L.C. AL MOMA … QUANDO SI DICE: “UNA MOSTRA” …

Screen Shot 2013-06-13 at 3.28.02 PMMoMA | Le Corbusier: An Atlas of Modern Landscapes

THE MUSEUM OF MODERN ART, NEW YORK

Le Corbusier: An Atlas of Modern Landscapes

Edited and with text by Jean-Louis Cohen. Text by Mardges Bacon, Tim Benton, Barry Bergdoll, Maristella Casciato, Edmond Charrière, Carlos Comas, Catherine Dumont d’Ayot, Marie-Jeanne Dumont, Romy Golan, Genevieve Hendricks, Guillemette Morel Journel, Juan José Lahuerta, Jorge Francisco Liernur, Jacques Lucan, Niklas Maak, Caroline Maniaque-Benton, Mina Marefat, Mary McLeod, Danièle Pauly, Antoine Picon, Claude Prelorenzo, Josep Quetglas, Enrique Ramirez, Bruno Reichlin, Arthur Rüegg, Jacques Christopher Schnoor, Marida Talamona, Yannis Tsiomis, Anthony Vidler, Stanislaus von Moos.

Le Corbusier at MOMA : The New Yorker

Immagini relative a le corbusier moma

LC-MoMA_640 Complimenti a Jean-Louis …

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Una risposta a L.C. AL MOMA … QUANDO SI DICE: “UNA MOSTRA” …

  1. Andrea Di Martino ha detto:

    A torto o a ragione, ogni mostra è intrinsecamente celebrativa, ma se è vero, come leggevo pochi giorni fa, che la blog critic può avere lo stesso potere della critica ufficiale (che poi (manco a dillo) è quella che viene divulgata tra i banchi delle Università), è evidente che di tutto ciò che va bene a tutti (o quasi), non occorre parlarne, tantomeno da qui, visto che per le apologie ci sono già le mostre, puntualmente ricordate anche da qui. Ma proprio il famoso schizzo di LC relativo a Rio de Janeiro, la cui idea progettuale verrà ripresa nell’altrettanto famoso Piano Obus di Algeri, mi riporta alla mente un capitolo di “Progetto e utopia”, in cui Tafuri, in uno dei suoi rari momenti di lucidità (leggi: uno dei rari momenti in cui è riuscito a farsi capire da tutti), ebbe a scrivere:
    “Al contrario di quanto realizzato da Taut, May o Gropius, Le Corbusier spezza la sequenza continua architettura-quartiere-città: la struttura urbana come tale, in quanto unità fisica e funzionale, è depositaria di una nuova scala di valori, e la dimensione alla quale va cercato il significato delle sue comunicazioni è quella stessa del paesaggio.
    Ad Algeri, l’antica Casbah, le colline di Fort-l’Empereur, l’insenatura costiera, sono assunti come materiali bruti da riutilizzare, veri e propri ready-made objects a scala gigantesca, ai quali la nuova struttura che li condiziona offre un’unità prima inesistente, sconvolgente i significati originari. Ma al massimo di condizionamento deve corrispondere un massimo di libertà e flessibilità. (…)
    Al livello della produzione minima __ quello della singola cellula residenziale __ il tema da affrontare è il recupero della massima flessibilità, intercambialità, possibilità di rapido consumo. Nelle maglie delle grandi strutture, costituite dai terreins artificiels sovrapposti, è concessa la più ampia libertà di inserimento di elementi residenziali preformati. Rispetto al pubblico, ciò significa invito a farsi progettista attivo della città. Le Corbusier, in uno schizzo dimostrativo, giunge fino a prevedere la possibilità di inserimento di elementi eccentrici ed eclettici nelle maglie delle strutture fisse. La “libertà” concessa al pubblico deve spingersi tanto in là da permettere al pubblico stesso __ al proletariato nel caso della serpentina, che si snoda al cospetto del mare e all’alta borghesia sulle colline di Fort-L’Empereur __ l’esplicazione del suo “cattivo gusto”. L’architettura come atto pedagogico e strumento di integrazione collettiva, dunque.
    Ma, rispetto all’industria, quella libertà assume significati ancora maggiori. Le Corbusier non cristallizza l’unità produttiva minima in elementi funzionali standard, come May nella sua Frankfurter Kuche. Alla scala dell’oggetto singolo bisogna tener conto delle esigenze della continua rivoluzione tecnologica, dello styling, del rapido consumo, dettate da un capitalismo dinamico, in espansione. La cellula residenziale, teoricamente consumabile in tempi brevi, può essere sostituita ad ogni mutamento delle esigenze individuali __ ad ogni mutamento delle esigenze indotte dal rinnovamento dei modelli e degli standards residenziali dettati dalla produzione. Il significato del progetto diviene chiarissimo. (…)
    Dobbiamo ora rispondere alla domanda: come mai il progetto per Algeri, i successivi piani per le città europee ed africane, e persino le proposte di minima avanzate da Le Corbusier rimangono lettera morta? (…)
    Si possono dare molte risposte a tale interrogativo, tutte valide e complementari tra loro. (…)
    Ma non si legge correttamente il naufragio di Algeri __ e, più in generale, il “fallimento” di Le Corbusier __ se non lo si lega al fenomeno della crisi internazionale dell’architettura moderna: alla crisi, in altre parole, dell’ideologia della Neue Welt. (…)
    E’ significativo che quasi tutti gli obiettivi formulati in sede economica dalla General Theory del Keynes possano essere ritrovati, come ideologia pura, alla base delle poetiche dell’architettura moderna. “Liberarsi dalla paura del futuro fissando quel futuro come presente”: il fondamento dell’interventismo keynesiano è il medesimo delle poetiche dell’arte moderna. (…)
    La crisi dell’architettura moderna inizia nel momento preciso in cui il suo destinatario naturale __ il grande capitale industriale __ ne supera l’ideologia di fondo, mettendone da parte le sovrastrutture. Da quel momento in poi l’ideologia architettonica ha esaurito i propri compiti”.
    Giacchè la chiarezza di queste righe mi sembra fuori discussione (a dispetto dello stesso Tafuri), aggiungo soltanto che, per gli elementi residenziali preformati, LC (ovvero il paladino dell’anti-passatismo), era giunto addirittura a prevedere delle abitazioni in stile gotico e moresco!!! (vedi relativo capitolo dell’Oeuvre complete). Il che ci fa riflettere una volta di più sulla matrice davvero moderna di quella proposta. Infatti, se quella matrice si riduce (a parte la scala dell’intervento), all’intercambiabilità delle cellule (beninteso, nei modi e nei tempi previsti dall’industria), allora è altrettanto evidente che, almeno nell’ottica corbuseriana, l’industria, da semplice mezzo dell’architettura, diventa il fine dell’architettura stessa. E’ ironico che, ancora oggi, la figura di LC viene inquadrata (non solo attraverso le mostre), all’interno di una corrente (il cosiddetto movimento moderno), la cui unica ragion d’essere è stata identificata nel contenuto sociale!!!

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