Giorgio Grassi … “Una vita da architetto” …

Dopo la bolsa e acida recensione-stroncatura di Pierluigi Panza, sul Corriere di qualche giono fa, ieri, su Il Giornale troviamo un articolo di Tommy Cappellini che prendendo lo spunto dall’ultimo, recente libro di Grassi, “Una vita da architetto” (Franco Angeli, Milano, 2008) intervista l’autore …

Cosa pensa dell’architettura contemporanea?
«Questo libro rappresenta un bilancio del mio rapporto col mio mestiere ma è anche un giudizio senza appello, vista l’età. A me sembra che le cose vadano sempre peggio. Possibile che il pubblico – il pubblico, non i pifferai che hanno il loro tornaconto – non si accorga di vedere quotidianamente offesa la sua intelligenza? Del resto, questo non succede solo in architettura, basta pensare alla politica».
Ci spieghi meglio.
«Oggi l’architettura è riuscita a farsi accreditare come “arte”, come “arte pura”. Il che per i suoi epigoni vuol dire: senza limiti, né regole, né storia. Oggi gli architetti sono diventati intercambiabili con i sarti, in tutti i sensi, entrambi abilitati “artisti”. Un architetto può oggi affermare che quel suo edificio ha la forma che ha perché ispirato a un pezzo di formaggio, a una nuvola o a chissà che. Mentre altri, stessa faccia tosta ma meno fantasia, approfittano di parole d’ordine come “ecologismo” per progettare “boschi verticali” e mulini a vento sul tetto di grattacieli che in realtà si spiegano solo come strumenti della speculazione edilizia. Gli architetti sono da sempre personaggi disinvolti, ma adesso penso stiano esagerando: in Spagna in questi casi si usa il termine sin-verguenza».
Sarà per queste critiche che si è attirato la fama di «non affidabile»?
«Essere stato giudicato così già nei primi anni ’80 da un politico/architetto che contava a Milano ha fatto sì che ciò che ho realizzato si trovi in Spagna, Olanda, Germania, ma non nel mio Paese, per non parlare della mia città. Tuttavia sono certo – per quel poco che, senza riuscirci, ho cercato di fare qui – che questo mi ha risparmiato delusioni e umiliazioni che, per quanto mi conosco, non avrei sopportato».
Veniamo dunque a Milano…
«Milano è un pezzo d’Italia come tutto il resto. Fa impressione ma anche rabbia pensare alle parole appassionate spese inutilmente dal “milanese” Stendhal per questa città che allora era un modello insuperato in Europa. È una città che ha perso la sua identità, ha quindi le carte in regola per ospitare le opere di architettura più stravaganti e a lei estranee. Quando se ne pentirà sarà tardi» …

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11 risposte a Giorgio Grassi … “Una vita da architetto” …

  1. alfredo ha detto:

    sintesi perfetta, in tre risposte c’è il concentrato dello stato dell’architettura attuale.
    ho anche avuto la conferma che non ero l’unico a nutrire qualche dubbio sui cd “boschi verticali” (più alberi di natale che edifici); e che si smetta di parlare di architettura+qualchecosa, si faccia solo e soltanto architettura se ancora se ne hanno le capacità.

  2. Gavino Menaché ha detto:

    Difficile dar torto al buon Grassi…
    Non lo amo, come architetto, ma piuttosto come insegnante di composizione, campo particolare dove credo abbia dato il meglio di se stesso attraverso scritti, progetti e lezioni universitarie.
    E’ uno degli ultimi di una generazione che (forse) ha perso, ma non sono pochissimi i “giovani”, cioè i quarantenni, che hanno imparato molto da lui e dai suoi coetanei.
    Chissà…
    Gavino

    • Giuseppe ha detto:

      Mi sembra un po forzata questa distinzione tra ciò che ha insegnato e ciò che ha realizzato, considerata la differenza fra questi due piani operativi.

  3. RomaCogitans ha detto:

    Chissà perché saggezza ed intelligenza sono doti tanto rare… forse perché sistematicamente derise ed ostacolate?

  4. RomaCogitans ha detto:

    Su questo tema vale la pena segnalare il libro di Franco La Cecla, “Contro l’architettura” (Bollati Boringhieri), uscito da poco.

