Salvatore D’Agostino, … che ci ha recentemente intervistato, … ci comunica:
“ho pubblicato l’intervista sul mio blog … Link: http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2008/05/0009-mondoblog-mortarchiwatch.html”
grazie per la cortesia e la pazienza …
Salvatore D’Agostino, … che ci ha recentemente intervistato, … ci comunica:
“ho pubblicato l’intervista sul mio blog … Link: http://wilfingarchitettura.blogspot.com/2008/05/0009-mondoblog-mortarchiwatch.html”
grazie per la cortesia e la pazienza …
Pubblicità … per la concorrenza …
Riceviamo da Palomar:
“approfitto di questo blog per pubblicizzare la proiezione del documentario di Report martedì 3 giugno alle ore 15.00, nell’aula Urbano VIII della facoltà di Architettura di Roma Tre. La sede è quella dell’ Argiletum, Via della Madonna dei Monti n.40. A seguito della proiezione interverranno il prof. Paolo Avarello ed il prof. Paolo Berdini.. vediamo che ci racconteranno..”
magari, per l’occasione, qualcuno raccontasse qualche cosa anche sui particolarissimi rapporti tra la Facoltà di Architettura di Roma Tre e l’Amministrazione Capitolina … tra l’Argiletum e il Campidoglio … magari …
ne verrebbe fuori una “lezione” di sicuro interesse …
praticamente del tutto inedita …
magari da proporre come lectio magistralis alla Gabanelli …
alle marachelle (chiamiamole così …) di Vallegiulia …
ogni tanto …
ci pensiamo già noi …
Sergio ’43 a commento delle ultime meierate ci manda queste considerazioni …
“Niente di più facile che l’Architetto avesse in archivio sia il progetto della chiesa che il progetto per l’Ara Pacis e abbia approfittato degli incarichi ricevuti dal Vaticano e dall’Urbe per ritirarli fuori e recuperare i costi di progettazione(logicamente sto celiando però che possa essere pratica corrente ne ho prova diretta: tanti anni fa lavoravo presso uno Studio importante che stava partecipando ad un concorso per una chiesa. Facemmo un bel lavoro ma, anche per motivi di bilancio, la Curia prescelse un’altra soluzione. Un paio di anni fa mi arriva un numero di “Casabella” che aveva in allegato altri progetti di edifici di culto. Scorro l’elenco dei progettisti e ritrovo il nome del mio vecchio Studio. Mi viene un sospetto, sfoglio l’allegato e ritrovo il vecchio progetto con qualche minima variazione. Logicamente la cosa non mi ha scandalizzato, mi ha solo fatto sorridere: vecchi volponi!). Torniamo a Meier e continuiamo il gioco. Forse Meier ha confuso gli indirizzi del Vicariato e del Campidoglio. Lui, dopo aver studiato attentamente il contesto urbano e guidato dalla considerazione che, per proteggere le sculture della famiglia giulio-claudia, era soluzione più soddisfacente un altro gesto scultoreo, voleva mettere il progetto con le tre “VELE” a Piazza Augusto Imperatore, con un chiaro richiamo alle vele dei barconi che approdavano al vicino Porto di Ripetta. Al contrario Lui aveva immaginato come chiesa per il quartiere di Tor Tre Teste il bianco scatolone che, isolato nel verde del parco circostante, meglio avrebbe rappresentato liricamente la sua funzione liturgica. La colonna all’ingresso, chiamato, a frittata avvenuta, “l’obelisco”, era solamente il sostegno delle campane, il vasto salone, dove oggi l’Ara tenta di sopravvivere, era la navata, le trasparenti vetrate, dovevano invece, rutilanti di colore, arricchire l’Aula Sacra. Invece il diavolo c’ha messo la coda e tutto é avvenuto al contrario. “Che cosa vuoi adesso?” mi direte voi. “Che spostiamo le vele all’Augusteo e lo scatolone a Tor Tre Teste?”. “Ci mancherebbe altro!” dico io. ” Con tutte le priorità che ci sono!!!” E poi la Destra non é abilitata ad intervenire, dati i suoi trascorsi, nei temi culturali. La Sinistra, sì! Solo la Sinistra può compiere distruzioni (giù la Teca del Morpurgo!), sventramenti (apriamo come un cocomero il Pincio!), spostamenti (uno schioccar di dita e l’Obelisco di Axum se ne invola!) nel silenzio dei molti, nel plauso dei tanti e nelle critiche dei pochi..”
