SPERIAMO BENE …

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QUANDO C’ERANO “LE FERROVIE” …

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PRIVATO SU GOMMA …

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“Non demordono, ma ancora mordono” …

ELDORADO commented on Ceramiche …

“AMA o non Ama, la Pesaro gran ceramiche? Sora o Sorete?
E chi lo sa? Ma oggi non c’è più problema, Sergio 43. Non occorrono più esperti o Eldoradi. Basta Internet e google … e tutto è fatto. Digitare, digitare … e saprai di tutto e tutti.
Di Ama e Elso Sora ti allego infatti una scheda di una mostra del 2005: sta bella e pronta in http://www.museicivicipesaro.it, leggila ….
ma io a Pesaro ho amato sopra tutti Franco Bucci, un grande, un grandissimo maestro artigiano italiano, … veniva dall’arte dei metalli, … ma poi fu preso e compreso dalla ceramica rustica, dal design “paesano”, che studiò e rilanciò, … ora gli eredi continuano bene, … con gran fatica, … ma tengono ancora alta la bandierina delle arti applicate italiane. Non demordono, ma ancora mordono.

Così come, mi allargo, approfitto di Archiwatch, ho molto amato (ricambiato) la marchesa dell’arte industria Vittoria Toschi Mosca che (pensate quanto son vecchio), a fine ‘800, udite udite, restaurò e donò un intero suo palazzo con dentro le sue gran collezioni di arti applcate per “benefizio e vantaggio della gioventù studiosa e della classe operaia sempre da lei soccorsa e protetta”, come sta scritto in una gran targa marmorea sita salendo il grande scalone del fu Museo Industriale di Pesaro.
Nel 2003 lì ci feci una conferenza a suffragio dell’anima della romantica marchesa e dell’arte-industria. La intitolai con perfida simpatia: “Fine delle trasmissioni: Buona notte! Napoli, Pesaro e i musei d’arte industriale in Italia!” Saluti notturni,”

Eldorado

………… Apre a Pesaro sabato 30 luglio 2005, alle 18.00, a Palazzo Ducale, un evento espositivo dedicato ad uno dei protagonisti più significativi della storia della ceramica italiana promosso in occasione del primo centenario dalla sua nascita. L’esposizione nel Palazzo Ducale di Pesaro – a cura di Grazia Calegari – rende visibile al pubblico, finalmente, una ricca selezione delle opere di Elso Sora che comprende 80 ceramiche e 30 disegni circa.

Elso Sora nasce a Pesaro il 26 gennaio 1905 e inizia a lavorare come ceramista nel 1917, a 12 anni, nel laboratorio Molaroni, sotto la guida di Telesforo Bertozzini – famoso maiolicaro – e di un altro estroso artista argentino, Pietro Turri. Contemporaneamente, Sora frequenta la Scuola d’Arte e lo studio di Fernando Mariotti, uno dei protagonisti della pittura pesarese del ‘900. Nel 1930 la fabbrica Molaroni chiude per crisi economica; Elso viene assunto dall’architetto Giò Ponti che aveva ammirato alcuni suoi lavori alla Biennale di Monza, nella sezione Maioliche della Richard Ginori a Sesto Fiorentino, dove Sora lavora per sette anni, fino al 1937.

In quell’anno, rimasto vedovo e con un figlio piccolo da accudire, Elso deve tornare a Pesaro, dove riprende il lavoro alla Molaroni divenendone direttore artistico. Nel 1950, assieme al fratello Nemorino, a Vittorio Benvenuti e a Franco Ridolfi, costituisce la ditta A.M.A. (Artigiani Maiolicari Associati), una delle più attive nel settore della ceramica decorata ed istoriata di tradizione, che viene chiusa negli anni ’80. Elso Sora ha continuato a eseguire la sua personale produzione – originale e diversa dagli altri ceramisti pesaresi – fino all’ultimo mese di vita: muore a Pesaro il 13 agosto 1991. Alcune sue opere fanno parte del patrimonio dei Musei Civici di Pesaro, del Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza, di moltissime collezioni private in Italia e all’estero.

