Giorgio Calza Bini architetto Romano del ‘900 all’Archivio Centrale dello Stato

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GIORGIO CALZA BINI, UN ARCHITETTO MODERNO A ROMA

Figlio d’arte, Giorgio Calza Bini è uno dei pochissimi architetti romani che può definirsi, senza ambiguità, «moderno».
Negli anni dell’ambiguità e della mediazione, negli anni del barocchetto e del novecentismo dilaganti, Giorgio Calza Bini imboccò con chiarezza esemplare la via dell’architettura moderna internazionale, declinando gli etimi razionalisti alla specifica contestualità culturale del nostro paese, della nostra città.
Naturalmente questo suo essere già maturo interprete della cultura architettonica fin dai primi e giovanili esercizi professionali, non può non essere imputato che al particolarissimo clima culturale, all’aria stessa che si respirava nella sua casa, nella sua famiglia, in quegli anni a cavallo del Trenta, al centro del rinnovamento della nostra cultura edilizia, della nostra scuola d.i architettura e della nostra stessa professione.
Questa particolarissima e specifica koinè culturale non poteva non riflettersi su quel ragazzo che già dagli anni del liceo frequentava lo studio paterno, dando una mano, quando serviva.
In quello stesso studio lavorava poi uno dei più intelligenti e capaci professionisti romani al quale dobbiamo alcune delle più geniali architetture romane del novecento, ne citeremo una per tutte, la casa dei dipendenti del Governatorato a via Andrea Doria; quel giovane architetto si chiamava Mario De Renzi: era stato il più capace e disinvolto interprete del barocchetto romano prima, il rappresentante di quella nuova generazione che aveva appena contribuito a superare le legnosità neo cinquecentiste di Gustavo Giovannoni e le leziosità decorative dei più tardi epigoni dell’eclettismo internazionale.
E cosÌ quando Alberto Calza Bini, all’indomani della Marcia su Roma, prese le redini dell’Istituto Case Popolari che avrebbe lasciato solo vent’anni più tardi, quella cultura, quella dimestichezza, tutta accademica, con le arti, quella fraternità con gli artisti, pittori, scultori, decoratori, scenografi, quel clima che si era abituati a respirare al Circolo degli Artisti di via Margutta, divenne architettura, urbanistica, città, prese l’aspetto di una vera e propria dignitosissima edilizia cittadina.
Giorgio Calza Bini inizia la sua attività professionale proprio in questo contesto. Non si erano ancora spenti gli echi delle polemiche sorte intorno alle famose Esposizioni dei giovani del MIAR e del RAMI, gli schieramenti culturali restavano frantumati e complessi, non era certo facile indirizzarsi sia da una parte che dall’altra, talvolta, addirittura, convivevano all’interno degli stessi personaggi tendenze pressoché opposte: il caso di Mario De Renzi è esemplare, come pure quello di Marcello Piacentini.
Ma Giorgio Calza Bini scelse con chiarezza la modernità; quello fu per lui un fatto quasi naturale, potremmo definirlo addirittura istintuale, tanto gli era connaturata la necessità di un taglio netto con il passato, con le volgarità e le banalità di una tradizione e di un localismo spesso dialettali e che stentavano a liberarsi dai lacci di uno stanco storicismo accademico e passatista. Già dalla sua prima opera, ancora prima della laurea: la casa dello studente della nuova «Sapienza» in via De Lollis, firmata assieme a Francesco Fariello e a Saverio Muratori, la scelta appare netta e rigorosissima.
In aperta polemica con il modernismo classicista dei principali edifici universitari, il rettorato di Marcello Piacentini e l’ingresso monumentale di Arnaldo Foschini, le geometrie essenziali dei due edifici gemelli e il blocco dei servizi collettivi della Casa dello Studente segnarono la prima precisa affermazione di una dichiarata definitiva affermazione di indipendenza dai luoghi centrali della pur affascinante mediazione piacentiniana. Ma quella di Piacentini non poteva essere un’architettura condivisa facilmente dalle generazioni più giovani, più vicine ai radicalismi e alle sperimentazioni linguistiche europee.