S.M.
sono d’accordo su tutto … tranne che su un punto …
non ne posso più de “le vele” … come fonte di ispirazione …
altro che “vele” …
stando a New York e “sognando” Roma … che je poteva venì in mente? … a quello … solo: er “carciofo” …
e quello di TTT … quello è un “carciofo” e, segnatamente, “alla romana” …
(e da qui, quindi, l’ispirazione topica)…
per giunta … a capa de sotto … in tegame e, come suole, … al forno … piuttosto basso …
narrano le cronache poi che, al ristorante, … pare, anche loro come tante altre celebrità …, pizzicati “Ai Due Ladroni” … Ric si avventasse, come si dice da queste parti “a mozzichi”, sulla più molle e sapida vivanda (immancabili l’aglio, la mentuccia – tipica, peraltro, proprio della zona delle torri – e, talvolta, il limone …) mentre, dall’altro capo del tavolo, Frank, appena reduce dai fasti barocchi nei baschi, tra un baccalà, e un supplì, sfogliasse manualmente l’altro suo fiorito e scrocchiante vegetale …
anche questo … naturalmente fritto … e, quindi: “alla giudìa” …
almeno secondo le cronache …
due grandi modelli … per due grandi maestri …
quindi … in sintesi algebrica … RM:CR=FG:CG
Meier stà al carciofo alla romana … come Gehry stà a quello alla giudìa …
equazione, anche … “scientificamente”, … inoppugnabile …
A gentile richiesta, … per la gioia di grandi e piccini …
beccateve sto’ pippone kilometrico e post-global …
tanto domani c’è il ponte …
sinnò … annatevene ar Festival …
POST-GLOBAL ARCHITECTURE
Nuovo eclettismo di fine millennio?
“Passati – senza rimpianti – gli anni delle certezze e degli schieramenti troppo schematici, assistiamo al proliferare, in modi variegati e difformi, di una cultura della tolleranza che non significa disimpegno qualunquista dalle ragioni, anche morali, di un mestiere sempre difficile e, via via, più approssimativo nelle sue manifestazioni più scadenti, ma che altrimenti spinge un numero sempre più alto di architetti a fare i conti con la storia e con la tradizione in forme critiche e coscienti. Non è, infatti, importante ridurre oggi l’arco delle possibili scelte a questo o a quel momento della storia dell’architettura del passato. Si possono prendere a pretesto, in modo del tutto indifferente, gli anni del Novecento o del Barocco, delle Avanguardie storiche, di questo o quel “regime”, oppure gli esempi tratti dal linguaggio di questo o di quel “Maestro” senza scandalizzare nessuno: siamo ormai abbastanza maturi per non impressionarci di fronte ad una scelta, magari non immediatamente condivisa, ma operata con coerenza e senza arbitrio. Saremo, comunque, sempre di fronte ad una serie di architetture “contemporanee” che attingono in forme diverse ai modi della loro “modernità”, che hanno scelto la strada di una comunicazione simbolica delle loro intenzionalità espressive attraverso il ventaglio aperto degli infiniti “modi” possibili senza nascondersi dietro le false certezze di uno stile unico e gratificante. Questo “nuovo eclettismo” al fondo ci piace, ci interessa, ci affascina addirittura con i suoi dubbi, le sue incertezze, le sue domande, nel talvolta labirintico e paradossale percorso dei suoi “significati”, mai immediati, mai ridotti allo scheletro di una vuota ideologia o di un gesto gratuito. Che l’architettura italiana abbia finalmente smesso i panni ed i comportamenti infantili e petulanti delle attardate “avanguardie” e delle tautologiche “tendenze”? Se così fosse realmente, non resta che rallegrarcene”
Sono passati quasi vent’anni da quando, sulle pagine di quell’effimera e sofferta testata che furono gli “Annali dell’Architettura” riflettevamo, in epoca certo non sospetta, sulla complessità di una situazione italiana la cui anomalia, già di lunga data, pure poteva presagirsi di altrettanto lunga durata.