A cento anni dalla nascita, la mostra intende ricordare e fare conoscere questa figura di ceramista poco noto rispetto al suo effettivo valore di innovatore e di originale creatore di un linguaggio diverso, rispetto a quello del modernismo emergente nel ‘900 e a quello della tradizione maiolicara pesarese. Le prime frequentazioni di Elso Sora con la fabbrica Molaroni (l’anziano grande Telesforo Bertozzini e il fantasioso argentino Pietro Turri) e con la Scuola d’Arte (Luciano Castaldini e Fernando Mariotti) sono le basi della sua cultura eclettica, orientata dall’inizio verso un gusto della linea particolarmente accentuato; proprio questa sua caratteristica costituirà il suo elemento dominante rispetto, per fare solo un nome, alla volumetria più plastica di Bruno Baratti – l’altro grande innovatore della ceramica pesarese – sempre alternata alla produzione di bassorilievi e di sculture.

Sora è stato ceramista – pittore, nel senso che ha vissuto la necessità di trasferire sulla forma dei piatti e dei pannelli i temi mitologici, allegorici, realistici particolarmente amati, e di dipingere sulla terracotta con la stessa fluidità evidente già nei disegni del decennio 1920-30. I richiami all’Art déco, alla grafica di Dudovich o anche, per fermarci alla provincia di Pesaro, di qualche illustratore della Scuola di Urbino, sono particolarmente importanti perché precedono, in Sora, l’esperienza storicamente e biograficamente più rilevante: l’attività presso la fabbrica Richard Ginori dal 1930 al 1937, accanto all’architetto Giò Ponti, l’innovatore per eccellenza come arredatore d’interni, disegnatore industriale, scenografo, fondatore nel 1928 della rivista “Domus”.

Va poi ricordato un luogo pesarese d’incontri di particolare suggestione – villa Premuda – animato dalla proprietaria di origine bergamasca, la nota pittrice Luisa Fagioli Premuda, che apriva il suo salotto ad artisti come Elso Sora, Giancarlo Polidori, il maestro Arturo Melocchi (insegnante al Conservatorio Rossini, tra gli altri, di Mario Del Monaco e Renata Tebaldi), Annibale Ninchi, Nino Caffé, Fabio Tombari, Sandro Gallucci, Fernando Mariotti; ai più giovani Ulrico Schettini, Nanni Valentini, Guglielmo Malato, Claudio Sora figlio di Elso. Tra i fiori di villa Premuda – dove anche i Sora abitavano – è forse nata l’ispirazione dei decori floreali minutissimi che fanno da sfondo a tante scene su ceramica e si rincorrono per decenni in riccioli e volute fino all’ultimissima produzione.

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“SE SI ROMPE UN VETRO” …

Emanuele Arteniesi commented on GUNNAR ASPLUND IN ORDINE SPARSO … Post 9 …

“Nel mezzo.
Si può ancora lavorare la pietra per le fondazioni di case in tronchi?
Si può ancora usare la corteccia di betulla come isolante tra la pietra e il primo giro di tronchi?
Ma poi tocca smontare tutto dopo 30-40 anni.
Certe volte ho annerito al fuoco pali di betulla freschi per piantarli a terra. Si può fondare anche una scala d’accesso per superare la quota del basamento in pietra. Se invece metto sabbia, pietrisco e pietra su cui poggio del legno senza guaina quanto dura?
La terra si muove quando gela e disgela? Fino a che livello gela?
Se si restaura un pavimento o si gratta la vernice da un rivestimento di assi per riverniciarle quanto è pericolosa la cacca delle talpe? Si va in ospedale?
Nello scavo di una casa rurale tra il perimetro di pietra si può fare una cella per il cibo e si edifica quel bel castello di mattoni intorno al quale si chiudono le stanze e che è cucina a legna, forno e caldaia.
La sezione l’ho vista nei libri e una volta ho gettato dei concioni trapezoidali di cemento isolante per aumentare le prestazioni di una caldaia ma il castello non l’ho ancora fatto.
Se si rompe un vetro riverniciando una finestra se ne taglia uno nuovo e si fissa al telaio di legno con chiodini e una pasta, fatta di gesso, olio di lino e serotina siccativa, che gli uccelli poi si possono mangiare.
Certi chiavistelli sono bellissimi ma come si fanno? Pare non ci siano fabbri nei dintorni. Nel paese di Ilmariner.
Continua (non è detto che lo scriva)”

