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- Venerdì 17 aprile dalle 17:30 vi aspettiamo per un incontro di studi su VENTURINO VENTURA, al Centro Studi GM.
- Al Centro Studi GM. PRESENTAZIONE del volume “THE OTHER ROME” curato da Jean-Francois Lejeune 13 febbraio 2026.
- Al Centro Studi GM. PRESENTAZIONE del volume “THE OTHER ROME” curato da Jean-Francois Lejeune
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BISILURO TARF …
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AEREODINAMICA SPERIMENTALE …
Vittoria dell’ingegnere Furmanik su una Maserati sull’autostrada …
ATLETA DELL’Automobile Club Roma, si era sempre dedicato ai collaudi ed alla creazione di prototipi con i quali aveva ottenuto poi risultati di grande rilievo. Il primo nel ’34 quando sulla Firenze-Mare conquistava il record classe C (1.100 cc.) sul chilometro lanciato alla media di 222,634. Due anni dopo a Pescara, stavolta su vettura classe G, otteneva il primato del chilometro da fermo in 27’’38/100 alla media 131,483 (p.p. 128,342) e del miglio in 39’’57/100 media km. 146,415 (p.p. 143,088). Venti giorni dopo sulla Firenze-Mare migliorava gli stessi primati con partenza lanciata, sul chilometro in 14’’42/100 media 249,653 (p.p. 220,453) e del miglio in 27’’28/100 media 212,376 (p.p. 207,127). Migliorava inoltre i primati di classe D sul chilometro da fermo in 23’’865/1.000 media 150,849 (p.p. 142,153) e del miglio da fermo in 35’’00 alla media di km. 165,532 (p.p. 153,108). Nel 1937 sulla Firenze-Mare il 2 e 3 giugno migliorava i primati di classe F1 nel chilometro da fermo in 24’’935/1.000 media 144,3 e miglia 89,69 (p.p. 26’’21, media 137,352 e miglia 85,35). Miglio da fermo in 34’’325/1000 media 168,8 e di miglia 104,9 (p.p. 37’’47 media 154,620 e miglia 96,8). chilometro lanciato in 15’’9/100 alla media di km. 238,6 e miglia 148,2 (p.p. 15’’61 km. 230,621 e miglia 143,307). Le prove erano avvenute su una Maserati di 1.495 cc. allestita con la collaborazione del Centro Sperimentale di Guidonia.
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ATTENTO A NDO’ METTI LI PIEDI …
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PIETRO BARUCCI & LUCIO PASSARELLI … DUE PROTAGONISTI DEGLI ANNI SESSANTA A ROMA …
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Da un’abile e assai coltivata elaborazione di tutte queste tematiche prevalenti prende forma e sostanza il vero capolavoro di Pietro Barucci: il Centro Direzionale di Piazzale Caravaggio a Roma.Vera e propria, purtroppo celibe, Porta di ingresso al sistema direzionale romano il complesso di edifici, che si configurano come veri e propri propilei al mai realizzato Asse Attrezzato, sintetizza in maniera esemplare la posizione teorica e la poetica di Barucci. Troviamo qui un’attenzione alla grande dimensione urbanistica che non trova corrispettivi nel contesto romano e, insieme, un’attenzione, consapevole, al dettaglio tecnologico che tocca le più piccole scale senza scadere in artificiose leziosità decorative mentre l’articolazione dei grandi volumi terziari trova modo di alleggerire le grandi masse che si sfrangiano avvolgendosi nelle spire delle scale di emergenza capaci di affermarsi come protagoniste nel disegno dell’intero insieme. Un complesso unico per la città di Roma e che ancora, alla distanza di tanti anni, conferma della altissima qualità di un progetto, non ce ne voglia l’autore, magistralmente, “foschiniano”. Forma, funzione, immagine, valore simbolico si fondono e si stemperano in un insieme capace di resistere al tempo dando corpo ad un’architettura tanto poco frequentata dalla critica quanto, altrimenti, capace di imporsi per qualità e temperamento nella storia più profonda dell’immagine della città. Nel solco di quest’esperienza capitale e tenendo anche conto delle sperimentazioni tipo-tecnologiche portate avanti nel nuovo quartiere Tiburtino-Sud a partire dai primi settanta, trova posto un decennio più tardi, la più cospicua e complessa operazione mai promossa dallo IACP romano: quella relativa al piano di zona denominato Laurentino 38. Occasione unica per verificare lo stato dell’arte a ridosso del decennio appena concluso il Laurentino 38 rappresenta per la città, insieme alle coeve esperienze di Spinaceto, di Vigne Nuove, e di Corviale, solo per fare qualche nome emblematico, uno degli ultimi grandi sforzi di coordinamento e di sperimentazione tra architettura e urbanistica per dare forma compiuta allo sviluppo di una città che si voleva ancora “progettabile” secondo e attraverso gli strumenti della cultura “moderna”. Cultura che, secondo le diffuse aspirazioni di allora, avrebbe dovuto e potuto consentire ad una società civile di dotarsi di strumenti, di apparati, di logiche, di schemi, di procedimenti, di standard e di obiettivi tali da determinare la crescita urbana nel solco di una tradizione progettuale adottata un po’ da tutti i principali e più avanzati paesi europei.
