“PIACENTINIANO” …

montecatini 2

Piacentini “professionista”.

Buongiorno, grazie di avermi invitato a questo convegno e complimenti agli organizzatori che sono riusciti finalmente a portare in porto un’iniziativa che erano anni, forse decenni, che stava nell’aria. Credo che sia fin dagli anni Settanta che si parlava di Piacentini, auspicando che qualcuno avrebbe dovuto organizzare un convegno e mi sembra strano il fatto che fino ad oggi non ci sia stato. E’ la prima volta, quindi, e dobbiamo festeggiare questa ricorrenza, perciò, complimenti a Franco Purini, a Giorgio Ciucci e tutti gli altri che hanno portato finalmente in porto questa nave. Mi sembra che le ambizioni di questo convegno siano notevoli perché si dovrebbe fare, finalmente, il punto sulla personalità, male interpretata fino a oggi, di Marcello Piacentini. Ieri abbiamo avuto un saggio evidente di quanto ancora siano vive le contraddizioni interpretative relative a questo personaggio. Abbiamo assistito a quella che credo alcuni chiamino una splendida relazione del professor Vidotto che però io mi auguravo ci potesse dare qualche risposta in più dal punto di vista storiografico alle numerose domande che ci si pone da sempre, quando si parla di Marcello Piacentini. E invece no, il professor Vidotto si è messo nei panni dell’architetto e ci ha dato dei giudizi quasi estetici sull’opera d’arte, sull’architettura. Devo confessare di essere rimasto un po’ deluso, ero venuto per imparare da uno storico “vero” e famoso qualche cosa di nuovo, ma ho notato che, proprio lui, scappava sostanzialmente di fronte ad alcune questioni fondamentali, pur se poi con intelligenza ha svicolato dalle trappole più comuni che si pongono a chi si occupa di questo. Poi abbiamo ascoltato tutta una serie di ottimi interventi, ma soprattutto quello di Mario Lupano mi ha interessato, credo infatti che proprio Mario Lupano sia la persona che si è occupata fino a oggi di più dell’argomento e che quindi non sia un caso che da lui siano venuti i suggerimenti più maturi rispetto a una via interpretativa che io condivido assolutamente, quella cioè di andare a ricercare in Marcello Piacentini non gli aspetti positivi a tutti i costi, ma insomma neanche andare a cercare le cose più ovvie, le frasi, le barzellette di Cederna, gli aneddoti, anche divertenti, ma che sono a loro volta pezzi datati, che fanno folklore, ma che non aggiungono molto alla conoscenza e che, semmai, aggiungono drammaticità alla mancanza di dibattito sull’argomento.

E poi in conclusione abbiamo assistito a un pezzo straordinario di Sandra Muntoni nel quale sembrava che nulla fosse sostanzialmente accaduto negli ultimi sessant’anni e che Piacentini fosse, praticamente, ancora vivo, un pezzo di teatro della crudeltà, che ci ha riportato in vita Marcello, insultandolo, dandogli mazzate sulla testa, un po’ di macelleria messicana diciamo, nei confronti di questo povero Piacentini tanto che io mi sono sentito di corrergli in soccorso quasi, ieri sera, perché effettivamente neanche Zevi lo ha mai così massacrato; mi complimento comunque con lei per la vivacità che, nonostante il freddo in sala è riuscita a mantenere e anche per la cattiveria che poi, alla fine, può essere pure divertente raccontare.

Ecco quindi che di fronte alle cose che gli sono state dette ieri, credete, mi sento imbarazzato a prendere la parola stamattina quasi in continuità con quell’intervento, perché io non sono qui per celebrare Marcello Piacentini, per carità di Dio, ma vorrei solo che ci si costringesse almeno, un po’ tutti, a ragionare con gli occhi di oggi su questo personaggio perché altrimenti continuiamo a ripetere, è anche divertente tante volte, ma insomma è folclore anni ‘50.  E sono anche un po’ imbarazzato perché la prima persona che in qualche modo cercò di rispondere vagamente a questo quesito me la trovo seduta qui davanti, è stato uno dei miei maestri, Paolo Portoghesi che, fin da sempre, da quando l’ho conosciuto nei primi anni Sessanta, invece, cercava di ragionare sul personaggio dando dei giudizi oggettivi, il più ragionevolmente obiettivi possibile. E io mi ricordo ancora in un suo lontanissimo libro sull’eclettismo romano, la prima volta che vidi fotografato da Paolo Portoghesi un Piacentini inedito, era il retro della palazzina di via Savoia, se non mi sbaglio proprio il bow-window della palazzina di via Savoia, ecco un dettaglio, che mentre tutti parlavano del Piacentini sventratore, del Piacentini massacratore di Roma, tutte queste balle che sono state dette e ridette, ci faceva vedere un Piacentini onesto, bravo, professionista, sperimentatore addirittura di linguaggi, insomma, un Piacentini intelligentemente e ragionevolmente contemporaneo, non dico moderno, ma, sicuramente, contemporaneo.

