Nel mondo di Papalla …

Nel mondo di Papalla …

You remember Papalla?
Il famoso personaggio di Carosello ideato dall’Agenzia Testa? …
Arieccolo …

Da “IlGiornale” del 1.3.06 apprendiamo che:
La città del futuro sarà in una grande sfera …
“Una sfera, la città ideale. Il progetto dell’architetto Guglielmo Mozzoni diventa realtà … Un edificio sferico concepito per 25mila abitanti …
Niente scale … per eliminare problemi di mobilità ai disabili, verde, giardini e collegamenti veloci con i mezzi di trasporto pubblici al resto della città.
… sarebbe ideale per resistere a qualsiasi sisma e, soprattutto, sarebbe «immediatamente realizzabile, confermano i tecnici …
«La mia è una proposta concreta, realizzabile anche domani mattina se si trovassero i terreni, gli investitori e delle istituzioni pronte ad ascoltare. Il termine ideale indica il tentativo di raggiungere la perfezione. In un’epoca in cui si tende a sfruttare ogni spazio disponibile del centro città, rendendo abitabili anche i sottotetti, io penso a costruire il mio modello in periferia. Anche a Milano, negli spazi comunali al limite della cerchia urbana, collegata con mezzi pubblici veloci al centro storico, che verrebbe a configurarsi come una ‘passeggiata archeologica’».
Nel nuovo modello di città ci sarebbe posto anche per un’idea diversa della politica ..
La proposta di Mozzoni (anni 91 ndr) è grandiosa, basta pensare all’immenso lavoro che ha fatto con sua moglie Giulia Maria Crespi …
La ‘Città ideale’ è l’unica possibile, ma non viene realizzata per le mancanze degli uomini».

Sarà?…
Eppure ci ricorda qualche cosa …

Nel mondo di Papalla

A. Pilutti proposta per il Palazzo della Civiltà Italiana, E’42

Il Genio Italico, non si smentisce mai …

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9 risposte a Nel mondo di Papalla …

  1. Isabella Guarini ha detto:

    La sfera fu usata da Boullé per il Cenotafio di Newton, nel significato di punto di osservazione e di guardia, di perfezione, per celebrare la morte. Almeno così sembrava fino a quando la tecnologia non ha consentito la realizzazione delle forme geometriche perfette senza un uso specifico, prodotto della razionalità illuminista. Questa possibilità, di recente, consente la realizzazione di forme pensate per la scultura, come è il caso di una stazione della Metropolitana di Napoli, ideata da Anish Kapoor, che già ho commentato e inviato a archiwatch, di cui ripropongo la concluisione:
    ..”Oggi, gli scultori si appropriano dello specifico architettonico e scavano nelle loro sculture materiche spazi interni funzionali, che per esistere hanno bisogno del sostegno tecnico e scientifico degli ingegneri. C’è da chiedersi, dunque, a che cosa servano le facoltà d’architettura, che sono sorte dalle accademie di belle arti, proprio perché non si potevano più costruire architetture ricavate in forme precostituite, ingombranti simulacri della tradizione storica. Nel fatale avvicendarsi dei corsi e ricorsi, è di ritorno l’elogio della forma per la forma, che si fa architettura per l’azione, peraltro autonoma, della tecnica mastodontica che può realizzare di tutto, dalla sonda spaziale, alle grandi petroliere, ai sommergibili da guerra. Ci troviamo di fronte all’affermarsi di una nuova accademia, quella della metamorfosi in architettura delle forme industriali, dinosauri della obsolescenza tecnologica.
    Se diamo un sguardo alla storia delle avanguardie del ventesimo secolo, a cui
    s’ ispirano le recenti architetture-cattedrali del terzo millennio, dobbiamo prendere seriamente in conto la possibilità di veder realizzate le utopie urbane più ardite, macro-strutture in cui sono concentrati milioni di abitanti, coni, imbuti, bolle, cieli e colline artificiali, quartieri ziggurat, grattacieli alti un miglio, alberi infiniti. “..
    Aggiungo che con i mezzi informatici a disposizione c’è da temere una diffusione ed emulazione rapidissima!

