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C’era una volta … l’architettura … “pratica” …
Da Fabio Tudisco: …
“
. . . meravigliosi testi di architettura.
Trovato a londra due giorni fa, 36 sterline, edizione 1958, fantasticamente conservato e con un mondo dentro!
Poche cose mi rendono felice. Questa si. C’è pure il bacarozzo ante-litteram.”
Fabio
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Sarzana … che botta …
……………………..
Riceviamo da Carlo Ruocco: …
“Egregio Professore,
sono presidente pro tempore di un’associazione di cittadini “Comitato Sarzana,
che botta!”, nata l’anno scorso per contrastare una variante al piano
regolatore di Sarzana, firmata da Mario Botta, che, a nostro dire, snatura la
città con architetture del tutto estranee e omologhe a quelle di altri centri
(Treviso, Lugano, Sesto San Giovanni) di diversa storia e cultura.
Il Piano prevede, tra l’altro, la demolizione dell’ex mercato ortofrutticolo,
progettato nel 1946 dall’architetto Cesare Galeazzi, convertito nel 1990 in
Centro culturale polivalente. La demolizione deve far posto a due palazzi
firmati Botta, ciascuno lungo 60 metri e alto quattro piani, che farebbero da
cornice a una galleria larga 24 metri e lunga 60, chiamata da Botta: Piazza
coperta. La nuova costruzione avrebbe una superficie di mille metri più ampia
dell’attuale immobile, sovrastando le case a due piani che sorgono su due lati.
Abbiamo letto sul suo blog lo scritto “Distruggere è anzitutto una sconfitta”.
Condividiamo l’ispirazione, soprattutto perché distruggere, nella nostra
esperienza, è lasciar spazio a nuove più invadenti volumetrie.
Per questo segnaliamo il “caso Sarzana” e proponiamo alla sua attenzione
quanto già segnalato alla segreteria di Do.Co.Mo.Mo.. Attualmente è in corso
dinanzi la direzione regionale dei Beni Culturali la procedura promossa dal
Comune di Sarzana per la dichiarazione di “non interesse”. Lottiamo anche
contro il tempo.
Le invio foto dell’immobile, che non sarà un’opera d’arte, ma che è stato
cuore del legame città-campagna in Sarzana ed è l’ultimo reperto della Sarzana
agricola-industriale. In precedenza sono stati demoliti nella stessa area l’ex
vetreria risalente alla dominazione napoleonica (1806), la più importante del
secolo scorso dopo quella di Torino, e l’ex pastificio di fine ‘800.
…
Altre notizie le può rilevare sul nostro sito “http://www.sarzanachebotta.org” .
La ringrazio per l’attenzione. Cordiali saluti”
Carlo Ruocco
…………………
Caro Ruocco, che dire?
Ha visto cosa stanno combinando agli ex Mercati Generali di Roma, oppure, tanti anni fa, cosa è capitato al mercato di
Sabaudia? solo per fare qualche esempio; …
la stupidità è in agguato dietro ogni angolo e in questi casi c’è anche il rischio di passare pure per fessi o per isterici
difensori di ogni pietra, anzi, di ogni pezzo di cemento … in quanto l’opera non è neppure artistica …
la nostra risulta quindi una posizione partigiana e priva di senso comune … mentre gli altri sono per la modernizzazione e
lo sviluppo … naturalmente noi siamo anche rozzi e provinciali perché non riusciamo a comprendere il grande contributo
che viene dai grandi luminari di importazione … e se, magari, facciamo qualche conto … ci si dice pure che siamo gretti e
attaccati alla lira … che per l’arte e la cultura qualcuno dovrà pur pagare …
oppure, siamo forse contro il mercato, … lo sviluppo e la cultura?
MAXXI docet …
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Colate … sarde …
Da Marco Sedda: …
“…Per i prossimi vacanzieri, numerosi come sempre…
Vorrei farvi ammirare la splendida struttura che da pochi anni addobba
la costa gallurese.
Siamo sulla panoramica Olbia – Golfo Aranci, all’altezza di Pittulongu
(frazione di Olbia)
Questo fantastico scheletro di 6 piani (albergo?) sorge sul letto di
un torrente a pochi passi dallo stagno, dalle dune, dall’arenile,
potete immaginare…
Il PRG di Olbia non esiste, si procede con varianti al Piano di
Fabbricazione dal 1979 (manco ero nato!!!)