Ecco partirei da lì, da questa possibilità, da questa necessità, da questo obbligo anche etico per chi fa storia di non continuare a lavorare con gli strumenti di una critica operativa e un po’ troppo militante, ma nel senso militare del termine, no, credo che sia il caso di prendere un po’ le distanze. Allora cosa esce fuori? Esce fuori secondo me un personaggio che non è proprio quello della biografia negativa che fino a oggi in fondo ha dominato, esce fuori un personaggio di grandissima sensibilità e di grandissima intelligenza, innanzitutto un personaggio che va collocato bene nella sua storia autodidattica; e la prima domanda da porsi dovrebbe essere: come si è formato Marcello Piacentini?

Marcello Piacentini è nato all’interno di uno dei più importanti studi di architettura attivi a Roma alla fine dell’Ottocento, questo non va dimenticato, tant’è che spesso Piacentini ricorda questo suo alunnato presso il padre, Pio, che naturalmente è stato un punto di riferimento importante non solo per lui, ma per l’architettura di Roma in generale, ove siamo in continuità con l’architettura di tutto l’Ottocento, dell’Ottocento migliore, di Vespignani, visto che siamo all’Accademia di San Luca, tenendo conto che Pio aveva lavorato con Vespignani e da quello aveva tratto certe cose e poi via via ha aggiornato il suo linguaggio rispetto a quelli che erano gli indirizzi prevalenti e anche preveggenti della sperimentazione internazionale.

Pio è stato un grande architetto insieme ad altri, Koch soprattutto, nella continuazione del monumento di Sacconi, ebbene lì nasce Marcello Piacentini, nasce da questo brodo di cultura, non fa delle scuole regolari, e forse anche questo è che ne fa un personaggio più interessante, un personaggio che si forma sul cantiere in qualche misura e dentro uno studio professionale di altissimo livello, quindi quanto di meglio secondo la tradizione di sempre; in fondo tutti i grandi architetti sono figli d’arte, in qualche modo, no? Figlio dello scalpellino Mies, tutti i grandi personaggi nascono in qualche modo così, difficile che escano fuori proprio dall’Accademia tout court, mi dispiace dirlo dentro l’Accademia di San Luca, ma forse la storia è proprio questa.

Quindi questo giovanissimo Marcello si fa interprete di una domanda, che è la domanda che viene, diremmo oggi, dal mercato, e da qui dico che è stato un po’ poi manipolato il titolo del mio intervento, cioè a me interessava parlare del “Piacentini professionista”, professionista ma in una maniera laica del termine, cioè non lo speculatore, quello al servizio dei palazzinari, oppure del potere politico, no, ma di un architetto che lavora e quindi ha bisogno anche di inventarsi un interlocutore, un confronto diciamo, materiale con il quale trovare poi alimento per la sua sperimentazione, se no come fa a fare le cose?

Il mio intervento, lo volevo dire se no altrimenti poi qualcuno mi scambia per un emissario di Schiattarella, “Marcello Piacentini e la professione di architetto”, no, questo è un titolo che va bene per la Casa dell’Architettura, “Marcello Piacentini professionista”, ecco mi sarebbe piaciuto di più, o almeno era quello che intendevo quando ho detto a qualcuno che mi era venuto in mente di parlare di questa cosa.

Ecco questo Marcello Piacentini “professionista” che cresce, cresce in una situazione che è quella offerta a un giovane rampollo di un’ottima famiglia di architetti nei primi anni del Novecento.

Al di là delle occasioni pubbliche importanti, qualcuno ha parlato ieri della mostra dell’11, sicuramente fondamentale, poi l’esperienza di San Francisco, tutte le cose importanti che lui ha fatto da giovanissimo, a me interessa invece il Piacentini costruttore di villini e di palazzine nei primi anni del Novecento a Roma.