E’ passato tanto tempo da allora e molto nel frattempo è cambiato, agli anni della speranza hanno fatto ormai seguito quelli della delusione e del disincanto e di una vera e propria forma di diffusa e pressoché disgustata atarassia nei confronti di una realtà sempre più coesa e impenetrabile, omologata e vincente che, non solo e non tanto, nel nostro paese, ma nel mondo intero, organizza e gestisce con determinazione e solo apparente leggerezza il consenso indirizzandolo verso forme disinvolte e assolute, globali e indifferenti. La specificità e la differenza, la sfumatura e il dettaglio ci sembrano, invece, ancora valori sui quali puntare per ritrovare una specifica qualità del lavoro dell’architetto e un senso più morale e profondo del suo messaggio e del suo mestiere.
Non v’è infatti chi non veda, quanto e come, ad un evidente disorientamento metodologico nel campo della progettazione architettonica e di quella che un tempo andava sotto il nome di “composizione” architettonica, faccia oggi riscontro, anche a livello internazionale, una forma di diffuso e fortunato manierismo concentrato sulla affermazione di tematiche e di metodiche che le ricorrenti neo-avanguardie stanno accreditando ormai da parecchi decenni.
Cosa resterà quindi di tanto estenuato eclettismo di fine millennio?
Di tante fortunate e trasversali grafie che hanno informato e deformato il linguaggio, i linguaggi, le lingue e i dialetti del mondo intero ridistribuendoceli sotto forma di poltiglia anglofona? Il futuro è forse e comunque nella globalizzazione?
Next è Global, come vorrebbe qualcuno?
Forse, probabilmente, ma non per questo è pur detto che tutto ciò lo si debba condividere, anzi auspicare e attendere con fiducia, ma quale fiducia? In chi? In che cosa? Forse è meglio che quest’architettura dell’attesa cominci a pensare seriamente al suo futuro Post-Global senza crogiolarsi ancora domani nei trionfi mercantili di ieri e di oggi.
Cattiva coscienza e incultura diffuse scambiate troppe volte per nuovo, attualità, moda, mercato, innovazione, tecnologia, avanguardia e quant’altro, affollano riviste, aule universitarie e seminari internazionali, alimentando situazioni da festival rock e da show televisivo. Il meccanismo dello Star System, anche in architettura paga i suoi prezzi, ha i suoi meccanismi e i suoi costi, conta le sue vittime.
In particolare, ci sarebbe da riflettere in profondità sul, più e meno recente, recupero di uno pseudoavanguardismo diffuso e, peraltro, basato sulla rilettura meramente epidermica di fenomeni storicizzati e consolidati che si avviano ormai a celebrare quasi un secolo di storia, dai tempi delle loro stagioni più eroiche e che, con solo apparente genuina continuità, vengono più volte riproposti come la panacea, la risposta ai nuovi bisogni di “creatività” delle ultime generazioni.
Certo che sarebbe troppo facile e sbrigativo far risalire il fenomeno soltanto alle aporie palesi di un mercato editoriale consolidato e sapientemente arroccato sulla mercificazione e la più immediata commercializzazione di quanto è facilmente reperibile sui più ricchi, accessibili, ma anche più ovvii e disponibili mercati internazionali, che questo è comunque un dato certo e condiviso anche dal “mercato” dell’arte, della musica, dello sport, dell’automobile, del cinema, della moda e della gastronomia. E, se è pur vero che con tanto disinvolto cinismo le testate editoriali più affermate vanno producendo guasti evidenti e diffusi soprattutto legati alla incapacità critica e al cannibalico rampantismo di un’intera generazione di sempre nuovi, ma pur modestissimi maitres a penser, non va, d’altro canto, sottovalutata l’evidente condizione di disagio di una ancor più vasta pletora di consumatori messi nella evidente impossibilità di non poter comprendere e quindi di non poter giudicare e perciò anche di non poter neppure riconoscere i fenomeni pur gravi e globali che li circondano. Intere generazioni di aspiranti architetti, sostanzialmente obbligate al consumo coatto dei sottoprodotti dell’industria culturale, di avariate mercanzie pseudoculturali, di frammenti, di “avanzi” di un sedicente dibattito globale che non trova alcun riscontro al di fuori di quel circuito artificioso e artificiale, “virtuale”, che tautologicamente si autoalimenta di se stesso. Intere generazioni che si accaniscono, quasi sempre inconsapevoli, con l’entusiasmo che è tipico dei più giovani, nel labirinto aggrovigliato del senso del quale è sempre più arduo rintracciare il bandolo. Consumatori per lo più ingenui, criticamente inermi di fronte a una pletora di cinici mestieranti, abbacinati dal lustro patinato dei media, ma anche e soprattutto dal luccichio dei lustrini delle Star e delle Soubrette in cartellone, dal loro “mestiere” nel “comunicare” alle masse, dai loro astuti ammiccamenti sul palcoscenico del consumo. Si è così assistito ad una sempre più complessiva disneylizzazione dell’architettura internazionale e ad una deriva dei fenomeni culturali come loisir di massa, alla riduzione degli oggetti e dei luoghi a strumento e oggetto mercantile: tutto diventa spettacolo e soprattutto, come avrebbe detto il vecchio Marx: merce.
