Un’architettura … ben protetta …

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Che fare? …

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Foro Italico … ancora … lavori in corso …

Siamo proprio sicuri che sia tutto regolare? …
I Beni Culturali … che fanno? ..

Esiste ancora un Sovrintendente in questa città? …

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Pista, pista … pisè

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Icaro e …

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Confronti …

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Riflessioni sulle grandi opere …

Caro Prof. Muratore le invio alcune mie riflessioni sulle grandi opere in seguito a un lungo articolo di Isaia Sales, già esponente dell’Amministrazione Bassolino. Anche se l’argomento è riferito alla città di Napoli, penso che possa valere anche per le altre città impegnate nella realizzazione di grandi opere,

Saluti,

Isabella Guarini

“Pulire le strade è più difficile che costruire la metropolitana”. Secondo Isaia Sales, nell’interessante articolo su il Corriere del Mezzogiorno, la causa sarebbe nel mancato funzionamento della macchina amministrativa comunale, per cui tutte le nuove opere sono abbandonate all’incuria che induce all’incivilimento dei comportamenti dei napoletani. È vero, ma va detto qualcosa in più rispetto alla mancata affezione dei cittadini alle nuove opere, grandi o piccole, di cui invece gli amministratori vanno fieri a dimostrazione della loro capacità di cogliere tutte le occasioni straordinarie di spesa delle risorse economiche .Efficace è anche il riferimento letterario ad Ulisse sempre in cerca di nuove colonne d’Ercole, che non vuole tornare a Itaca dove spadroneggiano i Proci. Il transfert, amministratori Ulisse e amministrati Proci, è chiaro, ma Sales non dice chi sia Penelope che tesse la tela e chi Argo che riconosce Ulisse nell’epopea napoletana. A parere mio, la situazione appare più complessa perché la non affezione degli abitanti alle nuove opere e alle trasformazioni urbane in generale, derivano dalla qualità degli interventi stessi, dalla loro capacità di determinare identità o dis/identità, appartenenza o straniamento. Non vi è dubbio che la costruzione della Metropolitana di Napoli, sia una grande realizzazione per estensione, tecnica e capacità di spesa dei fondi europei in un territorio insidioso dal punto di vista geologico, urbanistico e sociale, ma l’obiettivo di “modernizzare la città” non appare raggiungibile.
Si comincia a registrare la inefficacia delle grandi opere nell’irradiare qualità e decoro al tessuto urbano preesistente, storico e contemporaneo che sia. Nel caso della rete Metropolitana, su cui si concentrano enormi risorse economiche pubbliche, c’è da rilevare che, essendo ipogea insieme con le stazioni, sfugge alla percezione visiva attraverso cui si forma e sedimenta il senso di appartenenza degli abitanti alla scena urbana. Le monumentali stazioni-museo sottoterra non riescono a essere catalizzatrici di vitalità e decoro urbano perché non possono comunicare la nozione d’insieme urbano, di contesto in cui il fruitore si sente attore-partecipe dello spazio di relazione delle piazze e strade, memorizzate attraverso la percezione visiva.. Nella città ipogea, definita dalla rete di binari ferroviari a velocità meccanica e stazioni a velocità quasi nulla, si ha la concretizzazione della città telematica, del tempo–reale, in cui viene meno lo spazio di relazione mentre si afferma il punto partenza e di arrivo. Si tratta di un fenomeno simile a quello del percorso di una navicella spaziale, in cui sono noti solo l’inizio e la fine, mentre il percorso è caratterizzato dal vuoto, dove è impossibile lo sviluppo di relazioni, che sono l’essenza della vita urbana e del costruire”
.

I.G.

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Camminare Roma …

Gli animatori di Camminare Roma ci scrivono: …


“Alla luce di quanto avvenuto negli ultimi giorni, dal caso scatenatosi in seguito alla conferenza di venerdì scorso ai commenti letti sul blog, ci sentiamo in dovere di esprimere alcune considerazioni.

Premessa fondamentale: la nostra è un’iniziativa totalmente autogestita, autonoma e indipendente. Siamo quattro studenti dalla Facoltà di Valle Giulia che senza costo alcuno hanno organizzato un ciclo di conferenze aventi come obiettivo primario quello di aprire una finestra sul mondo che sta al di fuori della nostra Università per confrontarci con studi possibilmente giovani al fine di dibattere e comprendere meglio, alle soglie del 2010, la multiforme realtà che ci circonda.

Siamo animati esclusivamente dalla passione per questa materia che, essendo intimamente composita e ricca di sfaccettature, reca in sè la naturale caratteristica dell’apertura al confronto, requisito che riteniamo fondamentale per la nostra attività. Siamo, quindi, aperti a qualsiasi tipo di consiglio possibile da parte di studenti e professori, visto che tutto è migliorabile e solo chi non fa non sbaglia. Se c’è un consiglio vuol dire che c’è stato un interesse, e se c’è un interesse vuol dire che è maturato un riconoscimento verso il nostro lavoro. Questi riconoscimenti, così come i complimenti ricevuti (ringraziamo sentitamente), costituiscono ulteriore nutrimento per la nostra passione.

