielo terso di Luglio.
    Una postilla:
    ognuno di noi qui può solo depositare il proprio monologo, senza guardare il viso dell’interlocutore, ascoltarne la voce, dialogare; ogni traccia lasciata qui presta continuamente il fianco a facili fraintendimenti proprio perché non si ha la possibilità di dialogare passo a passo, interrompersi, ascoltare e integrare o confutare in tempo reale o, meglio, nello stesso tempo, quanto ci si dice; ognuno vive comodamente il proprio tempo individualistico – questa è l’epoca in cui viviamo –, va a farsi una doccia, poi si mette al computer e lascia il suo monologo; dieci minuti dopo qualcun altro si desta dalla “pennica” postprandiale, legge e risponde senza aver respirato nemmeno un grammo di aria dell’agone dialettico che si potrebbe sviluppare attorno a certi temi così interessanti se solo si “dialogasse” realmente…. “essere-umani” tra i mille significati possibili di certo vuole anche dire relazionarsi in modo diretto: la comunicazione in quanto fatto dell’ “essere” umano diventa invece, così, un fatto delle “coscienze”: si fa senza orecchie, senza occhi, senza sovrapposizioni… Far conoscere la propria opinione in un istante a centinaia di persone non significa dialogare contemporaneamente con centinaia di persone (cosa invece assai più fertile). Al solito, l’utilità del mezzo è indiscutibile, ma il dato di fatto è che il mezzo deve essere utilizzato sempre dagli uomini! …invece, Francesco, come il tuo sparo ammonisce, qui a queste latitudini ci si sta convincendo quasi del contrario. Troppo lungo, ancora una volta, il discorso sul “vuotilluminismo” del nostro secolo. Lascerò cadere anche questo. Comunque sono un ottimista, amo “fare”, “agire”,”scrivere”, “parlare”…e amo l’architettura quel tanto che basta per saperne difendere la sua peculiarità principale: il fatto che sia il prodotto dell’uomo prima ancora che di una matita o di un computer. Vado a mangiare, nella speranza di essere almeno un po’ frainteso (e dunque non smentito). Grazie per aver scritto il tuo resoconto e le tue riflessioni sulle giornate di Torino.

  14. Giovanni Zanzi ha detto:

    Posso solo citare due punti sull’operato di Eisenman molto importanti del suo pensiero, presuppongo.
    1° Molti architetti hanno ed esaltano Wright come pioniere ed altro…molto semplice è invece affermare che Eisenman, avendo un substrato culturale, storico e “umanistico” superiore a Wright, ne esalta i suoi concetti di inserimento dell’edificio nella natura, portandoli ad un “metodo” più vasto, quale quello di “Sterro archeologico”, totale cioè compenetrazione con la natura.
    2° Sulla linea di un Terragni, memore delle profondità plastiche di un Michelangelo, elabora e sviluppa il concetto di “piano architettonico”, quello che può essere definito anche come “strato irriducibile”. Questo ultimo aspetto, apre un campo di studi dalle vastità straordinarie, che ci rimandano ad un Brunelleschi e a un Alberti.

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