E’ quindi con un immenso senso di tristezza che si assiste, e ormai da parecchi anni all’esausta manierata ripetizione di stilemi, sedicenti “moderni”, da parte di schiere ormai vastissime di epigoni poco coscienti ove, al di là del qualunquismo di molti, appare, in tutta evidenza, il totale e diffuso disorientamento di generazioni intere, soprattutto di giovanissimi, troppo spesso incapaci di discernere quanto di utile e di significativo potrebbe magari ancora cogliersi dalla rilettura, critica e consapevole, di quelle stesse, lontane, esperienze.
In questo panorama pare evidente ad esempio la feticistica sopravvalutazione di esperienze sintomatiche come quelle di Frank Gehry, di Rem Koolhaas, di Daniel Libeskind, Lebbeus Woods o di Zaha Hadid, solo per fare qualche nome tra i più seducenti e conclamati negli ultimi tempi.
Nel “caso” Gehry appare evidente la dimensione mass-mediologica che ne ha supportato l’immensa portata pubblicitaria di talune realizzazioni inserita nella dinamica di una ri-colonizzzazione culturale dell’Europa da parte del mercato artistico-culturale statunitense, ove il facile richiamo ai grafismi e alle morfologie delle avanguardie di inizio secolo, da Boccioni a Rodcenko, dai futuristi italiani ai costruttivisti sovietici per intenderci, ibridato al gigantismo pseudo-tecnologico dell’objet-trouvé, sintetizza un magnetismo simbolico e liturgico ove la funzione mediatica fa aggio sul significato più autentico, materiale, del manufatto. Ma se, nel caso citato, il valore e il significato di un più vasto, diffuso e disseminato “effetto Bilbao” può facilmente comprendersi all’interno di una più articolata dinamica politico-economica di quanto oggi, a livello internazionale, viene contrrabbandato per sistema totale dell’arte e per nuova economia della cultura di massa, è, d’altro canto, evidente come il fenomeno relativo agli altri personaggi citati faccia perno sulla peculiare e suo modo straordinaria organizzazione promozionale orchestrata attorno alla A.A. londinese negli ultimi trent’anni.
L’eredità e l’autorità di Reyner Banham, di Peter Cook e di Alvin Boyarsky, al pari di quella di R. J. Abraham e di Friedrich St. Florian per gli USA, ormai consolidatasi, da quasi mezzo secolo, attorno ai temi dell’avanguardia tecnologica ha infatti prodotto delle ricadute che oggi possiamo ben individuare nelle loro complesse, sia pur spesso artificiose e, solo in parte condivisibili, articolazioni.
Da quella scuola che fu luogo di sperimentazioni importanti nella prima metà degli anni sessanta, basterebbe tra tutte ricordare l’esperienza degli Archigram, si sono poi evolute le formule ormai anchilosate di Foster e di Rogers, da un lato, e, dall’altro, le maniere dell’OMA, di Koolhaas, della Hadid, di Liebeskind, di Tchumi e dei tanti altri che ne hanno, ciascuno a suo modo, ma in forme sostanzialmente congruenti, portato avanti la lezione.
Ma che senso avrebbe oggi, ripetere nel nostro come in tanti altri paesi, in forme altre, povere e un po’ straccione, coloniali, quelle esperienze, nate e maturate altrove e da noi recepite solo in virtù di un vuoto culturale che potrebbe essere ben altrimenti colmato?