Il Piano Paesaggistico Regionale di Soru delimita in azzuro le zone
turistiche degli anni ’60/’70/’80
e dice che quell’area è PRATERIA!!! (area di riconolizzazione
naturale, pascoli, prati stabili… ..paesaggio!)
Dunque cos’è questo abuso? Cosa ci impedisce di usare il buon vecchio
tritolo Corso? Cosa aspettiamo?
Venite in Sardegna, amate la Sardegna, sarete accolti anche quest’anno
da Briatore & Co. ma boicottate le seconde case, denunciate gli abusi!
Mio padre dice sempre che il paesaggio della sua infanzia è
compromesso per sempre…
Io dirò ai miei figli che il paesaggio della mia infanzia non esiste più!
Quando tutto sarà città, quando la costa della Sardegna sarà un’unica
ciambella di seconde case,
di alberghi e centri commerciali, allora non avvicinatevi… ..non
faremo prigionieri!
Buone Vacanze…”
M. S.
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Piacentini … inossidabile …
“La risposta di Pasquale Cerullo alla mia analisi della Sede del Banco Napoli di Marcello Piacentini, è ricco di spunti critici e polemici che cercherò di enumerare secondo l’ordine proposto:
1 – il Piacentini perseguiva l’eleganza e l’ordine senza permettere al contesto storico di contaminarne la purezza;
2 – ricerca di uno “stile italiano” universale, intriso di elementi classici, ritmi, forme, tessiture, volumi, riferiti alla monade architettonica, priva di porte e finestre;
3 – ricerca sempre più avanzata di un’architettura, degli anni trenta, senza tempo, ideale a prescindere dalle contaminazioni storiche, che non fossero quelle della romanità;
4 – presa di distanza dall’architettura fascista degli architetti post- bellici napoletani, che stigmatizzarono l’azione distruttiva del Piacentini, simile a quella del Risanamento post-colera nella fine dell’ottocento, cui va ad aggiungersi la fase dello sviluppo urbano laurino.
Che il Piacentini impostasse il suo progetto sulla cura della scala architettonica è rilevabile dall’osservazione dell’edificio stesso che resiste inossidabile agli attacchi del tempo, mentre le fontane sul prospetto anteriore, progettate da Nicola Pagliara negli anni ottanta del Novecento, appena qualche decenni fa, sono degradate e non funzionanti.
Naturalmente la mia è una provocazione verso gli architetti post-bellici che hanno tanto e giustamente criticato la mancanza di relazione con il contesto storico urbano dell’architettura fascista, senza però fornirci esempi imperituri di “architettura moderna” napoletana che possa fare da contrappunto a quella prebellica. Ecco che la cesura urbana determinata dall’intervento di Marcello Piacentini nell’insula dei Ministeri Borbonici, pur rilevata da molti sul piano teorico, non ha trovato esegesi didascalica per le generazioni di architetti che hanno sin qui operato. Si potrebbe paradossalmente affermare che la ricerca fascista dell’architettura universale sia l’antesignana di quella che oggi definiamo “global architecture”, decontestualizzata e priva di rapporto con il contesto, con l’aggiunta della rapida obsolescenza tecnologica.”
I.G.
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Stalker … primi passi …
STALKER IS 20!
Rassegna di videoarchitettura
Maratona di testimonianze video per i vent’anni di Stalker, che documenta due decenni di pratiche spaziali esplorative, relazionali, conviviali, ludiche e di autorganizzazione
………………..
