Pietro Barucci … per la “storia” del Laurentino …

Alla luce dei recenti sviluppi della “questione Laurentino” abbiamo chiesto a Pietro Barucci (di cui abbiamo, qualche tempo fa, ospitato la “lettera aperta” al sindaco Veltroni) un ulteriore contributo a chiarimento dei passaggi “storici” relativi alla controversa vicenda …
Ci ha inviato il testo redatto in occasione di una recente conferenza tenuta presso la facoltà di Architettura di Valle Giulia nell’ambito del laboratorio di sintesi finale di Franco Purini nel marzo scorso … che, qui di seguito, pubblichiamo:

“Arnoldo Foà, attore da me prediletto, invitato a non so quale festival, disse: “se avete invitato me è segno che vi siete ridotti proprio male!”
Faccio mia la battuta; con tanti giovani leoni presenti su piazza, avreste potuto invitare Piano, Fuksas o une delle vedettes internazionali come Meier, la Hadid che, se invitati, verrebbero di corsa. Ma poi ho riflettuto che tutti questi tanto giovani non sono, e che in fin dei conti della costruzione della città ne sanno poco, se non per sentito dire. Hanno fatto solo bellissimi progetti elitari, complementari, come chiese, auditorium, musei, centri congressi, ma mai hanno fatto i conti con la costruzione della città, mestiere spinoso e ingrato che da anni è stato accantonato dalla cultura, dalla critica e dal potere.
Alle attenzioni per il centro storico e al rifiuto delle atroci periferie è subentrato un cauto quanto dilatorio programma di risanamento dei quartieri più malandati, peraltro lesinando sulle risorse, ma di progetti importanti per il futuro, che affrontino alla radice il problema dei modelli di sviluppo, di come comportarsi nel costruire la città di domani senza pensare solo alle riviste patinate, non v’è traccia.
Per cui ho pensato che forse avrei qualcosa da dire sulle mie esperienze e che questa convocazione può avere un senso.
Ma ho trovato altri motivi per dubitare della opportunità della convocazione, di cui comunque sono molto grato a Franco Purini.
La giunta Veltroni, in piena campagna elettorale per le amministrative di maggio, annuncia con qualche vanteria la imminente demolizione di alcuni “edifici ponte”al Quartiere Laurentino. E propone uno sbalorditivo, ulteriore passo: costruire, a demolizioni avvenute, una analoga cubatura destinata a servizi, non troppo dissimili da quelli per cui i ponti erano stati concepiti.
Questo incredibile intervento, dopo una lunga serie di affossamenti e inadempienze, è l’ultimo sfregio riservato dal Comune di Roma al Quartiere Laurentino, di cui sono considerato per molti versi il maggior responsabile. Tutto ciò suona come un definitivo, pubblico atto di condanna del mio operato che non mi consente di scrollare le spalle e di far finta di niente.
Pertanto avevo deciso di ringraziare Purini per l’invito e di rinunciare a questa convocazione. Come avrei potuto riaprire il discorso sul Laurentino, già aspramente criticato e oggi stroncato da questa esplicita condanna?
Avrei potuto accettare il discorso evitando di parlare dei miei progetti “sensibili”, che però sono i più importanti e quindi non evitabili. Insomma, avevo deciso di non venire.
Ma poi ho riflettuto meglio e ho pensato ai giovani, a quei giovani che in varie circostanze, anche recenti, mi hanno dimostrato interessamento e apprezzamento, al loro desiderio di conoscere, di giudicare sulla base di testimonianze autentiche, vissute, come può essere la mia.
E allora, eccomi qua, ho deciso di venire e di rivolgermi soprattutto a voi, giovani studenti.

E di parlare soprattutto del Laurentino, perché dopo i “dannati” anni Settanta, dopo il grandioso programma dell’IACP che produsse Corviale, Laurentino e Vigne Nuove, con tutto il loro carico di sperimentalità, di innovazione, di richiami e di aperture verso la cultura europea e internazionale, poco altro è accaduto e comunque niente di confrontabile con quella esperienza così speciale. Le esperienze successive, dalla 513 alla 94, dal Secondo PEEP a Tor Bella Monaca, non hanno potuto evitare di riferirsi a quei tre interventi: per superarli, per negarli, per disprezzarli, per quello che volete, ma sono sempre stati presenti nel dibattito sulla città.
I tre interventi sono assai dissimili l’uno dall’altro, ma un aspetto accomuna Corviale e Vigne Nuove. In entrambi i casi il progetto urbanistico coincide con il progetto di architettura, anzi è un progetto di architettura, fra l’altro è un ottimo progetto, cosa che scavalca e aggira quasi per intero le difficoltà e i guasti del coordinamento operativo. Per sua natura, per lontane convenzioni, un progetto di architettura in sede esecutiva è assai più rispettato di un progetto urbanistico, che invece è considerato un canovaccio emendabile a ogni piè sospinto, preda di tutte le molteplici competenze che partecipano alla realizzazione del quartiere e che inevitabilmente si trasformano in spinte corporative e settoriali, in rivalità di potere, in contrasti fra corpi separati della pubblica amministrazione,in comportamenti eversivi più o meno giustificati, in varianti peggiorative e funeste.
Aspetti che un buon coordinamento operativo dovrebbe evitare e che invece finisce per subire, a causa del nostro storico italico DNA.
Come è accaduto al Laurentino.
Dal punto di vista della riuscita dei tre quartieri come superamento dei quartieri dormitorio, malgrado le buone intenzioni, il bilancio è negativo per tutti e tre . Per la prima volta nella storia dell’edilizia pubblica italiana, aveva avuto luogo simultaneamente la programmazione, il finanziamento, la progettazione, la costruzione degli alloggi e dei servizi primari.
Circostanza inedita o meglio inaudita, di enorme impatto progettuale nonché gestionale e sociale.
Ma è stato un fallimento totale, per il semplice motivo che è scoppiata l’opposizione feroce fra il Comune e l’IACP, nessuno dei quali ha voluto farsi carico della gestione dei locali costruiti e di organizzare i servizi, addebitando all’altro le mansioni e gli oneri relativi. …”

(continua …)

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