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VILLA ARZILLA CATERING …
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HOLLYWOOD BOULEVARD STARS …
Pietro Pagliardini su UN PEZZO DA ANTOLOGIA …
“Caro professor Murator, ci hanno accomunato, bontà di qfwfq, in questa fantasiosa parodia hollywoodiana, ma a parti completamente invertite, con un finale di speranza aperto a quella che nel piccolo gergo della politica si chiama inciucio e in quello grande degli architetti si chiama terza via.
Lusingato dalla bella compagnia in cui sono stato immeritatamente inserito, non posso fare altro che godermi questo momento di inattesa quanto gradita gloria, aspettando di essere inserito nell’Hollywood Boulevard, o Viale delle stelle, laddove il mio nome, insieme al suo e a quello della compagnia degli umani, quelli veri, sia impresso a imperitura memoria.”
Petro
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UN PEZZO DA ANTOLOGIA …
qfwfq su OSCAR? … “UN ARCHITETTO MAI NATO” …
Oscar vs Terminator « Amate l’Architettura su OSCAR? … “UN ARCHITETTO MAI NATO” …
Oscar vs Terminator
Le macchine infernali stanno combattendo la loro battaglia con gli umani, ma gli umani resistono, non ne vogliono sapere di farsi sterminare, anzi la ribellione si sta facendo sempre più forte ed organizzata. Questo grazie all’azione di Oscar l’Immortale (così detto per la sua longevità che lo ha portato a vivere fino a 104 anni), il temibile capostipite dei ribelli, conosciuti dalle macchine con il nome in codice di Modernisti. I Modernisti sono la chiave di tutto; dall’alleanza dei Modernisti con gli Organicisti (altro gruppo guerrigliero capitanato da Zevius) si sono evoluti i Decostruttivisti, e dai Decostruttivisti sono nati i potenti guerrieri cyborg noti come Archistar. Oscar ha insegnato ai ribelli come usare il Cementacciaio per contaminare il preziosissimo Contesto, la materia prima che fornisce energia alle macchine.
Dopo anni di scontri e devastazioni, la guerra sembra essere arrivata ad un punto di stallo, non si riesce a intravere una fine agli scontri e nessuna delle due parti sembra riuscire a prevalere definitivamente sull’altra. Nonostante i colpi subiti, i guerrieri Zazzà, Fuffas e Calatravius continuano a resistere, forti del Cementacciaio che immettono direttamente dentro il Niurbanism, l’habitat naturale delle macchine.
Carlus Anglicus, il superprocessore che governa simbioticamente le macchine, insieme ai Tetradearchitettonici, i patriarchi Mentat che sovrintendono al governo delle macchine (Krier, Nikos, Petro e EMM la macchina onnisciente), ha studiato un piano diabolico, la soluzione finale: annullare la storia. Abbattere l’origine stessa dei potenti cyborg. Uccidere uno ad uno i padri fondatori del Modernismo negandone la stessa esistenza. Se il modernismo non fosse mai nato, questa è la loro diabolica strategia, automaticamente cesserebbero di esistere tutti i loro discendenti, e il mondo si libererebbe in un colpo solo di tutti i ribelli; le macchine potrebbero quindi imperare dedicandosi alla costruzione del loro mondo perfetto, ciclicamente autorigenerativo, finalmente liberato dalle imprefezioni degli umani; persino il terribile Cementacciaio non esisterebbe più.
Dopo avere eliminato i principali capostipiti ribelli, Le Corbù e Wrietosan, e dopo avere ridotto all’impotenza Zevius e i suoi diretti seguaci, Carlus progetta infine di cancellare l’esistenza anche di Oscar l’Immortale, considerato l’ultimo anello genetico da rimuovere per completare il suo piano.
Carlus ha scelto per la missione il temibile Murator, un simbionte postumano che regna incontrastato nell’Archiwatch, uno spazio cibernetico ciclofluidificato, i cui abitanti sopravvivono autoalimentandosi degli script e dei contenuti digitali da loro stessi generati che Murator raccoglie rielabora e ridistribuisce traendo energia dai processi ciclici che mette in atto.
Murator non ha perso tempo e, approfittando di un momento di cedimento della setta dei modernisti (dovuta alla inaspettata morte dell’Immortale), ha lanciato immediatamente il suo Ciclopost:
OSCAR? … “UN ARCHITETTO MAI NATO”
un pericolosissimo virus spazio temporale reagente a livello empatico che si diffonde sul canale tipo-filologico sfruttando le pieghe degli universi paralleli.