Lui lo fa in alcuni quartieri importanti, anzi addirittura c’è un quartiere che ha portato l’imprinting della sua presenza, non è propriamente un quartiere, il Pinciano-Salario, possiamo dire Parioli-Pinciano-Salario, quella specie di triangolo che va da piazza Fiume fino a piazzale delle Muse per intenderci fino a piazza Verbano ecco, un triangolo “romano” nel quale lui ha lasciato delle tracce secondo me estremamente significative, proprio accosto al quartiere Sebastiani, il quartiere dei villini famoso, dove hanno lasciato tracce importanti i migliori docenti della nostra facoltà di allora.

Marcello Piacentini lascia delle tracce che solitamente si intendono definire col termine “secessionista”, questa specie di appartenenza di Piacentini, in qualche modo, ma io credo che sia “anche” secessionista, ma non solo. Certo, se prendiamo ognuno di questi edifici quasi tutti hanno delle tracce vagamente viennesi, soprattutto sul piano decorativo, sul piano di certi riccioli, di certe decorazioni che vengono se non proprio da Olbrich, da quella temperie che ha seguito la mostra degli Ori Sciiti a Vienna ove si ritrovano le stesse tracce e gli stessi disegni, qua li ritroviamo guarda caso a decorare il volto di qualche “palazza” dei Parioli, che c’azzecca, niente, far saltare di scala un decoro, però significa anche un’apertura di credito nei confronti di una sperimentazione che è altra dai luoghi comuni o pecorecci della Roma dell’epoca.

Ecco quindi il Piacentini professionista che affronta quelli che sono gli oggetti banali del lavoro quotidiano, il villino, la palazzina né più né meno, e che li fa diventare, di volta in volta, da una parte, lo specchio di una realtà che è molto più vasta a quella locale; di fatto questo far rimbalzare il suo linguaggio su quelli che sono gli itinerari della cultura europea non è da poco per una palazzina sulla Salaria o giù di lì, perché evidentemente significa cercare di forzare la mano, per raggiungere questo significato; dall’altra fa uno strano lavoro che si ritrova spesso nella situazione professionale romana, cioè quello di non fare un villino isolato, quando può, ma farne due, tre insieme. E’ questa un’economia di scala tipica del palazzinaro romano, intanto apre un cantiere poi se ne fa uno o due, anzi due è meglio perché ha dimezzato certi costi, magari quelli della gru che all’epoca non c’era, ma anche oggi sarebbe cosi.

E lui lo fa spesso questo, lo fa a piazza Verdi, a viale della Regina, in altre occasioni. Bè naturalmente è un cantiere all’antica il suo, è ancora un cantiere tradizionale, un cantiere in cui c’è la “burbera” in azione, naturalmente, è ancora un cantiere tutto fatto con le mani dove l’aspetto decorativo raggiunge livelli straordinari. Anche la palazzina vicino a piazza Galeno è un capolavoro da questo punto di vista, ma forse lì era sollecitato dall’ambiente, perché lì c’era vicino una cosa di Milani, c’era anche, più in là, due palazzine appresso, una cosa che aveva fatto suo padre, sulla Nomentana un’altra cosa di suo padre particolarmente bella, insomma lì era fortemente sollecitato, in quella palazzina vicino a piazza Galeno, perché era anche di fronte a quello che ritengo il più bel villino di Roma, quello di Cirilli, che, non è un caso, fu poi il maestro di Scarpa; tutto sommato il nostro Marcello si è trovato in un contesto particolarmente sollecitante, poi c’era di fronte pure lo studio di Ximenes, quindi uno dei suoi odi-amori, Basile che evidentemente lui amava e condannava insieme, tant’è che gli costruì a Montecitorio addirittura un “palazzo” davanti per dimostrare quanto fosse stato somaro nel palazzo del Parlamento, quindi un Basile inutilmente eclettico nei confronti della presenza di Piacentini finalmente “romano”.

Ma torniamo indietro, torniamo verso via Porpora, ecco anche lì una coppia di palazzine binate e un’altra palazzina più in là isolata, un oggetto isolato già in una qualche misura in una condizione in cui naturalmente il rapportarsi con la città è praticamente impossibile, è sempre stata criticata questa tipologia come una tipologia deformante addirittura la logica urbana della città, bene, Marcello Piacentini fin da giovanissimo in qualche misura cerca di raggiungere un significato che travalichi il lotto, che travalichi la dimensione del piccolo oggetto architettonico, per dare un senso urbano di fondo, a queste sue realtà.