………….

Mi sembra ancora di sentire il profumo dell’olio di lino …

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“Il miglior fabbro”? … MADDECHE’? …

EDITORIALE

Renato Nicolini

In tempi di crisi edilizia così pronunciata, di un fatturato dell’industria edilizia di una o due decine di punti percentuali in meno – tornato indietro ai livelli del 2008 – di uno stock di edilizia di lusso invenduto così consistente nelle grandi aree metropolitane da far ritornare sui propri passi persino alcune Regioni come il Lazio, che aveva predisposto il Piano Casa secondo il pensiero di Silvio Berlusconi, si sente la necessità di una riflessione autocritica anche da parte degli architetti. Se le nostre responsabilità non sono paragonabili a quelle di politici, amministratori e costruttori, non abbiamo comunque saputo contrastare questa tendenza distruttiva, contro cui le aspirazioni di qualità dell’architettura sono destinate ad infrangersi.

Questa responsabilità ricade largamente sulla mia generazione, che si è formata avendo avuto come maestri Ludovico Quaroni, o la “tendenza” sia nella versione urbana IUAV (Carlo Aymonino, Nino Dardi, Luciano Semerani, Gianugo Polesello) sia nella versione milanese di Aldo Rossi, Giorgio Grassi o Guido Canella (che la metteva alla prova dell’hinterland ) … Ci siamo purtroppo distinti, più che un contributo originale che troppo spesso si è esaurito nel progetto, per la capacità di farci scivolare tra le dita il prestigio della professione e dell’insegnamento… Siamo ormai al termine della nostra attività di professori universitari. Gianni Accasto e Giuseppe Rebecchini sono andati in pensione, Franco Purini sta per andarci, io stesso ci andrò alla fine del 2012…