… una vera banda di paraculi …
… comunque,
… auguri di cuore …
… a tutti …
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Roma … è tutta un circo …
Mille firme raccolte contro il progetto della F1 all’Eur e voci di varianti urbanistiche. Si parla anche di altre aree di pregio come il Velodromo e l’ex Luneur. Il comitato del no: “Non riusciamo ad avere i progetti. Il quartiere non vuole quell’inquinamento” di GABRIELE ISMAN
I video dei cittadini–Il promo dell’evento–Gli effetti sull’ambiente
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Piacentini napoletano …
Da Pasquale Cerullo in risposta a Isabella Guarini: …
“Piacentini perseguiva l’eleganza e l’ordine, secondo una sensibilità egoistica costruita con un rigore accademico e metodo didattico; per questo aveva delle difficoltà nell’accettare che le preesistenze guidassero o deviassero i suoi progetti, architettonici e urbani; non scopriamo l’acqua calda. Il rispetto per il passato era idealizzato e monocorde, la ricerca di uno stile italiano universale, da riprendere come elementi, dettagli, forme, tessiture, volumi ma sempre nella singolarità dell’opera, senza cura per l’intorno, per l’ambiente urbano storico. Consapevole di questa tipicità italiana, già la coglie nella produzione nazionale: “Tra i romani predomina come è naturale, il senso ampio e solenne: tra i milanesi un maggior riserbo (…) I primi si riallacciano, con forme liberissime, alle architetture antiche, traendo ispirazione perfino dai ruderi imperiali; e riannodandosi anche all’arte cinquecentesca (…) I secondi palesano la loro più diretta parentela con il classico della prima metà del secolo scorso (…) Rilievi moderati, cornici delicate, proporzioni slanciate. (…) È necessaria la ricerca di una maggiore essenzialità per giungere ad una architettura duratura” (Architettura d’oggi, 1930). Cioè un’architettura a imperitura memoria, senza tempo, ideale, dove non c’è spazio per le stratificazioni e le preesistenze lontane dalla “romanità”.
Isabella Guarini riscontra nell’ insula del Real Edificio di San Giacomo “una sostanziale differenza tra i due interventi demolitori: il primo ottocentesco conserva la continuità con la Galleria vetrata progettata da Stefano Gasse, mentre quello moderno di Marcello Piacentini nega la continuità mediante l’impenetrabile costruzione dell’edificio del Banco di Napoli …” . È una constatazione già dibattuta e fa parte di quell’ampio ventaglio di critiche con le quale si presero le distanze, da certa architettura e metodi di intervento urbani definiti genericamente fascisti. Massimo Nunziata scriveva in una pubblicazione del 1961, su Napoli: “Non si può fare a meno di rilevare, a proposito di questi e di altri edifici del periodo fascista, come fosse logica conseguenza dell’incultura architettonica, dovuta tra l’altro anche alla stupidità politica di autosufficienza, la totale mancanza di rispetto per l’ambiente preesistente. Gli architetti napoletani del neo-rinascimento, del neo-barocco e persino del liberty, che aveva per assunto di liberarsi dei vecchi modi costruttivi, (…), avevano sempre tenuto in gran conto, anche se in maniera quasi inconsapevole, le preesistenze storiche nelle quali inserivano i loro edifici; e ciò concorreva a creare quella atmosfera particolare della città, che è la sua più grande prerogativa, la sua poetica realtà”. Il Banco di Napoli con il suo arretramento su via Toledo legittimava un valore monumentale, quasi di supremazia, sull’intorno, “assolutamente estraneo all’ambiente (Nunziata)”. Inoltre, con quale criterio Piacentini avrebbe dovuto salvare l’ “insignificante” passetto del Gasse, se il Banco di Napoli era quasi una “pietra d’angolo” del “Nuovo Centro degli Affari” al Rione Carità (1933-37)? La bonifica della Corsea S. Giuseppe, un intero brano di città, il Quartiere San Giuseppe, sebbene fosse già in programma dal 1912, come una onda lunga del Risanamento, rispecchiava perfettamente il concetto di ordine nuovo tanto perseguito in ottica fascista; fu una devastante opera di demolizione, importanti memorie storiche ed ambienti antichi cancellati per sempre, con uno sfruttamento speculativo dei suoli che continuò nel Dopoguerra, con la stessa insensibilità.
A.L. Rossi, riporta a tale proposito un commento di Sartre (1936): “è l’inizio della fine di Napoli. Ai fascisti non occorreranno più di vent’anni per trasformarla in una città quadrata, con le strade che si intersecano dritte, con grandi palazzi puliti di dieci piani . È quello che l’ha resa ancora più commovente per noi, perché è qualcosa che non può sopravvivere. Se restasse a lungo com’è, ci penserebbero il colera e il tifo a distruggerla. Ma, in realtà, Mussolini la distruggerà molto più rapidamente del colera. Così, la città è stretta tra due pericoli, epidemie e fascismo. Siamo ben contenti di averla vista: forse al nostro prossimo viaggio non ne resterà quasi nulla, forse sarà una Milano in riva al mare”. Sappiamo come andò a finire, il fascismo non sopravvisse, ma qualcosa di simile fu ugualmente perpetrato in epoca laurina.”
P.C.
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