Mi è sempre sembrato uno sforzo importante, da sottolineare, perché rappresenta seriamente un modo di fare architettura secondo quell’idea di un’architettura che è vera soltanto se è anche un pezzo di città, che sarà poi tipico anche del suo ragionare di “edilizia cittadina”; ecco quindi quando fa un villino a piazza Verdi fa praticamente uno sforzo verso un’idea di città che è quella contemporanea che lui ha sposato, poi soprattutto il modo in cui cavalca le trasformazioni anche tecniche del piano regolatore, l’invenzione della “palazzina”, lui è bravissimo in questo, soprattutto nella zona tra villa Albani e villa Savoia ci lascia delle tracce fondamentali, cioè di come si ragiona sul termine “villino” nel vero senso della parola, altrettanto di “palazzina”, nel vero senso della parola, e del termine di “isolato” a valenza urbana, insomma i tre pezzi coi quali poi costruirà la città contemporanea, o comunque si costruirà poi la città contemporanea, perché in fondo già in questi anni comincia a vedere che poi non è che la deve fare tutta lui la città, in fondo l’ambizione dell’architetto ha un limite, ma deve dare delle indicazioni di metodo, delle prospettive di metodo soprattutto. Quindi interviene nei regolamenti, diciamo come eminenza grigia, in tantissime situazioni, in cui c’è la necessità di dare forma nuova alla città.

Demolisce qualche vecchio quartiere, bè buona parte dei vecchi quartieri andava demolita, adesso non esageriamo nel rimpianto di cose sostanzialmente fradice, che poi è la buona metà di quello che è stato demolito, in cui c’è tutto questo rimpianto cedernesco, insomma forse è stato meglio così, al di là del traffico insomma; ma d’altronde si veniva anche da grandi modelli internazionali, prima fra tutte Parigi evidentemente, in confronto Roma è una cosa da educanda, praticamente da orsolina, rispetto a quello che ha combinato Haussmann qualche anno prima e che in qualche modo ci piace tanto.

Poi questo piacerci tanto torna il fatto, e qui vediamo il Piacentini che gira il mondo, che naturalmente conosce benissimo Parigi, come la conoscevano tutti gli intellettuali dell’epoca, tutti i borghesi, appunto dicevo gli intellettuali, e poi comincia a conoscere anche il resto d’Europa perché la cosa interessante è che oltre a questo amore straordinario per questa città ordinata, come la Parigi haussmanniana naturalmente, quindi una città fatta con un’unica casa, un’unica tipologia, ad un certo punto, e quindi anche questo spersonalizzarsi che lui ha successivamente nelle sue architetture, quello di cui parlava Mario ieri sera, ecco, non è altro, secondo me, di questo immedesimarsi nel grande fiume della città contemporanea internazionale che vede proprio nella sciocchezza dell’architetto del volersi affermare a tutti i costi firmando il suo edificio una povertà di intenti, mentre invece il contrario, è in fondo quasi gropiusianamente sotto certi aspetti, rientrare nel grande alveo della produzione collettiva dove forse il grande architetto intelligentemente cerca di inabissarsi.

Questo è un altro aspetto che già si comincia a intravedere in questi anni, in questi anni di studio appassionato di quello che capita nel resto d’Europa, cioè lui si forma sostanzialmente fuori dai canali tradizionali, dalla scuola, ma secondo da un lato la tradizione artigianale dello studio di casa praticamente, dello studio professionale a cui lui è abituato, ma anche e soprattutto in quell’unico modo di apprendere che è quello di conoscere dal vero le architetture, cioè l’unica cosa in cui un giovane architetto impara è quando si trova dentro l’architettura magari a mille chilometri di distanza da casa, allora capisce che lì c’è qualcosa; e lui se l’è viste tutte le cose più importanti, soprattutto in Germania. Credo che sia uno dei pochissimi architetti italiani che, nonostante quello che si dice che tutti quanti guardavano la Germania, ma nessuno poi c’era stato, mi ricordo la storia di Ridolfi in Germania: una specie di barzelletta, e non c’era neanche arrivato mai praticamente, era solo per farsi timbrare quella specie di borsa di studio, credo, non so, che fosse andato in motocicletta con Minnucci o con qualcuno abbracciato dietro e poi ha fatto timbrare ed è tornato indietro di corsa, ma insomma questo è il rapporto con la Germania di alcuni di loro che tra l’altro abbiamo riconosciuto come maestri per lungo tempo.

