A Francé, ma che t’è preso? …

Davero, davero … che te so’ piaciuti quegli “affari”? …

Cliccando a caso e in cerca d’altro … sono casualmente inciampato in un testo che mi era, a suo tempo, sfuggito … ma che mantiene intatta la sua “fragranza” …
Ve lo rifilo quindi pari, pari:

“Figure plastiche che « si parlano »” …
“Tre signori vicini: uno sottile, distaccato, che diresti sovranamente sicuro della perfezione del taglio del suo completo classico, che contiene in eleganti borsette le pur lievi espansioni della sua gentile pinguedine; un altro con i piedi ben saldi a terra e il busto ruotato, coi muscoli tesi per una torsione trattenuta e bloccata, fermo e gonfio come un body builder in gara; un altro più enigmatico, sfuggente ed elusivo, chino col mantello tirato sul capo in un atteggiamento che non sai se sia dolente, postulante oppure di ironico distacco. Dialogano con riserbo e senza enfasi. Ecco quello che mi piace, ecco quello che conta. Dialogano a Milano come le architetture possono; dialogano come la lama acuminata del Pirelli col corrusco testone medioevale della torre Velasca; dialogano come le guglie dei grattacieli di Manhattan; dialogano come le facciate di un boulevard parigino. Le unisce qui, come lì, un’aura comune (nel caso, i modi ormai solidi, diffusi, popolari della tecnologia edilizia contemporanea); le unisce una cultura sostanzialmente unitaria e la qualità indiscutibile dei loro designer; le uniscono anche le loro differenze, soprattutto perché esse si esplicano pacatamente in un contesto condiviso. La differenza, persino la sgradevolezza o la durezza del contrasto segnano talvolta l’innovazione architettonica, manifestandosi come uno dei sintomi del suo eventuale valore; recentemente se n’è fatto abuso, tentando anche di spacciare lo shock per qualità. Ma non è questo il caso perché a Milano, come dovunque, l’architettura globale sta diventando città, le sue forme diventano consuete, familiari: non c’è shock, c’è invece di nuovo la promiscuità, la pacatezza dei contrasti, il garbo della convivenza.”

(di Francesco Cellini, preside della Facoltà di Architettura di Roma Tre)
da “Il Sole-24 Ore” del 2005-03-29

Chissà che cosa ne direbbe De Finetti ? …

Garbo, riserbo, leggerezza, gentilezza, pacatezza, consuetudine, familiarità, convivenza? …

Maddeché? …
Booh? …

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5 risposte a A Francé, ma che t’è preso? …

  1. Sergio Brenna ha detto:

    De Finetti (non vorrei apparire noioso) ne aveva detto: non per primo, ma con ancor più chiarezza di quanto già fatto da altri (Bottoni, Lingeri, Mucchi, Pucci, Terragni, Nuova Fiera a Lampugnano, 1937-38; Albini, Bottoni, Gardella, Mucchi, Putelli, BBPR, Progetto Milano Verde, 1938), aveva indicato come il Piano Beruto del 1889 avesse posto la Piazza d’Armi, su cui la Fiera si insediò nel 1922, in astratta simmetria col Cimitero Monumentale rispetto all’asse di Corso Sempione, alterando i tessuti della direttrice N-O (cfr. G. de Finetti, Milano, Hoepli, 2002, p. 203) e nel 1946-48 aveva proposto di riassettarne l’area per coerenza a quei tessuti (ibidem, pp. 597-604). Oggi che quelle indicazioni potrebbero attuarsi, il Comune lascia liberi Fiera e i progettisti degli aspiranti acquirenti di disporre a casaccio 1 milione di metri cubi su 100 mila mq fondiari (10 mc/mq !): Fiera (che si aspettava 250 Ml. di Euro e ne ottiene 523, potendo quindi dimezzare le volumetrie) sceglie il progetto più banale e dispersivo (CityLife/Libeskind, Isozaki, Hadid, ma l’animaccia nera è l’insipido Maggiora !), scartando il progetto Pirelli/Renzo Piano (perché offriva 478 Ml Euro !), che qualcosa di meglio faceva, rispettando la direttrice Scarampo/Sempione, compattando l’area a verde ed evitando di edificare sui bordi a ridosso degli edifici preesistenti. Il danno peggiore, infatti e paradossalmente, non sono i tre bizzarri personaggi da 200 metri dialoganti (?) tra loro, ma la sbrodolata informe sui bordi di edifici di 25 piani a ridosso di quelli alti 7-8. Il Comune ha accettato passivamente (Fiera è in mano a Compagnia delle Opere, nel cuore di Formigoni), ma i cittadini hanno ricorso al TAR. Possibile che siano gli unici a pretendere un minimo di senso architettonico e urbano ?