Che senso ha infatti ripercorrere, ancora, quei sentieri interrotti nella forma eterodiretta di una moda qualsiasi alla quale inevitabilmente se ne sostituirà un’altra e che ci farà presto sorridere di quanto oggi ancora affascina tanti? Basterebbe riflettere sulla recente fortuna nostrana di una personalità, a suo modo anche interessante come quella di Zaha Hadid, per rendersene conto. Le sue (e stiamo parlando dei uno dei casi migliori e discorso, per certi versi affine e perciò stesso esemplare, potrebbe valere per Foster, Rogers e magari lo stesso Chipperfield) sono architetture ad effetto, volgari, calligrafiche, leziose, decorative e stucchevoli come solo certo orientalismo iperdecorativo, kitsch e di pessimo gusto, riesce, talvolta, a imporre; sedicenti moderne, tutte giocate sulle “mosse” e sui vezzi scolastici che nascondono a stento un abissale vuoto di fondo di idee e di contenuti; decorativismo alla maniera dei prototipi classici della straordinaria calligrafia islamica coniugati con le pieghe e i raccordi siderurgici delle pipeline petrolifere, vero scenario simbolico di questa figlia del secolo del petrolio, del deserto e di quei petrodollari globali che da Londra a Pechino, da Hong Kong all’Europa già socialista scorrono oggi a fiumi e su cui galleggiano i gusci vuoti di tanta sedicente architettura d’avanguardia. Ma avanguardia di cosa? Di un modo di intendere il mondo alla maniera delle multinazionali in cerca di nuova immagine, di un segno, di un’icona, di un logo, appunto, attraverso il quale conquistare nuovi mercati, nuove situazioni di dominio, prevalenza e potere e quindi anche, per quel che conta ancora, la Biennale veneziana. Non sono forse ancora meglio i tappeti, gli arazzi, i tessuti e i quadrucci di Zaha piuttosto che le sue stente fantasie edilizie, raccattate alla bene e meglio dai grafismi alfabetici di Tchernikov, ma senza comprenderne la drammatica e sofferta ironia, la grandezza e la tragedia, quel loro essere e, insieme, non voler essere architettura?
Zaha e soci quindi come “logo” comune dell’architettura globale, matematica e calligrafia, rawe e computer, plumber e pompier, insieme, per questi King Kong, per queste “veneri ottentotte” del terzo millennio, fenomeni da baraccone nel gran circo itinerante di questa compagnia di giro che fa oramai tappa calamitosa, ovunque, nel mondo. Parafrasando il Purini dei settanta Logo e progetto, potrebbe essere il titolo appropriato per una nuova antologia dell’orrore trans-nazionale.
Peccato che un qualsiasi “vuoto” di Loos, una maniglia di Mies, una finestra di Le Corbusier e pure un solo balcone di Luigi Moretti, raccolgano più qualità e intelligenza, valgano, almeno per noi, ancora più dei milioni di insulsi e arroganti metri cubi recentemente “spalmati” sul globo dall’intera banda.
Più comici quindi che drammatici gli sforzi di invenzione di quanti, di qua e di là per i continenti, si dimenano e si esibiscono cercando di convincerci della bontà del loro prodotto volendoci illudere che quelle siano le giuste indicazioni per il futuro di tutti, mentre appare ormai chiaro che si tratta soltanto degli ultimi fuochi di una moda cinica e invadente che ha fatto, ormai, il suo tempo.
E visto che siamo di nuovo tornati a parlare di questa, ultima, Biennale veneziana, diciamo subito che il suo programma non ci convince e neppure ci appassiona. Forse serve solo a fare il punto, in negativo, sui modelli prevalenti del tardo novecento: vinti e vincitori alla periferia dell’Impero, quindi.
