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“Quanto me piace ‘sto cantiere, Doria’!” “Sarà …”
Pubblicato in Architettura, Archiwatch Archivio
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Dal nostro infiltrato speciale …
“Alla faccia dei dissenzienti! Visto che a qualcosa serve? Come location e cornice per una sfilata e per una rivista di moda, niente male! E perché? Un film con Tom Cruise, tipo Mission Impossible, guadagnerebbe una nomination per gli Effetti Speciali?A questo punto, la fantasia va dove vuole e non mi dispiacerebbe che venisse destinata a sede museale, tipo Centrale Montemartini.
Giorni fa mi sono infilato da portoghese in una visita guidata alla nuvola (solo un maligno pensiero che una volta ricoperta, la struttura, più che a una nuvola, assomiglierà a una patata di Avezzano?) e ho fatto golosamente delle fotografie. Questa è quella che mi è venuta meglio”.
Sergio 43
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Vinse Le Corbu … poi … il solito geometra …
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FINALMENTE …
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TIPICAMENTE LECORBUSIERIANO …
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BROGGI … CARATTERI LOCALI …
ettore maria mazzola commented on: CARLO BROGGI: UN MILANESE A ROMA …
“Relativamente alla maestria di Broggi nel controllo delle grandi volumetrie di questo splendido complesso, lungi dallo scadere nella monotonia delle enormi masse ottocentesche, ma soprattutto sulla sua immedesimazione nella tradizione romana nonostante venisse da Milano, preferisco affidarmi alle parole di Roberto Papini su una rivista dell’epoca: «Quel vasto edificio è parso subito, anche al pubblico grosso, perfettamente ambientato: il che costituisce un pregio reale e difficilmente discutibile. […] Nella risoluzione di tali problemi, nell’alternanza di piani lisci e scabri dell’intonaco, nel movimento delle masse e nella curvatura delle linee, Carlo Broggi ha segnato un sensibile progresso rispetto alle precedenti opere d’architettura, fra le quali è quella Villa Picardi, infiorata di grazie settecentesche ma ancora timida e malcerta nella fragilità della concezione scenografica. Ed è particolarmente interessante vedere un architetto milanese il quale, venendo a Roma, ha sentito il bisogno d’accordarsi con l’ambiente, di mantenersi nella sobrietà dell’ornamentazione che è caratteristica del buon barocco romano, non mai dimentico, della classica semplicità»
Quanti architetti di oggi sono disposti a disegnare per un luogo, piuttosto che limitarsi a mettere la propria “griffe” prescindendo dal carattere locale?
Ciao”
Ettore
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BISCHERATE “STORICHE” …
Andrea Di Martino commented on LENCI RITITOLA GALASSI …
Scusate ma quanno è troppo è troppo. Er troppo stroppia, direbbe quarcuno… E allora, nello spirito di Falso Cascioli (vero “alter ego” del Galassi), mi permetto anch’io di praticare un po’ di sana dissacrazione. Ditemi voi se dobbiamo star qui a discutere del significato di termini come luminanza e crominanza in rapporto all’opera in questione e alle sue modificazioni nel tempo, solo perchè (cito testualmente), “questo linguaggio da tubo catodico ha perplesso un poco tutti … ricordando ai più il noioso periodo di studio di quell’esame … Fisica Tecnica e Impianti … piuttosto che un contesto di creatività ed espressione poetica all’interno del quale il breve scritto voleva sembrarsi calare con quella eleganza raffinata notata da tutti”. Ma tutti chi? Quelli che hanno preso parte alle (non meglio precisate) “etiliche telefonate tra appassionati”? Ma appassionati di che? Del Galassi artista? Dell’arte in senso lato? Delle interpretazioni che di essa ci vengono fornite da un noto cattedratico di San Pietro in vincoli? In realtà, anche nell’ipotesi che quello scritto sia di natura sottilmente burlesca (detto con riferimento alla sottile allusione della frase che ho citato all’inizio), è evidente che l’effetto sortito da quello scritto va ben al di