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Sono questi gli stessi anni nei quali prende corpo l’edificio più noto dei Passarelli, quello realizzato per conto dell’Istituto Romano Beni Stabili, vis a vis al vecchio studio di via Campania e al minuscolo complesso De Monfort, a due passi dalle chiese di Santa Teresa e di san Camillo. Un edificio polifunzionale che ospita residenze, uffici e spazi commerciali, che ha avuto grande notorietà e la ventura di essere annoverato da Bruno Zevi tra i rari “capolavori” dell’architettura italiana del Novecento. Non è certo questa la sede per tessere ancora le lodi di un edificio notissimo cui sono stati dedicati volumi interi, quello che è certo è che esso rappresenta quanto di meglio l’architettura romana dei primi sessanta abbia saputo esprimere soprattutto per quella rara capacità di corrispondere in maniera piena ai bisogni di autorappresentazione di un’architettura dichiaratamente moderna, ma capace di farsi carico in maniera esemplare dei necessari e vitali rapporti con la storia dei luoghi, con l’onda lunga di un’idea di architettura per tanti versi capace di esprimere il senso più profondo della città e della sua stratificata vicenda edilizia. Un edificio che fa appunto sua l’idea di stratificazione e di contesto, che si misura con la memoria di un luogo segnato da millenni dal perimetro aureliano, che dialoga felicemente con le giaciture e le assialità, con i materiali e i segni di un contesto urbano complesso e altresì con i valori di uno sperimentalismo progettuale contemporaneo vitale e maturo. Un edificio che dialoga insieme con la Roma più antica, con quella che è andata crescendo dentro e fuori le mura ed è capace di aprire un dialogo con quelle opere esemplari che, anch’esse, hanno cercato, trovandolo, il modo di esorcizzare il tema della stratificazione come le non dimenticate realizzazioni di Mario Ridolfi a via Porpora e a via Paisiello. E come quest’ultimo era stato capace di sovrapporsi con rispettosa perentorietà al villino Astaldi di Foschini e a quello Alatri di Morpurgo in quelle che restano tra le due migliori tra le sue ultime fabbriche romane, così qui i Passarelli, quasi in continuità logica, metodologica e poetica con quelle paiono affiancarsi riprendendone significati profondi, suggetioni plastiche e motivi di ispirazione ancora oggi cariche di potenzialità espressive. Affacciarsi alle finestre dello studio e gettare lo sguardo attorno, soffermandosi sui dettagli di quell’edificio, è, ancora oggi, un’esperienza estetica indimenticabile e che dà il senso di una vera, magistrale, lezione di architettura.
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FURMANIK E IL PARACADUTE … DALLA GALLERIA DEL VENTO AL LUNGOTEVERE …
“1937 – Ing. Giuseppe Furmanik gets out of his 4CM 1500 ‘carenato’ (streamlined) after a world speed record attempt on the Firenze-Mare autostrada. The aerodynamic bodywork was designed by the Centro Sperimentale Aeronautico di Giudonia and built by Viotti of Turin. Standing on the left of the photograph is Ernesto Maserati. Furmanik broke the world speed record for the flying kilometre in the 1½-litre class with a speed of 148.4 mph.”
… “pioniere del paracadute moderno fu Prospero Freri, pilota da caccia e collaudatore durante la Grande Guerra proveniente dall’Esercito. Dal 1921 studiò il progetto del paracadute giungendo con l’aiuto dell’ingegnere Giuseppe Furmanik al modello Salvator b che pesava sei chili, poteva essere indossato dal pilota e dai passeggeri ed era azionato da una fune vincolata all’aereo o manualmente.” …
così si capiscono molte cose sulla qualità di quel progetto …
ancora una volta un committente e dei progettisti all’altezza …
e un’architettura che ne rappresenta al meglio le capacità tecniche e la cultura …
Guidonia … aereodinamica … galleria del vento … paracadute …
anche la pianta, sul retro, …
ricorda la sezione di un paracadute …
che credo Furmanik producesse industrialmente …
e la finitura e il colore dell’intonaco …
prima dei rimaneggiamenti …
alludevano ai caratteri della seta grezza …
insomma, l’architettura, quando c’è, …
parla …
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ANVEDI CHE PITALE …
sergio 43 commented on UN’ARCHITETTURA PUBBLICITARIA …
“Caro Prof, la sua lezione é dell’aprile 1977 ma a me sembra, se per esempio andiamo a riguardare la nuova ala dello Stedelijk Museum di Amsterdam, perfettamente attuale. Per fortuna é sempre vivo il caustico sentimento popolare, molto più accorto e sottile di tante intelligenze. Come i cittadini romani osservarono perplessi il “dente cariato” improvvisamente suppurato al centro della città così sembra che i cittadini olandesi abbiano subito apostrofato come “vasca da bagno” la nuova addizione che fa una figura di merda accanto alla vecchia sede del museo.”
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