Deyan Sudjic da vero e astuto piazzista della confraternita londinese, conquistata Domus, sbarca in laguna e ci propone la sua visione di un mondo privo di curiosità e di scommesse culturali, tutto omologato e appiattito su quella ormai universalmente affermata tendenza che, nata negli anni visionari degli Archigram, affermatasi poi con la macchina mangiacultura del Beabourg (vera e propria atomica dell’architettura anni settanta) è finita oggi a far da packaging ai grandi affari dell’industria globale come denunciano con chiarezza le fortune professionali di Piano, di Rogers, di Foster, di Koolas, di Nouvelle, di Hadid, di Ghery e dei tanti altri epigoni locali che si dedicano con successo e passione ad illustrare la grandeur dei loro committenti e dei loro padroni venendone ricompensati quotidianamente attraverso gli organi, le istituzioni, le fondazioni, le università, i centri, le iniziative, le strutture, i sistemi, le reti, la pubblicità e i media che quegli stessi, non a caso, dirigono e quindi indirizzano, naturalmente, a loro uso e consumo.
Bisognerebbe domandarsi, per esempio, se è giusto che il futuro significhi soltanto la conquista della Cina e la distruzione della sua e insieme della nostra storia. Vogliono distruggere la memoria del passato per sostituirla con la pubblicità della nuova economia prossima ventura? Hanno appena finito di far fuori, e per la seconda volta, Berlino, ma vogliono fare altrettanto con Pechino, Lasha e Sciangai? Non si potrebbe tentare un’altra via?
E’ questo che il futuro, più e meno prossimo (Next, appunto), ci riserva? Speriamo proprio di no. Next vuole essere una subdola promessa, oppure, una spaventosa minaccia?
E’ quindi questa l’architettura su cui riteniamo giusto investire nei prossimi anni o non è forse questa proprio quella deriva stilistica e mercantile “contro” la quale sarebbe più giusto e opportuno che le nuove generazioni fossero messe in guardia, si attivassero in forma critica e alternativa per trovare altre vie di uscita, di ricerca e di sperimentazione più aderenti alle dimensioni ideali e culturali, assai più complesse, contraddittorie, incerte, misteriose e affascinanti che il futuro, il mondo di domani, sicuramente ci offre?
E, allora,?
Avanti un altro: NEXT, appunto.
GM Agosto 02
Pubblicato su Area n.64 in occasione della Biennale di Architettura del 2002 intitolata, appunto, Next …
poi ciclinprop sotto il titolo “NO NEXT“, Roma 2002 …
Può esistere una buona urbanistica … “fuori” da una buona politica? …
Ci scrive … un certo Cletus … che, ancorché anonimamente, … ci sottopone delle questioni di sicuro interesse …
e, per la loro attualità, … sottoponiamo volentieri anche a voi i suoi quesiti: …
“ … leggo da qualche tempo il suo blog.
Volevo sottoporle alcuni pensieri scaturiti (anche) dalla lettura
dei suoi post.
In merito alla trasmissione Report.
ho appreso dal web, che l’ex assessore all’urbanistica Morassut ha presentato querela nei confronti dei responsabili della trasmissione-inchiesta.
Ne prendo atto e non entro nel merito. Sarà compito della magistratura accertare se e quanto di lesivo sia stato trasmesso.
Vorrei pero’ prendere spunto da un qualcosa che proprio nella vituperata democrazia americana è istituto frequente per difendere delle cause collettive.
Mi riferisco alla cosidetta “civil-action”.
Ebbene, il ragionamento è questo. E’ lecito pretendere che chi è preposto ad amministrare la cosa pubblica (in questo caso con una
carica di assessore) debba essere soggetto a una sorta di controllo in merito alla qualita’ del suo operato ?
Ricordo che già in un semplice corso di studi per diploma di geometra le regole urbanistiche (prim’ancora che il buonsenso) impongono che quando si progetta un nuovo insediamento sul terriorio, questo debba essere fornito dei servizi necessari, con
particolare riferimento alla connettività delle infrastrutture col resto del tessuto urbano.
La metodica ignoranza di queste regole, ci regala (vivendo a Roma) un quotidiano costellato da perenni ingorghi, con conseguente scadimento della qualita’ della vita, sopratutto in ordine all’enorme porzione di tempo sprecata per potersi-doversi muovere.
Puo’ questo costituire oggetto di azione legale di rivalsa verso chi (quale che sia la parte politica che lo esprime) disattende in modo cosi palese queste regole ? E’ azzardato ritenere che in qualsiai altro settore lavorativo il principio di responsabilita’ porta, una volta accertati gli addebiti, addirittura ad accendere azioni di rivalsa ?