Ci sembra che a seguito della conferenza di venerdì 27 novembre si sia alzato un polverone esagerato e, francamente, un pò incomprensibile, che nessuno di noi, peraltro, aveva intenzione di sollevare. C’era la voglia di suscitare discussioni, confronti e scambi di opinioni (e sembra che in questo siamo riusciti) che non devono, però, prestare il fianco a considerazioni che vanno aldilà del buon senso comune, come talune frasi di alcuni precedenti commenti lascerebbero intendere e dalle quali noi ci dissociamo. Il rispetto di qualsiasi posizione deve essere mantenuto da parte di tutti. Il rischio, altrimenti, è che il nostro lavoro venga strumentalizzato, ed è l’ultima cosa che vogliamo.

Crediamo che il Professor Purini sappia che non c’era e non c’è nessun tipo di affronto o di mancanza di rispetto nei confronti del suo lavoro sull’identità dell’architettura italiana svolto in tutti questi anni e nei confronti del suo impegno affinché tale identità permanga (o ritorni) nel progetto di architettura degli anni a venire.

Chiariamo, per confidare nello stesso rispetto verso il nostro piccolo lavoro, il nostro intento: era ed è quello, attraverso il lavoro di 3 studi invitati in rappresentanza delle diverse aree del paese, di scoprire il legame che intercorre tra lo studente della facoltà di architettura e il progettista che ha iniziato a confrontarsi con la realtà lavorativa, analizzando e andando alla scoperta di tutti quei punti oscuri che accompagnano il fantomatico passaggio tra lo stare seduti sui banchi dell’Università e l’iniziare ad interagire con una committenza. In particolar modo in un momento storico come quello attuale. Quindi, da un lato quello di far conoscere il lavoro dei professionisti invitati attraverso una presentazione, nello stesso tempo, sia di opere realizzate, che rientrino quindi nella categoria della “costruzione”, sia sperimentali, incompiute, immaginate, esemplificative di un percorso di “ricerca” che attesti la distanza, minima o massima, tra materia e pensiero; dall’altro quello di formulare un dibattito, che coinvolga nello stesso tempo studi, critica e studenti, sulle peculiarità dei lavori presentati cercando di dare una risposta a quesiti che negli ultimi anni si fanno sempre più forti: qual è il carattere dell’architettura contemporanea italiana? Quali sono le sue prospettive? E fino a che punto è in grado di proporre temi e argomentazioni che sedimentati siano riconoscibili nel tempo?

Come ha commentato qualcuno, questo proponimento apre le porte non a una, ma a diverse identità presenti sul territorio. Ed è questo, con tutti i limiti e i difetti del caso, l’obiettivo che proviamo a perseguire nei nostri incontri.

Ci stiamo provando. Speriamo, con serenità ed equilibrio, di poterci riuscire.”

Camminare Roma

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Una boccata d’aria … una lezione di modestia …

A proposito dell’intervento di Massimo Carmassi “Sul lavoro dell’architetto“ …

Giuseppe Strappa ci aveva inviato, già da qualche giorno, questo commento che condividiamo, parola per parola, ma che si era perso, inopinatamente, tra gli spam, e che mantiene intatta tutta la sua attualità, anzi; …

ci scusiamo, comunque, per il ritardo: …

“Finalmente una boccata d’aria per i nostri studenti, spesso costretti a subire discorsi cervellotici al fondo dei quali il progetto appare improvviso e immotivato, misterioso e insondabile.

Contro i miti della leggerezza e del provvisorio, che sembrano occupare di diritto l’intero territorio dell’architettura contemporanea e le grancasse delle riviste, Carmassi ha dimostrato la vitalità e la modernità della parete muraria pesante, opaca, duratura.
Ha mostrato anche, senza ricorrere a teorie e con la sola forza della testimonianza, come sia possibile un ordine che non neghi la libertà compositiva, se solo si comprende che una muratura, a differenza di un pilastro, porta un carico e contemporaneamente delimita o chiude uno spazio, obbligando alla solidarietà tra distribuzione e struttura. In questa lezione, insieme, di architettura e costruzione, la poesia degli spazi è comparsa (vorrei far notare) quasi con pudore, come se l’autore se ne volesse scusare. Una lezione di modestia, anche questa, che non farà male ai nostri studenti, abituati ormai ad identificare il successo professionale con la tracotanza griffata e l’ossequio degli agiografi.”

G. S.

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Ancora in piedi … nelle mani di Gianni …

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