Franco Purini, che in altre occasioni ho definito il miglior fabro senza pentirmene, ha colto l’occasione dell’addio all’Università per un’ultima lezione che è stata anche una riflessione autocritica, sulle certezze di questa generazione che non ha retto alla prova dei fatti. L’ ultima lezione di Franco Purini a Valle Giulia mi è sembrata bella per la cura con cui Franco ha cancellato le tracce di illusorie certezze teoriche (su cui si appoggiava non solo il suo lavoro), cominciando dal titolo scelto: “alcuni temi su cui abbiamo dovuto cambiare idea”. Argomento dopo argomento, i creduti pilastri della disciplina hanno dovuto fare spazio a qualcosa di simile al vuoto socratico: “questo solo so, so di non sapere”. Franco Purini, simile al San Francesco di Giotto, ha deposto le vesti accademiche per mantenere intatto un possibile nuovo inizio (suo e dei suoi compagni) da eterno scolaro. Dove mi sembrava emergesse l’eco di un non dimenticato intervento di Galvano della Volpe all’occupazione di valle Giulia del ’63: lo scopo dell’architettura è costruire“case belle per i più”, trasformata nella lezione di Purini in “miglioramento dell’abitare” e nella realizzazione di “occasioni sempre più vaste di libertà e felicità”. La forma chiusa dell’oggetto architettonico (che però forse non è stata la primissima scelta di Purini, allievo di Sacripanti) cede il posto al processo. Curiosamente mi viene in mente il contraddittorio e stentato Persico piuttosto che lo splendore di Terragni: il rischio maggiore per l’architettura è “inaridire in una questione di stile”. Purini aggiunge una preziosa riflessione sul rapporto tra utopia e realtà, centrale nel pensiero architettonico italiano della ricostruzione, partendo da Ernesto N. Rogers. C’è qualche traccia di tensione verso il futuro non solo in Archigram ed in Superstudio, ma anche in quartieri come lo ZEN di Gregotti e Purini o il Corviale di Mario Fiorentino. Oltre evidenti errori di valutazione sociologica e di politica della gestione, bisogna oggi recuperare, di fronte ad una crisi che comincia ad aggiungere alle abitazioni invendute qualche negozio di lusso che chiude improvvisamente nelle aree più centrali, il tentativo di cambiamento partendo da un duro senso della realtà che ZEN e Corviale (e la stessa Scampia di Franz Di Salvo) sanno esprimere. Per riappropriarci, assieme al valore degli spazi pubblici, del senso di “bene comune” della città: la città, che, come diceva Eduardo in Napoli Milionaria è “un poco” la casa di tutti, il prolungamento dell’abitazione, che può così anche essere minima… Qualcosa di più essenziale, per i tempi in cui viviamo, della favola usurata dell’espansione illimitata, della ricchezza alla portata di ognuno… Non è la ricchezza, ma la dignità e la pienezza della vita, il piacere della vita libera e ricca di relazioni, non rinchiusa nelle prigioni religiose sociali o classiste, lo scopo dell’uomo. Non si tratta di mettere ordine nel caos, il reticolo geometrico non è il compito dell’architettura, poteva esserlo nell’Atene di Pericle; ma non lo è neppure l’esaltazione del caos urbano per partito preso, in una parodia di Nietzsche che lo avrebbe fatto inorridire. Il lavoro del progettista è parziale, si tratta di recuperare il senso del luogo nel mondo globale, mettendo ordine magari in una porzione molto limitata di spazio. Ma è un compito specifico cui l’architetto non si può sottrarre, senza pensare che le contraddizioni possano essere semplicisticamente risolte annullandole nell’ “ambiente” o nel “paesaggio”, intese più come nuove parole magiche che come territori difficili e nuovi della disciplina.

……………..

Renato è colto, … simpatico, … intelligente, …

ma di architettura … quasi niente …

quando parla di Franco, poi, …

quasi da ricovero …

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Ceramiche …

“Tramite Archiwatch, da appassionato dilettante della materia, desideravo chiedere a Edoardo Alamaro, altrettanto e professionale appassionato e fine conoscitore dei luoghi di produzione ceramica, la sua opinione, sia storica sia critica, su questa collezione: servizio da portata, servizio da tè e piatti decorativi che ho ricevuto per successione e di cui ho fotografato, male, alcuni esemplari. Sul retro degli oggetti appare la scritta ”A.M.A – Pesaro – Italia – E. Sora” (evidentemente l’Autore).
Mi ha particolarmente intrigato la veste decorativa da “Capriccio architettonico”, come se l’Autore si fosse voluto ispirare, tanto per mia  esagerazione, ai “Capricci romani” di Giovanni Paolo Pannini. Quindi può dirmi: che cosa è la sigla A.M.A. e soprattutto chi è E. Sora?
Ringrazio Edoardo Alamaro se avesse avuto la possibilità di dedicarmi un po’ del suo tempo.
Sergio 43

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CONTINUA …

Da Emanuele Arteniesi: …

Che dire?
ieri ho letto:
“La sola comunicazione che possiamo auspicare,
come perfettamente adatta al mondo moderno,
è il modello di Adorno, il messaggio nella bottiglia,
o il modello nietzschiano, la freccia scoccata dall’arco di un pensatore
e raccolta da un altro”
Gilles Deleuze, Pourparler

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FABBRO FINNICO …

Emanuele Arteniesi commented on GUNNAR ASPLUND IN ORDINE SPARSO … Post 9 …

Ilmarinen

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