Coloro che si sono resi responsabili di tutto questo, sono comunque stati remunerati dalla collettività. E’ cosi irreale pretendere che siano quanto meno assoggettati ad una sorta di controllo di rilievo civilistico sul loro operato ?
In altri termini, è lecito stabilire che le scelte (o sopratutto le mancate scelte) di costoro si configurino, stante le conseguenze, come veri e propri illeciti, o prestazioni giudicabili con un metro terzo (quello che viene dalla scienza dell’urbanistica) o proprio l’aleatorietà della stessa consente le più fantasiose delle interpretazioni ?
Il concetto di responsabilità, prim’ancora che squisitamente politico, dovrebbe, in presenza di una magistratura efficente (e di eventuali nuove regole create ad hoc) dare il via ad un esercizio più responsabile di cariche che rivestono, in forza dei destini che smuovono e non solo economici, delicati equilibri di controllo sociale scaturito non più e non soltanto con l’esercizio del voto, ma costringendo al rispetto di un codice super-partes che faccia perno sul concetto di qualita’ del loro operato.
E’ pura utopia o stanno maturando i tempi (e le coscienze) per pretendere, come classe professionale (architetti, ingegneri) un qualcosa del genere, per il futuro di noi tutti ?
Lei che ne pensa ?
Con cordialita’”
CletusChe dire? Credo che lei, gentile Cletus …
abbia già sostanzialmente e implicitamente fornito una risposta, più che condivisibile, alle sue stesse domande …
personalmente poi non sono certo io la persona più adatta per impantanarmi in questioni “urbanistiche” e, tanto meno “legali” …
la cosiddetta “Urbanistica” non l’ho mai considerata nemmeno una disciplina da insegnare all’Università … ho sempre pensato che qualche principio di “estimo” e di “materie giuridiche” … fosse più che sufficiente … e magari il Codice Civile a portata di mano insieme al manuale dell’Architetto …
una volta c’erano anche “edilizia cittadina” e … “arte dei giardini” …
tutto il resto è aria fritta …
l’architetto non dovrebbe essere, quando si occupa di questioni urbane un incrocio da tra un promotore finanziario … un galoppino elettorale … un notaio … e un politicante … un global runner che corre appresso a qualsiasi straccio di potere … (certo nemmeno una miscela tra geometra e parrucchiere) … ma qualche cosa di un po’ diverso … che, purtroppo, non mi viene facile definire, …
ma sono sicuro che ci siamo capiti …
Renzo … modello … “I Care” …
che “accompagna” … “accudisce” … e “si prende cura” …
Gran clamore attorno al “caso” Ronchamp …
Non conosciamo abbastanza bene il progetto per esprimere un giudizio in merito …
e poi nessuno ce lo ha chiesto …
Solo un’osservazione rispetto al paginone del “Corrierone” di oggi ove appare, tra l’altro, un fondamentale articolo di spalla dell’immancabile Boeri … (ma non doveva essere a Cagliari … al “suo” Festival? …) che corre in soccorso al povero Renzo … paragonandolo al Pikionis dell’Acropoli … e, mettendo in mezzo, addirittura, Filopappo, … vede l’opera del grande idraulico genovese amorosamente “accudire”, “accompagnare” e “prendersi cura” … vera e propria architettonica badante … il, più volte sacro, monumento moderno …
C’è solo da augurarsi che lo “straniero” … abbia tutte le “carte” … in regola …
P.S. ma che se so’ messe in testa ‘ste quattro monachelle? …
loro … nu’ so’ mica la Du Menil …
L.C. nun è mica ‘n pozzo de’ petrojo …
che lo spremi quanto te pare …
e poi …
perché chiamare una Super Star …
pe’ tirà su ‘na mezza canonica? …
se avessero chiamato un geometraccio qualsiasi …
nessuno se sarebbe accorto de gnente …
e a quest’ora se staccaveno li bijetti in Santa Pace …
Roma docet …
insomma: … un peccato … di immodestia … di suor Brigitte …
Fuksas non c’è … la notizia nemmeno …
i giornali ne parlano …
pare che il perfido Gianni … alla notizia del ferale evento …
abbia sibilato un velenoso: Me ne frego! …
subito aperta una commissione parlamentare …