là dell’intenzionalità stessa dell’autore, configurandosi, paradossalmente, come un fatto di assoluta serietà, ma in un senso che va precisato una volta per tutte. Il fatto consiste nello spostare il discorso sull’arte nell’ambito di un tema che investe il concetto stesso di arte. Il tema (che poi è un tema di scottante attualità), è quello del ruolo dell’arte nell’era della riproducibilità tecnica. Non sarà superfluo ricordare che gli artisti stessi hanno affrontato tale tema, sia in modo serio (come le tele elaborate al computer da M. Schifano), sia in modo scanzonato (come la ben nota (e di fatto insolente) provocazione di P. Manzoni). Naturalmente, il fatto che l’insolente “manufatto” di P. Manzoni sia stato esposto nei musei, come un qualsiasi manufatto artistico (sebbene nessuna persona sana di mente lo riterrebbe tale), non poteva sortire altro effetto se non quello di concentrare la nostra attenzione su un (pericolosissimo) fenomeno altrimenti noto come “culto della personalità”, ovvero quel fenomeno per il quale il soggetto in quanto tale costituisce l’unica giustificazione del contenuto (merda sì, ma d’artista, appunto). Allora, il senso (sia pure imprevisto) della storica bischerata di Livorno, è stato quello di dimostrare che le artigianali “teste di Modigliani” sarebbero state giudicate belle non perchè intrinsecamente belle, ma solo per il fatto che, attraverso forme di suggestione collettiva (come quella indotta dal prestigioso intervento televisivo di Argan), si era maturata la convinzione che, a realizzarle, fosse stato proprio il genio di Modigliani, tanto è vero che quando tale convinzione è venuta meno, nessuno si è sognato di attribuire a quei manufatti l’etichetta di manufatti artistici. Il fatto poi che tale convinzione sia crollata solo dopo pesanti reticenze, costituisce un ulteriore (e più incisiva) dimostrazione, ovvero la dimostrazione di quali brutti scherzi (loro sì) può giocare una qualsivoglia forma di autosuggestione collettiva. Ciò vale anche per quei fenomeni mediatici finalizzati a mitizzare degli artisti che, di fatto, sono degli pseudoartisti, quindi il fatto che, ai fini della succitata dimostrazione, ci si è serviti nientemeno che di Modigliani (ovvero un artista autentico), non poteva non infastidire alcuni benpensanti dell’epoca (che ovviamente scagliarono i loro anatemi nei confronti dei 3 bischeri di Livorno), ma questo non toglie nulla all’oggettività della dimostrazione, come del resto non toglie nulla all’ilarità che ancora oggi riesce a suscitare (basti pensare alla faccia che fece Argan una volta resosi conto di aver fatto la classica figura da peracottaro, per giunta in mondovisione)… Ecco, il fatto saliente è che una tale ilarità è perfettamente equiparabile a quella suscitata da chi, in rapporto al “misterioso oggetto del rititolamento”, si domanda se vi sia sufficiente “materiale” per metterci a “studiare”, come stanno già facendo coloro che (cito testualmente), “hanno quindi deciso di mettersi li .. rimboccandosi le maniche … a lavorare , perchè se un professore usa certi termini qualche motivo profondo ci sarà pure ….” Ed è appunto a questi infaticabili “lavoratori della blog critic” che bisognerebbe rammentare l’altissimo valore didattico di quei manufatti emersi da ben altre “profondità” (quelle dell’Arno). Un valore didattico che queste mie note hanno cercato di descrivere, ma senza nessuna velleità di aspirare alla storicizzazione dello stesso, per il semplice motivo che quella storicizzazione è già stata consegnata alla Storia. Fate conto una sorta di “rititolamento” di un’opera (anzi, tre), a beneficio di chi, in un certo senso, non ha “titoli” (a meno che qualcuno, tra voi, voglia farmi credere che l’appellativo di “bischero” rientri tra i titoli accademici)…
http://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/toscana/2014/notizia/livorno-una-mostra-rende-omaggio-alle-false-teste-di-modigliani_2018810.shtml
Pubblicato in Architettura, Archiwatch Archivio
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