  2. Alberto Pugnale ha detto:

    Cara Isabella Guarini,
    mi sento di scrivere rivolgendomi al tuo commento in quanto ho trovato ambiguo il tema di questo articolo che parla di modelli di città e di forme. Dal tuo commento sembra che ti sia interessato molto proseguire il discorso più sulla forma che sul modello di città, o in generale sui modelli utopici. Non capisco però perchè inserisci i lavori di Kapoor in questo ambito dato che qui per forma credo non si intenda tanto quella percepita dai sensi quanto quella più astratta dal particolare concreto. (A.Forty 2000) In italiano è difficile da spiegare perchè esiste una parola sola, però ad esempio il tedesco separa Gestalt da Form. Magari si può parlare di fattezza e forma. Comunque non vedo legame tra le opere di Kapoor e parecchie altre seguite poi da Arup per la progettazione e realizzazione (vedi Rassegna 81 o http://www.dieangewandte.at/architecture/ o http://www.blob.tudelft.nl/ o cerca Daniele Bosia del gruppo Cecil Balmond che ha seguito parecchi lavori di Kapoor) e invece le opere ideali come quelle di boullé o di città ideali. Mi sembra che si parli proprio di due significati del termine forma diversi.
    Sono un rompiscatole, puoi dirlo tranquillamente… diciamo che quella sfera mi ricorda anche tante forme presenti in natura prima che in architettura…
    Personalmente trovo molta difficoltà a parlare di modelli, che non devono essere realizzati, sono dei prototipi per testare, verificare e capire dei concetti. Provo paura nella voglia di realizzare concretamente delle utopie. Mi sembra che la storia abbia già insegnato che le discipline urbanistiche debbano lavorare molto sulla città reale, risolvendo problemi reali, quindi diciamo rincorrendo i problemi. Mi sembra che le città utopiche rispondano a dei problemi utopici. Cioè problemi scelti e filtrati dal progettista. Non si tratta di necessità reali di una città. Credo anche che qualunque forma geometrica abbia come grave difetto il fatto di avere un confine, un limite che pone dei valori massimi di crescita. Ritengo che anche qui la storia insegni e sia condiviso che non è corretto porre freno allo sviluppo di una città.
    Per ritornare al fulcro del tema, credo sia molto interessante indagare e scoprire il rapporto che esiste tra queste forme “ideali”, tendenzialmente geometriche, e diciamo il significato che ha dato alla “città” il loro ideatore. Richiamo il metodo progettuale (che ritengo geniale) di Kahn così ragionando perchè Kahn distingueva nettamente la “forma” dal “progetto”. Così facendo era in grado di scovare con più facilità il “significato” delle cose. Ogni cosa ci ricorda una forma, ed è legata al suo significato, poi nel progetto la si rende misurabile. (Bonaiti 2002)
    Rapportando il tutto alle utopie, rimango spaventato dalla distanza che noto tra forme geometriche e le idee che le sostengono. Non vedo alcun rapporto tra la tempo crazia e una sfera, per fare l’esempio oggetto di dibattito. Non so, può sembrare un mondo? qualcosa che rappresenti il globale? non mi sembra abbia senso.
    Trovo molto scadenti questi modelli che anche supportati da idee innovative e coraggiose perlomeno cadono poi un progetto disconnesso e adattabile quindi a qualunque altra idea!
    L’opera della mente e dell’anima diventa tramite il cervello un progetto, quindi entità misurabile e realizzabile, diverso, scollegato. Non ha molto senso.
    Perchè la forma della città ideale di mozzoni dev’essere una sfera, a parte motivi funzionali (che non ho capito però)?
    Io l’ho buttata lì, ma credo sia un buon tema di dibattito cercare di capire il legame tra significato delle cose e la loro forma. In questo caso tra città del futuro e Papalla.

  3. Isabella Guarini ha detto:

    Caro Alberto Pugnale, ti ringrazio per il commento e delle indicazioni che mi hai dato.Aggiungo qualche nota di chiarimento. Ho citato la trasformazione di una scultura in architettura, per significare che le utopie urbane, a mio parere, non esistono più. Infatti, grazie alla potenza tecnologica tutto è realizzabile. Il mio timore è che non si rifletta sul fatto che le forme architettoniche devono essere abitate da esseri umani. Ce li vedi 25.000 persone messe ad abitare in un’unica sfera? Scusa la semplicità della mia domanda, ma io non ci penso nemmeno, anzi sono contraria alla stazione di Kapoor per il fatto che costringerà i viaggiatori in un tubo d’ acciaio corten tutto chiuso, che porta alle viscere infuocate della terra flegrea. Non solo, ma con il caldo che fa, anche 40,° non so quanto ci vorrà a raffredare il percorso verso i treni in sotterranea. E se si rompe l’impianto di areazione?Preferisco le stazioni aperte e ombreggiate da pensiline, come nella tradizione nostrana! Saluti, Isabella Guarini

  4. Cristiano Cossu ha detto:

    Dal cucchiaio alla città, diceva Egli… Basta che non si ingrandisca troppo il cucchiaio, please!
    saluti
    cristiano