Piacentini in Germania ci andava, è andato a Lipsia, è andato a Dusseldorf, è andato a Berlino, è andato ad Amburgo, cioè se l’è vista tutta, la Germania quella vera, quella che oggi potremmo dire di provincia quasi, ma che poi è la vera Germania, le tante capitali dove lavoravano i tanti straordinari architetti che lui amava in maniera altrettanto straordinaria: lui quando parla di Böhm, di Schwarz, di Muthesius, di Bonatz, di Behrens, di Fahrenkampf, di Poelzig, di Höger, di Kreis, di Loos, non è che parla di qualchedun’altro, parla di gente che conosce, perché c’è stato, li ha fotografati, è stato dentro quegli edifici, e ne parla in un modo che è l’unico serio, professionale di assorbire il senso di quell’esperienza.

E sono stati molto pochi gli architetti che hanno fatto questo, in quel periodo, pochi, pochissimi, uno di questi abbiamo relativamente alla parte olandese, è stato peraltro il braccio destro di Marcello, Gaetano Minnucci che di fatto conosceva benissimo perché ci ha lavorato per anni e si era sposato anche una olandese, è stato lì e di fatto era il prolungamento dudokiano della mano di Marcello Piacentini quando ha fatto l’università, e poi successivamente. E cito Dudok non a caso, poiché è il Dudok  dell’architettura che si fa città e quindi quella dimensione straordinaria che poi di fatto sia alla città universitaria che all’Eur è riuscito a portare felicemente a termine.

Forse quelli che lui ha amato di più tra questi, a parte Behrens che sicuramente amava moltissimo, indubbiamente soprattutto per l’uso dei materiali, che poi Piacentini ne è straordinariamente sapiente, è anche attento a dialogare con il luogo, con il quale lavora; pensiamo via Veneto, per dire, con quei quattro edifici che fa, ogni volta usa un materiale che è poi specificamente declinato in quanto romano a spiegare una certa realtà, ma a questo magari invece torneremo dopo. Quello che dicevo, è che naturalmente amava molto Hoffmann, che sicuramente aveva conosciuto nella sua versione di Bruxelles, ma soprattutto l’altro Hoffmann, Ludwig, quello tedesco, che naturalmente era molto più interessante per Piacentini, che a Lipsia, a Berlino, ha lasciato delle tracce incredibili. Gli edifici che oggi vengono guardati così, con molta distanza, con molta disaffezione ma che sono l’anima stessa della costruzione della città moderna europea. Ecco, l’Hoffmann di Berlino è sicuramente uno degli interlocutori più importanti per Piacentini che ci interessa sottolineare.

Si può capire perché guarda con sufficienza Le Corbusier: uno che ama l’Hoffmann di Berlino, Le Corbusier gli fa il solletico praticamente, cioè si può capire insomma. Siamo negli anni in cui giustamente vince Jofan a Mosca e, insomma, Le Corbusier cosa andava a esportare, e questo Piacentini l’aveva capito benissimo, cioè che c’era una dimensione dell’avanguardia che era del tutto ineffettuale rispetto alla realtà della città contemporanea, cioè a lui l’utopia gli fa schifo, evidentemente, è un personaggio con i piedi per terra, ma non è un bieco professionista, è una persona concreta, pragmatica, che vuole fare delle cose e vuole costruire e  vuole lasciare un segno sulla città, un segno realistico, tant’è che non è che si inventa chissà quali astrazioni, anche perché ci aveva sbattuto il muso da piccolo, praticamente, quando aveva fatto le grandi intuizioni urbane, cioè “spostiamo Termini”.

Io credo che quella fosse stata una grande lezione, cioè una cantonata colossale spostare un binario, come diceva più volte Quaroni negli anni successivi, è la cosa più difficile in questo Paese, mai riuscirete a spostare una stazione, poi qualcuno ci è riuscito ma a costi altissimi. Ecco, lui sbattuta la faccia con quello straordinario progetto, tra l’altro intelligentissimo, di portare la stazione fuori Porta Maggiore, ha capito che non era quella la strada. Quindi interviene nel tessuto vero, concreto, materiale della città contemporanea e trovando che cosa, trovando gli interlocutori giusti per fare quello che aveva in mente. Cioè questo è il professionista straordinario, l’architetto intelligente.

