Una fragile architettura italiana

Teatro Nazionale di Albania1

Teatro Nazionale di Albania, ex circolo italo-albanese Scandeberg, Tirana. Progetto e realizzazione della Pater Costruzioni di Milano, 1938

Teatro Nazionale di Albania2

Il centenario della nascita di Tirana Capitale si sarebbe potuto celebrare in modo più degno.
L’ex Circolo Skanderbeg, poi Teatro Nazionale, è stato abbattuto questa notte nella città albanese. Non si tratta di una tra le tante strutture abusive che hanno generato interi quartieri dopo la caduta del comunismo, ma di un edificio più vecchio, testimone della “presenza italiana” in Albania, collocato nel cuore vivo della città. È sorprendente come una commissione di voci autorevoli abbia dichiarato l’edificio inefficiente e pericolante. Il principio efficientista e la logica dell’”usa e getta” hanno avuto la meglio. Ma, a nostro giudizio, si è agito fuori tempo massimo, considerando che queste scelte si basano su principi oggi inevitabilmente in crisi nella civiltà occidentale, in favore delle strategie del riuso, del riciclo, dell’economia circolare. Oggi pertanto Tirana, la giovane capitale che è stata un laboratorio del moderno, ha perso un’occasione unica per rinnovare e rigenerare se stessa. Questa demolizione fa ritornare indietro nel tempo, quando si distruggevano le chiese e le moschee con la violenza politica di un regime dittatoriale annullando ferocemente qualsiasi tentativo di opposizione. Che differenza c’è oggi nella tanto acclamata democrazia albanese che agisce con gli stessi metodi abbattendo il Teatro Nazionale di Albania? Opera universalmente nota dell’eccellenza architettonica italiana, ammirata e pubblicata in moltissimi libri e riviste scientifiche in quanto uno dei primissimi esempi in Europa di prefabbricazione con brevetto esclusivo della Ditta Pater di Milano, montato nel 1938 a Tirana in pochissimo tempo. Che differenza c’è col regime dello scorso secolo, quando addirittura si finisce per esautorare e denigrare tutti gli intellettuali che si sono opposti a questo scempio? Da tempo è in atto il fatto di eseguire demolizioni di palinsesti storici, per sostituirli con nuove costruzioni in Albania.
Dov’è la tanto proclamata preoccupazione della memoria storica da preservare come nel caso dell’Hotel Dajti, a suo tempo abbandonato a furti e vandalismi per ridurlo a un rudere in modo da abbatterlo per costruirci sopra una delle tante torri che stanno alterando lo skyline e il centro della capitale? Qualcuno ricorderà che in un’area di Palermo un sindaco, in una sola notte, fece abbattere un importante edificio Liberty per poterci attuare una operazione speculativa, annullando con un colpo di mano qualsiasi tentativo di opposizione da parte di un gruppo di intellettuali che avevano fatto di tutto per impedire quell’immonda operazione.
È anche lecito chiedersi che cosa faccia l’Ambasciata italiana e il connesso Istituto di Cultura in questi casi. Non dovrebbe essere compito loro quello di salvaguardare il patrimonio artistico e architettonico italiano in Albania?
Non si ricordano più che un gruppo di intellettuali, tra i quali alcuni dei firmatari, al fine di salvaguardarlo e difenderlo, organizzarono, con enorme fatica, a Tirana nel dicembre 2014 un importante convegno internazionale al quale parteciparono eminenti personalità politiche e culturali dei due paesi, assieme a molte università albanesi e italiane che da anni avevano curato infinite pubblicazioni, appunto per non lasciare all’oblio il patrimonio culturale italiano? Eppure nella biblioteca dell’ambasciata italiana dovrebbero essere ancora conservate alcune copie del libro contenente gli atti del suddetto convegno dal titolo: L’interpretazione dello spazio urbano architettonico dell’asse strutturante di Tirana. Che dire infine di tutti gli intellettuali che avevano occupato il teatro per protesta e che sono dovuti fuggire poiché i caterpillar incuranti della loro presenza, avevano cominciato alle quattro e mezza del 17 maggio a demolire il teatro? A cosa è valsa l’opposizione del Presidente della Repubblica e delle tante associazioni culturali? Si allontanerà l’Albania dall’Europa dopo questa imbarazzante e inenarrabile vicenda? Se l’architetto Maks Velo, guarda caso recentemente scomparso e, come noto, un uomo libero intellettualmente che ha subito in passato le angherie del regime comunista, finendo per anni in prigione per difendere le sue idee, potesse vedere ciò che sta accadendo oggi a Tirana, né più né meno come ai tempi del regime di Enver Hoxha, si rivolterebbe nella tomba. A nulla sono valsi i suoi sforzi per opporsi a questo crimine perpetrato con mezzi prevaricanti. Così, stando le cose, magari con apparenze diverse e con abiti alla moda, mutatis mutandis, poco pare cambiare nella Terra delle Aquile, oggi private di alcune delle loro penne più meravigliose. Dunque è un peccato che una giovane capitale che oggi compie solo cent’anni, abbia perso parte della sua memoria.

Roma 17 maggio, 2020

Marco Petreschi
Antonino Saggio
Anna Bruna Menghini
Nilda Valentin

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2 risposte a Una fragile architettura italiana

  1. Gaetano Giovanni Castello ha detto:

    Buongiorno,articolo da eloggiare, esaustivo e di spessore,ma tardivo.Ormai il ricordo storico ed architettonico è passato alla storia scritta ed illustrata.
    Ma io mi chiedo e vi chiedo e chiedo alla cultura europea dove eravamo quando da più di un decennio Edi Rama aveva reso pubblico il suo pensiero di abbattere il monumento così come ha fatto per lo stadio Qemal Stafa (?) di Piazza Italia?
    Certamente molta indifferenza e poco sentimento italiano hanno fatto sì che Edi Rama , realizzasse il Suo progetto.
    Le diplomazie locali,non interferiscono con la sovranità indigena che vive e sopravvive grazie alla generosità della Italia e di tutti i donatori Europei ed internazionali.
    Dobbiamo fare il MEA CULPA ed ingoiare la sconfitta.

  2. Sono davvero felice di dire che è un articolo interessante da leggere

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