E così quando, nel 1935, Calza Bini riceve l’incarico dal Ministero dei Lavori Pubblici per la realizzazione delle attrezzature di servizio dell’ Autocamionale Genova-Serravalle, il neo-architetto dà libero sfogo alle sue aspirazioni.
Già il programma funzionale di quell’intervento, in pratica il primo edificio autostradale italiano, rappresentava un tema inedito, suggeriva e consentiva di abbandonare qualsiasi tipologia e qualsiasi linguaggio tradizionale. L’occasione non andò perduta, né deluse furono le aspettative, nacque così il primo edificio a ponte della fortunata serie autostradale nazionale, il primo vero e proprio auto-grill italiano.
L’idea dell’edificio sospeso, di chiara derivazione futurista, gropiusiana e lecorbusieriana, trova qui una serie di giustificazioni logiche, strutturali, funzionali e simboliche che ne rafforzano il significato e conferiscono ulteriore valore all’oggetto architettonico.
Ancora sugli stessi temi della leggerezza, della trasparenza, dell’architettura sospesa, Calza Bini torna con gli edifici della piazza centrale della «città dell’aria», la città-nuova di Guidonia. Anche qui e forse ancor più che nel caso di Genova si imponeva una scelta coraggiosa, radicale, in sintonia con le nuove sofisticate tecnologie messe a punto nei contigui rivoluzionari laboratori aereonautici. Anche qui un gesto esemplare, un segno capace di definire con estrema chiarezza e altrettale rigore formale il senso di una modernità estrema e ricercata. Per la prima volta un edificio pubblico si solleva da terra, un municipio addirittura, perno e baricentro dell’intero centro cittadino, si fa schermo permeabile di uno spazio civico carico di fascino e di evocazioni simboliche. La implicita referenzialità dell’edificio municipale, della torre littoria, del piano libero porticato, del collegamento aereo tra i due edifici, rinvia con evidenza di significati ai valori formali delle antiche architetture comunali, ai più famosi broletti, alle logge e ai porticati di tanti storici esempi medioevali italiani. D’altro canto, nella loro esplicita e dichiarata esibizione tecnologica, quegli stessi edifici si riallacciano con coerenza alle dimensioni più moderne della sperimentazione contemporanea.
La torre soprattutto, ricercatissima nel materiale e nel dettaglio (solo Gio Ponti, in quegli anni, fu capace di altrettali raffinatezze), nella didascalicità comunicativa dell’impeccabile impaginato grafico di evidente matrice futurista, resta come uno degli esempi migliori dell’architettura italiana tra le due guerre e dispiace che i suoi valori e la sua eccezionale qualità spaziale e materica siano stati tanto poco compresi, apprezzati e curati fino ai tempi più recenti. Ma insieme a questo autentico gioiello dell’architettura razionalista italiana, non va trascurata la qualità dell’intero complesso insediativo della città di Guidonia con le sue strade, le sue piazze, le sue case, i suoi spazi, la sua chiesa, anch’essa testimonianza esemplare di una ricerca che il nostro ancor giovanissimo architetto, in quegli anni tanto fertili e felici per lui, portava avanti con inesausto entusiasmo.
Alla stagione del razionalismo più rigoroso appartengono ancora tante altre opere realizzate e progettate fino alla guerra. Impossibile sarebbe in questa sede segnalarle tutte. Tra le altre non possiamo però non ricordare la villa di Anzio, le palazzine di via Cerveteri e quella al lungotevere Flaminio, realizzate in collaborazione con Mario De Renzi. Tutti esempi di straordinaria chiarezza compositiva che denotano ancora di quella precisa volontà innovativa che si fa strada anche all’interno di programmi tipologici apparentemente «banali» come quello della «palazzina» romana. Gli anni dal 1935 al ’42 furono intensi e ricchissimi di occasioni professionali; agli incarichi edilizi si affiancarono presto quelli urbanistici e l’attività didattica nella scuola di Roma.