  5. Valentino Chiapparelli ha detto:

    riprendendo il discorso di Alberto Pugnale e Isabella Guarini: non penso esista alcun tipo di relazione tra la sfera di Boullée e quella di Mozzoni e tantomeno con un eventuale scelta funzionale. Per quale motivo? Architetti ( o meglio scultori ) come Boullée, Le corbusier e Kahn sono tra i rarissimi architetti che si (pre)occupano di luce e del modo con cui questa accarezza il solido puro; state tranquilli che a Mozzoni, di come la luce accarezza la sua città, non gliene frega niente! L’ aspetto funzionale …..non ne parliamo, il paragone con Boullée regge ancora meno. Dal suo “Architecture. Essai sur l’ art” si nota la natura di architetto razionalista in quanto “costruito un sistema logico dell’ architettura, egli si propone di verificare continuamente con i diversi progetti i principii assunti” (parole di Aldo Rossi ). La sua sfera aveva ragion d’ esistere in qualità di cenotafio in onore di Newton per l’ elevato grado di suggestione che toccava; anche se la moderna tecnologia consente di realizzare quella città non è detto che debba essere realizzata in quanto potrebbe essere solo una fantasia di chi si ostina a voler lasciare “segni” sulle teste di noi poveri cittadini. Detto ciò, mi rallegra il fatto che siamo passati dai 500.000 abitanti della megacittàedificiocentralenucleare di Paolo Soleri ai 25.000 della palla di Mozzoni…..tra palla e balla c’ è poca differenza… comunque……piano piano…. chissà….. magari qualche cosa di buono ci scappa pure….

  6. Alberto Pugnale ha detto:

    Una precisazione. Il mio commento citava Le Corbusier e soprattutto Kahn, un po’ dimenticato, perchè mi interessava far notare il loro metodo di approccio al progetto. Mi sembrava importante di Kahn più del fatto che faccia sculture (ma penso sia meglio monumenti) il suo metodo progettuale. Kahn è stato un vero architetto capace di gestire il processo complesso di un progetto. In ogni cosa cerca un significato e lo porta a diventar forma, grazie a una comprensione e gestione totale di quello che gli si presenta davanti. Si è visto col calcestruzzo. Una vera reinvenzione dell’uso materico del materiale. Escludendo l’uso plastico del calcestruzzo ancora oggigiorno non si è andati molto lontani, anche se può sembrare con Ando e forse Snozzi in Svizzera.
    Per chiudere trovavo interessante che un architetto con lo stesso metodo progettuale di Kahn potesse provare a ragionare su temi così complessi quali la città del futuro ad esempio.
    Però credo anche che non sia rapportabile in termini di scala tutto il discorso. Anche perchè reputo che l’urbanistica insegua molto più i problemi già esistenti, per sua natura, che l’architettura a scala dell’edificio, dove il sistema già complesso è ancora programmabile preventivamente in termini di esigenze.
    Come ho già detto sopra non voglio sindacare sulla forma in sé della sfera, non mi interessa. Non credo sia il punto centrale su cui dibattere per tirar fuori qualcosa di buono da queste città utopiche.
    E’ veramente un tema complesso che mi chiedo se non sia anche un po’ superato e controcorrente. Mi chiedo se sia il caso di ragionare sulle città reali dato che anche lì parecchi studi interessanti sono rimasti agli anni ’60 come quelli di Lynch e Rossi. Non si va avanti?

  7. Valentino Chiapparelli ha detto:

    Penso che il problema della città non sia risolvibile in termini di retorica artstica o tecnologica come ormai si fa da qualche secolo, il problema è semplicemente umano . E’ totalmente inutile cercare risposte quando non si capiscono le domande. Anch’ io apprezzo moltissimo l’ opera di Lynch perchè si muove su questo concetto di fondo: il suo messaggio è universale in quanto non dice ne cosa una città E’ ne come va progettata, piuttosto cosa NON è ( una macchina, un ecosistema ) e come non va progettata; in “Progettare la città” non a caso ci sono più domande che risposte. In urbanistica la risposta non è mai la stessa e non riducibile ad una forma; probabilmente è un campo da cui il genio artistico (almeno nella più generale opera di pianificazione) può tranquillamente rimanere fuori lasciando spazio a chi ha semplicemente intenzione di lavorare coscienziosamente.

  8. Alberto Pugnale ha detto:

    Si, diciamo che di Lynch è da apprezzare l’elemento nuovo dell’intervista nell’analisi e il fatto più che altro di aprire temi più che dare risposte. Anche se tutto questo lavoro sembra una resistituzione di cosa è la realtà a dire il vero è un risultato molto filtrato dall’autore e dal gruppo di studenti che vi hanno lavorato.
    Trovo interessante che anche nelle facoltà ultimamente alcuni corsi di urbanistica propongono lezioni organizzate per temi, nelle quali si cerca proprio di porsi le giuste domande e di individuare temi, parole chiave, ecc… piuttosto che le classiche impostazioni da Benevolo o Choay. E’ molto importante saper porsi delle buone domande.
    Condivido anche che in urbanistica non si può rendere scientificamente valide le risposte e adattabili ad ogni caso.
    Trovo veramente una debolezza incredibile in questo modello utopico cui si riferisce l’articolo, ma proprio per sua concezione, che non considera assolutamente questi ragionamenti scritti in questi giorni. Mi sembra molto un atteggiamento da ingegnere igienista ormai un po’ datato di secoli…
    Cordiali saluti

  9. Pingback: Cara Wakelin

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