  5. sergio leali ha detto:

    Tra le cose che rimarranno utili se non necessarie, nel nostro mestiere e nella cultura di questi decenni ci saranno i pensieri ed i lavori di Giorgio Grassi e di qualche altro.
    Pensieri ed atti di rispetto per il lavoro ben fatto da persone che con esso ed in esso hanno dato e danno alla storia il loro umile e grande contributo.
    Certo, la speranza è che anche il proprio lavoro non sia dopo un attimo da buttare, ma questo vuol anche dire avere rispetto e coscenza della propria identità. Certo bisogna averla e come architetti per formarsela non basta scannerizzare le riviste con occhi oramai incapaci di vedere oltre e dentro le immagini.
    Quanta vanità, quanto eccesso e superbia in fondo incivile nei negli “oggetti”arcitettonici”” dei soliti noti e di chi li copia nella cupigia di poter brillare per l’eternità nel cielo nero degli archistar
    Cordiali saluti
    Sergio Leali

  6. sandro cacciatore ha detto:

    Sante e sagge parole, dissonanti dalla triste e melmosa realtà che sta avvelenando i luoghi della nostra esistenza.
    Se si riflette poi sulla seconda domanda-risposta poi lo sconforto tocca il massimo. Credo che la condizione dell’architetto-non affidabile in quanto non allineato la dica lunga sulla nostra antropologica italica condizione umana..
    saluti

  7. mirco simonato ha detto:

    Venti anni fa pur frequentando lo IUAV ho scelto di laurearmi con Giorgio Grassi, e non posso che condividere gli apprezzamenti al suo ruolo di insegnante, di vero “maestro”. Nelle sue brevi risposte è la sintesi dello stato, almeno nel nostro paese, del nostro mestiere che … non c’è più, non è più richiesto, e forse non sappiamo più fare. Non parlo delle Star dell’architettura che vivono un mondo a parte completamente separato da quello in cui si muovono quotidianamente i piccoli studi di architettura.
    Si fanno i salti di gioia quando si riesce ad ottenere una commessa, e poi … un pò alla volta…. avviliti si è quasi sempre “costretti” ad accettare non qualche compromesso, ma un vero e proprio adattamento alle “richieste del mercato” (così imprenditori ed immobiliaristi, che dicono sempre di “conoscere ciò che la gente vuole”, chiamano non solo gli elementi magari dimensionali di alloggi ecc, ma anche il sistema formale, compositivo fatto, almeno nel mio tartassato Veneto, finti timpani, banalissime e folkloristiche imitazioni della casa rurale, magari in un condominio di quattro o cinque piani…….

  8. architetto Pier Paolo Ranno ha detto:

    Ho seguito il 6 convegno sulla identità della architettura di Firenze. Davanti a me c’era una persona piuttosto anziana. Non stava fermo un minuto. Si guardava intorno e nel vedermi prendere appunti ha detto all’architetto di fianco: io non capisco perchè c’è qualcuno nella sala che prende appunti. Questa persona è Giorgio Grassi, l’architetto docente del Politecnico di Milano. Lo studente che prendeva appunti sono io. In realtà, non sono studente ma un architetto laureato al Politecnico di Milano.
    Di tutti gli interventi del convegno non ho apprezzato quello dello scrittore Gianni Ceronetti. Ha fatto un intervento tutto improntato sul pessimismo e sulla morte, un discorso che ben si è “sposato” con l’architettura di Giorgio Grassi. Edifici sempre uguali, con le stesse bucature, con lo stesso trattamento dei corpi, con lo stesso gioco di “pelle” ….come se l’architettura fosse solo quella, appunto “logica” come il suo libro degli anni Sessanta.  (…)

  9. Francesco Tabacco ha detto:

    Architetto di grande serieta’ , lontano dalla immagine corrente degli attuali Archistar ; ma davvero era necessario a Firenze , sia pure come contraltare al tribunale di Ricci , un edificio cosi’ tristo , con un abaco linguistico cosi ” tradizionale ” come la sede della Cassa a Novoli? Interpretazione di stili e materiali della tradizione fiorentina?Novoli come Postdamer Platz?

  10. Pier Paolo Ranno ha detto:

    L’architettura quando rinuncia alla complessità che è sua propria inevitabilmente cade nel banale. L’architettura di Grassi pur partendo da alti principi nel momento in cui prende forma cade nel banale xchè c’è un pregiudizio di fondo alla base di tutte le sue opere che è la morte di ogni linguaggio e di ogni persona come quelle che andranno a vivere nelle sue tra mille virgolette “architetture”

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