Tra le infinite proposte il piano regolatore di Pomezia, la borgata a Casetta Mattei, il piano di Incoronata nel Tavoliere pugliese, il villaggio Santa Barbara nei pressi di Narni, quattro piccoli interventi esemplari per l’attenzione e la cura posta nella definizione degli spazi e delle particolari soluzioni urbanistiche, capaci di conferire dignità «cittadina» anche ad insediamenti estremamente economici, popolarissimi e relativamente marginali.
Degli stessi anni anche numerose proposte urbanistiche per Roma che prevedevano la sistemazione di alcuni punti nodali della città, piazza Barberini e via Veneto, gli alberghi nella zona dell’Almone, la soluzione per il fondale di viale Tiziano.
Tra le realizzazioni più interessanti di questi anni anche il sofisticato padiglione de «L’Italia in Oriente» alla Mostra d’Oltremare di Napoli dove la relativa esoticità del programma edilizio consente la sperimentazione di forme, linguaggi e materiali nella più disinibita e meno convenzionale delle formule.
Conclude simbolicamente il ciclo progettuale dell’anteguerra la proposta per una villa ideata nell’ambito del quartiere sperimentale dell’abitazione previsto nel contesto dell’Esposizione Universale del 1942, un blocco edilizio di grande rigore formale che nella allusione al prototipo classico della casa a patio mediterranea, non rinuncia tuttavia a confrontarsi con le più aggiornate tendenze post-funzionaliste europee. La guerra significa, anche per Giorgio Calza Bini, la chiusura di un ciclo, di un’epoca, il tramonto definitivo di una stagione di grande attività e la necessità di una ricomposizione, di una riconversione anche professionale e culturale.
Alle difficoltà «politiche» dei primi anni del dopoguerra segue così il recupero di un sodalizio professionale con lo studio Piacentini, già avviato in occasione della collaborazione per il piano regolatore di Oporto, e che vedrà il Nostro impegnato nel piano di Bari, nel progetto per la Banca Nazionale di Damasco, nella realizzazione del Cinema Fiamma nel Palazzo Fiat a via Bissolati e dell’Auditorium Vaticano all’interno del palazzo Pio a via della Conciliazione a Roma. Opere importanti e significative delle mutate condizioni culturali e di mercato, che restano tra le ultime realizzazioni di un certo rilievo della Roma postfascista.
In congruenza con la ritrovata dimensione professionale di Marcello Piacentini, anche la nuova stagione architettonica di Giorgio Calza Bini segue poi i destini rinnovati del quartiere dell’Esposizione Universale del ’42, ribattezzato finalmente EUR. Nell’ambito del nuovo Ente, Calza Bini gioca un ruolo importante prima nella definizione del piano urbanistico per la trasformazione dei «ruderi» dell’E 42 in quartiere residenziale e ministeriale, poi con la costruzione dei padiglioni di ingresso alla Mostra dell’Agricoltura nel ’53, infine come Direttore dei Servizi di Architettura ed Urbanistica fino al ’55. In questa veste contribuisce in maniera determinante alla definizione strutturale dell’assetto definitivo del quartiere individuando ed elaborando tipologie e standard che conferiscono nuova qualità all’ultima «parte di città» romana, degna di tal nome.
Negli anni successivi opera ancora attivamente a Roma e in Umbria, mentre si aprono nuove prospettive professionali in terra di Puglia dove realizza i piani regolatori di Cerignola e di Lecce, le Chiese di S. Giuseppe e di Sant’Alfonso e il seminario diocesano a Foggia, il complesso e il Tempio salesiano di Lecce.

Giorgio Muratore (1992)

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