  2. Isabella Guarini ha detto:

    Per fortuna l’architettura globale non ha un’idea di città!. Infatti, le architetture che, in genere, definiamo “globali” non si posssono considerare esemplificazioni di una “urbatettura”, in quanto non hanno contesto. Monadi senza porte e senza finestre, chiuse in sé e per sé, le “gobal architetcture”, sono riconosciute in quanto rappresentazione dell’alta tecnologia, nonché economia che pesa sulle spalle dei contribuenti di tutto il mondo. Global Tax! Isabella Guarini

  3. Alberto Pugnale ha detto:

    Le architetture globali, o meglio le architetture prodotte dagli architetti globali, hanno eccome un contesto, è la sua dimensione che cambia agli occhi del progettista. Ecco che quello che tradizionalmente si chiama contesto diventa un “intorno” al progetto. Il contesto per gli architetti globali racchiude intere città e regioni, producendo come esito più eclatante una diversa “identità” ai manufatti. Credo che il dibattito sulle architetture globali debba considerare molto il rapporto tra “metodo” progettuale e “identità” dell’architettura costruita. Il fastidio che io stesso provo nei confronti di un’architettura globale sta nel non riconoscersi nella sua “identità globale”. L’avanzamento tecnologico e la facilità delle comunicazioni a livello mondiale deve ancora scontrarsi con una capacità di resistere al cambiamento della generazione attuale di cittadini. Probabilmente solo col passare di decenni potrà consolidarsi una architettura globale. Necessita prima la crescita di “cittadini globali”.
    In riferimento al concorso, penso sia largamente condiviso che il progetto del Renzo Piano BW avrebbe meritato il posto più alto nelle votazioni della giuria. Pensandoci mi viene in mente Wright e il suo atteggiamento parecchio presuntuoso. Egli rifiutava di partecipare ai concorsi, trovava ridicolo farsi giudicare da membri più scarsi di lui!
    Maggiora detto sopra “l’ispido” e molti altri hanno pieno diritto di partecipare a questi concorsi di progettazione. Sta alla giuria scegliere il progetto da costruire, e dato che ogni città riflette con la propria immagine la cultura di chi ci vive e la gestisce, beh Milano si è affermata coerente col suo passato.

  4. Alfonso Giancotti ha detto:

    I nuovi padri dell’estetica globale.

    Sottotitolo: il fascino segreto dell’establishment.

    Caro professore proprio ieri, nei corridoi della facoltà, mi sono complimentato con te per questa perla che hai ripescato tra i ritagli di giornale.
    Finita lezione ho pensato, senza che questo dileggi il tuo operato (anzi ai miei occhi lo eleva di spessore) che la tua capacità di ricerca sia pari a quella della celebre Gialappa’s degli schermi televisivi.
    Dopo Mai dire Banzai, Mai dire Grande Fratello e Mai dire Gol, lo scritto recuperato potrebbe occupare la prima pagina della trasmissione televisiva Mai dire Architettura, forse il titolo di un nuovo apparato di questo blog.
    E dire che chi scrive ha frequentato la facoltà alla fine degli anni ottanta studiando e apprezzando quei disegni meticolosi e raffinati di Cellini stesso che oggi mi appaiono, senza ombra di dubbio, come un ultimo lontano ricordo del tentativo di recuperare una “italica” tradizione architettonica, saccheggiata dagli architetti stranieri.
    Terragni, Moretti, Ridolfi, Monaco, Luccichenti, abbondantemente indagati e rivomitati dall’establishment europeo e mondiale “new-global” diventano oggi “…figure plastiche che si parlano”.
    In questo caso poi, i nuovi messia dell’estetica globale, si erano cimentati in un ambito concorsuale in cui il progetto di architettura era l’ultimo degli elementi di valutazione dopo quello economico, manageriale, manutentivo, speculativo (non certo nella concezione etimologica del termine) e via discorrendo….
    Ho avuto la fortuna di crescere alla corte di Sacripanti, Zevi e Pedio, per citare i più noti, grazie ai quali ho potuto “gustare” i sapori di una posizione radicale in architettura, pur non avendo ancora compreso appieno quanto, al di là dell’incommensurabile riconoscimento che porto loro, questo rappresenti oggi un bene ovvero una maledizione indelebile che altera il mio spirito di osservazione.
    Tutto ciò premesso, esprimo allora la riflessione che ho condotto dopo la lettura di questo saggio.
    Non riesco personalmente a condividere, in alcun modo, gli attestati continui di apprezzamento verso una cultura architettonica che punta alla ricerca di un marchio da imporre e ripetere nel fecondo e spettacolare mercato dell’architettura.
    Il significato e il fascino del Tallone di ferro (ammesso che qualcuno ricordi questo libro che abitava, non tanto tempo addietro, le biblioteche delle sedi del PCI e ammesso che qualcuno, nel giro infernale dei revisionismi e negli interminabili processi di azzeramento del proprio passato, ammetta che quelle sedi siano realmente esistite) è sempre attuale.
    Sempre di meno, quindi, sono gli eroici Ernest Everhard che tentano, non tanto di combattere, ma perlomeno di criticare razionalmente e scientificamente l’oligarchico tallone.
    Certo… se alla fine pensiamo che a scrivere il romanzo più affascinante sulla lotta socialista contro la società del profitto e a cantare le gesta immaginarie dell’eroe che ha ispirato, nella scelta del nome, il padre dell’ancor più eroico Guevara è stato Jack London, che dal profitto tratto dalle sue opere è rimasto inesorabilmente conquistato e sconfitto alla fine dei suoi anni, forse possiamo anche accettare che tre grattacieli – per dirla con le parole di Bruno Zevi per il Concorso per il Grattacielo Peugeot di Buenos Aires del ’61 – …“soltanto alti” diventino, come per incanto, …”figure plastiche” che si parlano.

  5. Alfonso Giancotti ha detto:

    … che tempismo!
    Apprendo ora dalla lettura della rassegna stampa che quanto da me scritto è stato subito smentito dall’intervista rilasciata dal sindaco Albertini al Giornale di Vittorio Feltri, in cui le tre torre di City Life sono state definite i «simboli del nuovo rinascimento milanese»!
    ..allora..

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