Negando la nascita dell’architetto solo con la enunciazione del Ciclopost (supportatto da variazioni genetiche fantasimpatiche), Murator è convinto che riuscirà a sgretolare le 5 Leggi, i principi fisici stabiliti da Le Corbù che hanno guidato i modernisti nella loro battaglia.
Un duro colpo per i cyborg Archistar, al quale hanno prontamente risposto, e dalla base spaziale di Ravel stanno immettendo nel cyberspazio dosi massicce di Telegatti che contrastano l’azione del virus utilizzando il codice catodico TV:
“Se vi piace chiamatemi Oscar!”
Lo scontro è duro, anche perchè la posta in gioco è la sopravvivenza degli umani, mentre le stesse macchine, pur di negare l’esistenza degli umani capostipiti negando la storia, mettono a rischio la loro stessa natura hyperstorica.
Siamo forse alla fine del mondo così come lo abbiamo conosciuto?
Siamo di fronte alla fine dell’epoca delle macchine e degli umani?
Lontano sullo sfondo un misterioso essere lavora in segreto in attesa che si consumi la devastazione del mondo; esso prepara una nuova società dove una versione del Cementacciaio potrà essere utilizzato senza danneggiare il Contesto e dove la sopravvivenza di una nuova stirpe di esseri metà macchine e metà umani non sarà più legata ne alle 5 Leggi e ne al Contesto.
C’è forse speranza per il futuro del mondo?
L’alba di una nuova era si avvicina!
tag: Muratore, Niemeyer, Terminator
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I PRIMI SETTANT’ANNI DELL’EUR …
… il quartiere dell’E’42 successivamente ribattezzato EUR, luogo della Esposizione Universale di Roma programmata per il 1942 e mai realizzata a causa dello scoppio della seconda guerra mondiale. All’interno di questo quartiere, completato poi nel dopoguerra, trovano posto alcune delle architetture più significative di quella piacentiniana “idea di città” che l’Italia degli anni quaranta andava definendo in opposizione alle tendenze razionaliste ed internazionaliste contemporanee, altrove dominanti. Si tratta di un nucleo urbano di grande respiro, organizzato secondo ipotesi monumentali, rappresentative e distributive prese a prestito dall’urbanistica classica, all’interno del quale vennero collocati edifici di notevole significato simbolico come il “Palazzo della Civiltà Italiana”, opera di Guerrini, La Padula e Romano, il “Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi”, opera di Libera, il “Palazzo degli Uffici” opera di Minnucci, i “Musei” della “Piazza Imperiale” cui collaborarono Fariello, Muratori, Quaroni, Moretti ed altri, l’edificio delle “Poste” di Banfi, Belgioioso, Peressutti e Rogers, il “Museo della Civiltà Romana” di Aschieri, Bernardini e Pascoletti, i “Palazzi” INA e INPS di Muzio, Paniconi e Pediconi, la “Chiesa dei Santi Pietro e Paolo” di Foschini.
In quel contesto, l’edificio che doveva assumere il ruolo di simbolo della vicenda espositiva, cioè il palazzo della Civiltà, diventò occasione per portare ad estreme conseguenze la formula di astrazione dell’architettura classica, in altre occasioni appoggiatasi alla metafisicità del primo De Chirico. E di contro, nello stesso quartiere l’edificio di Libera, il Palazzo dei Ricevimenti e dei Congressi, pur affondando le ragioni delle proprie certezze negli stessi argomenti ideali, trovò altresì l’occasione per sperimentare (attraverso il gusto del dettaglio, la finezza delle scelte tecnologiche e certe sofisticatissime soluzioni, sospese tra alta tecnologia e filologia neoclassica) gli elementi di approfondimento che quell’architettura portava con sè. Sicuramente l’opera più importante di Libera, il palazzo dei Congressi testimonia la raggiunta maturità dell’architettura italiana del periodo e sintetizza in maniera efficace, nella sua figura ancipite, i punti diametrali del dibattito descritto finora.
Il capolavoro urbanistico di Marcello Piacentini, il quartiere sorto in occasione della prevista Esposizione Universale del 1942 compie quindi i suoi primi settant’anni.
Oggetto di polemiche fin dalle sue origini, nell’immediato dopoguerra furono i molti ad invocarne addirittura la demolizione per cancellare in quella cruenta damnatio memoriae del passato regime, oltre al ricordo, anche la traccia architettonica. E, per la verità, qualche cosa accadde in tal senso, l’edificio realizzato da Armando Brasini per l’Istituto Forestale fu abbattuto con la dinamite e altrettanto si invocava per il “Colosseo quadrato”, molti edifici furono completati e modificati in sintonia con i mutati gusti del tempo, come nel caso del Ristorante (piccolo capolavoro di Ettore Rossi, oggi quasi irriconoscibile) e molti altri spazi pubblici, come la centrale Piazza Imperiale, furono “mascherati” per sovrapporre un’immagine più moderna e tecnologica ai colonnati e alle scenografiche apparecchiature del passato regime.
Il quartiere infatti, oltre ad ospitare l’Esposizione prevista per il ’42, donde il logo vagamente futurista di “E’42”, doveva sostanzialmente testimoniare a vent’anni dalla marcia su Roma, i fasti di un potere che da tempo aveva percepito la valenza simbolica e propagandistica dell’architettura contemporanea e ne aveva perciò fatto uno dei suoi punti forti nella politica di persuasione, di consenso e di coinvolgimento delle masse popolari, come pure delle forze intellettuali, professionali ed industriali del paese.
Un quartiere “simbolo” perciò, più ancora che un quartiere “modello”, il quale sarebbe dovuto diventare, nell’idea dei progettisti e dei loro ispiratori, il punto di aggregazione del nuovo sviluppo urbano della capitale del regno e dell’impero.
Un quartiere che si collocava strategicamente tra il centro antico e i nuovi territori appena “redenti” dell’agro pontino che si spingevano oltre le città nuove di Littoria, di Pomezia, di Pontinia e di Sabaudia, fino all’emergenza magica e misteriosa del Circeo; punto di riferimento di un’imponente struttura territoriale ed urbana imperniata sulla Via Imperiale che dal Vittoriano avrebbe portato al Mare.
Con i suoi edifici, tutti o quasi oggetto di concorso e realizzati dai migliori (e spesso peraltro giovanissimi) architetti del momento, il quartiere, bloccato dalla guerra, rimase a lungo in uno stato di lunare abbandono, luogo privilegiato per il cinema romano di quegli anni difficili che vi ambientò più riprese, scene numerose, sia di soggetto neo-classico che neo-realista.
Da Fellini ad Antonioni, da Pasolini a Bertolucci, a Pietrangeli, sono stati in molti ad approfittare della naturale disponibilità di quegli spazi dall’immagine fortemente connotata, allora ancora sospesi tra l’incubo e la nostalgia, tra la memoria e la speranza.
Erano però assai pochi, negli anni sessanta, gli architetti abbastanza robusti intellettualmente e culturalmente in grado di ricordare senza un sapore di vergogna o di malinteso pudore la partecipazione a quella, invece straordinaria, avventura edilizia che pur aveva visto collaborare insieme, fianco a fianco, Libera e Nervi, Muratori e Quaroni, Muzio e La Padula, Rossi e Aschieri, Fariello e De Renzi, Pollini e Belgioioso, Minnucci e Pediconi, solo per fare qualche nome, alla più complessa vicenda architettonica europea della fine degli anni trenta.
Tante, troppe furono le abiure non richieste, le facili amnesie, gli omissis pretestuosi.
Ma di quell’avventura che vide lavorare insieme architetti e artisti, urbanisti e pittori, ingegneri e scultori, filosofi e palazzinari, era evidente l’impaccio e, nonostante lo sforzo e la caparbietà di alcuni tecnici valorosi, di Virgilio Testa soprattutto, il rapporto difficile e dialettico con la città storica fu comunque complesso e contradittorio.
Dal Campidoglio poi, si guardava con diffidenza e sospetto alle autonomie gestionali di cui godeva questa parte così cospicua della città, che si governava autonomamente, e secondo criteri ben lontani dalle abitudini amministrative più consolidate.
E fu così che, paradossalmente, in piena democrazia, proprio quel quartiere, simbolo pietrificato del passato regime, fu quello che meglio funzionava, che riusciva a mantenere forme di pianificazione e di controllo ambientale moderne, a funzionare secondo formule che nessuna legge urbanistica e nessuna amministrazione capitolina avrebbe saputo e voluto interpretare con altrettale coerenza e analoghi risultati.
L’EUR andò così affollandosi di Ministeri, da quello delle Poste a quello delle Finanze, a quello della Sanità e di nuove importanti strutture terziarie. Al Palazzo della Civiltà, a quello dei Congressi, ai quattro originari Musei affacciati sulla Piazza Imperiale e a quello della Civiltà Romana (già dono della FIAT alla città, del Senatore Agnelli al Governatore di Roma), si andarono così ad affiancare le nuove strutture dell’ENI, dell’INPS, della Confindustria, della Società Generale Immobiliare, della ESSO, dell’IMI, dell’ICE, del Banco di Roma, dell’Alitalia (ora IBM), il Palazzo dello Sport, il Velodromo, il Palazzo della Democrazia Cristiana, restituendoci, nel complesso, l’ultimo quartiere romano al passo coi tempi, con le dimensioni e le vocazioni di un moderno Centro Direzionale.
Non a caso quando, ancora oggi, qualche architetto straniero in visita a Roma, dopo il canonico “bagno di storia” cerca di visitare qualche nuova realizzazione, è soltanto l’EUR l’unica destinazione possibile, a meno di non voler scadere nel folklore metropolitano e negli abissi da megalopoli mediterranea della cintura periferica romana.
L’EUR è diventato infatti l’unico centro di aggregazione di una prossima realtà metropolitana fatta di storia e non solo di vaneggiamenti tecnologici, di un futuro fatto di attenzione e di rispetto per il passato, anche relativamente prossimo, capace di rappresentare efficacemente Roma sul piano internazionale e di incuriosire utilmente una lettura colta della sua storia più recente.
in E. Valeriani e F. Innamorati,
EUR Quartiere di Architetture,
De Luca Editori d’Arte,
Roma 2012.
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CHI L’HA VISTO? … FINALMENTE RITROVATO L’AFFRESCO SCOMPARSO NEL ’43 …
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TRENTACINQUE ANNI … MAMMAMIACHEIMPRESSIONE …
liuk su UN’ARCHITETTURA PUBBLICITARIA …
“…quella che sarebbe stata una delle costanti nella definizione del progetto: il dare spettacolo… un gigantesco oggetto di consumo … una specie di Carosello pietrificato ove al posto del regista troviamo l’architetto… quasi la mera ricerca di un marchio di fabbrica, di una immagine caratteristica, di uno status-symbol che, di per sé, fosse veicolo di un messaggio pubblicitario pregnante e permanente”
hai capito il professore, 35 anni fa aveva già capito tutto… er Pasolini della critica architettonica…”
……………….
“nel necrologio al vetriolo, gustosissimo, si citava Zevi nei confronti di Piacentini. Ma in questo articolo sembra esserci proprio quell’odio-amore, quell’ammirazione che si vuole per forza sopire ma che trapela tra le righe, che mi spinse tanti anni fa, leggendo Zevi, ad interessarmi del “mostro” Piacentini, tanta era la forza diabolica della sua figura che emergeva dal tentativo di demolizione del caro Bruno…”
………….
Caro liuk …
lei mi confonde …
“er Pasolini della critica architettonica …”
fin qui, non me lo aveva detto ancora nessuno …
ed è, ovviamente, il sogno di una vita intera, …
ma, adesso, sai le pernacchie …
e chissà quanti fegati peraltro schiatteranno …
poi nel suo ulteriore commento …
sappia che anch’io, rileggendomi, …
naturalmente solo per infausta e contingente necessità redazionale, …
ho avuto la stessa sua sensazione …
e peraltro, i motivi che mi hanno poi spinto ad occuparmi un po’ di Marcello, …
sono identici ai suoi …
non so come le vada con l’architettura …
spero bene, naturalmente, …
ma, semmai, con la psicanalisi …
credo che potrebbe avere un sicuro successo …
non si sa mai, nella vita …
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“sintesi padana” …
Angiolino Imperadori su UN’ARCHITETTURA PUBBLICITARIA …
“In quel numero di Casabella era pure recensito un’ottuso big box di Zanuso realizzato poco distante, in confronto a quello l’architettura pubblicitaria di Niemyier giganteggia e trova una sintesi padana tra le forme sinuose delle signore di Rio e le rigide ortogonalità nordiche;
p.s. nel n.753 di casabella il progetto di segrate è illustrato anche con dovizia di dettagli relativi alla parte strutturale.“
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“Luciano Baldessari era un genio” …
oyrad su VOI METTE LUCIANO CO’ OSCAR? …
“Ho parlato giusto ieri con l’arch. Zita Mosca Baldessari, a proposito del Bar Craja, citato e in parte descritto in un capitoletto di un libro di Alberto Vigevani, “Milano ancora ieri”, appena ri-pubblicato da Sellerio.
Luciano Baldessari era un genio. E’ inaccettabile che la bella cappella di Santa Lucia di Caravate, in provincia di Varese, si trovi in uno stato di conservazione assolutamente pietoso… andrebbe restaurata al più presto!”
Cappella di Santa Lucia Caravate (Varese)
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