Capisce: ma chi è che costruisce veramente la città? Sono i politici? No. Non credo.  Per quello non mi ha convinto la lettura della prima relazione di ieri. Si, la politica è  anche una componente, ma quanto la politica si appoggia a certe operazioni architettoniche o quanto certe operazioni hanno bisogno della politica, è un nodo abbastanza complesso e  indissolubile. Veniamo ai giorni d’oggi.     Quanto la “nuvola” è servita a Veltroni e quanto Veltroni è servito alla “nuvola” tanto per dire, tanto per capirsi.

Quindi evidentemente il problema è trovare la via giusta per arrivare ad un obiettivo di grande ed enorme concretezza. Questa è una cosa che se uno guarda cosa ha fatto Piacentini da quando “è morto, nel ‘25” in poi praticamente, il Piacenti post mortem secondo alcuni, segnala l’intelligenza del problema; questo straordinario fantasma dell’architettura contemporanea capì chi è che costruisce le cose, non le imprese, le industrie. Le industrie e i monopoli e le grandi strutture, le grandi assicurazioni, come ovviamente capita in tutto il resto del mondo. Evidentemente lui ha girato e ha visto che in Germania, in Francia, in America, chi è che costruisce i grandi complessi? Le grandi assicurazioni oppure le grandi industrie, cioè l’edificio di Behrens più bello che esiste al mondo è quello della Mannesmann, se non c’era la Mannesmann Behrens stava ancora a disegnarselo a casa, praticamente. Evidentemente ci vuole un interlocutore.  E allora ci vuole Pirelli, ci vuole il Banco di Santo Spirito, il Banco di Roma, la Banca d’Italia, cioè tutti quelli che sono i veri portatori di un meccanismo che  poi riesce concretamente a costruire la città.

Se voi andate a vedere di fatto i primi appunti, i primi argomenti e anche i primi numeri di “Civiltà”, la rivista dell’Eur, praticamente, vedete che sostanzialmente la cosa più interessante da leggere, come sempre peraltro nelle riviste che parlano di architettura, non è tanto l’articolo di circostanza relativo alla bellezza o meno, tutte piaggerie del cavolo, di cui magari l’architetto amico parla, è molto più importante sfogliare le pagine di pubblicità, come oggi “Domus”, è più pubblicità che testo, chi legge “Domus” se la porta a casa perché c’ha duecentocinquanta pagine di pubblicità.

E’ lì che ci sono i piccioli, come direbbe qualcuno, è evidente che sta lì la ciccia, e Piacentini lo sapeva. E quindi quando poi costruirà dei pezzi straordinari di città, perché dopo aver fatto le palazzine dei Parioli lui dice no, andiamo al centro e costruiamo lo Sdo a via Veneto,    praticamente lui si inventa un modo di intervenire nel centro storico demolendo poi non più di tanto in quella zona, di fatto aggiustando soprattutto una serie di situazioni, situazioni che partono dalla grande viabilità, dalla definizione dei nodi urbani perché deve funzionare innanzitutto la città, pensiamo a Santa Susanna,  evidentemente un nodo essenziale, lo stesso capita nelle due curve di via Veneto, un aggiustamento importante all’interno di un tessuto preesistente.

Eravamo quasi già fuori, non fuori porta ma poco prima della porta, ecco, lì troviamo, secondo me, il più grande Piacentini che ci sia nella nostra città, perché lì troviamo veramente la concatenazione di tutta una serie di elementi che vanno dal disegno urbano fino all’uso del tufo sperone. Ecco, lì abbiamo lo snodo che lui aveva già studiato per il teatro nazionale di quell’albergo che poi diventa il fulcro di tutto, lo scippo a Busiri Vici, gli frega praticamente l’incarico e quello gli toglierà per sempre il saluto, però professionalmente questo è normale, vince il più dentro ali affari, il più figlio di puttana.

Quello straordinario albergo Ambasciatori che ospita gli affreschi di Cadorin che abbiamo visto ieri sera, splendido esempio di arte al servizio della comunicazione architettonica.

Bene, ecco, io credo un primo tassello importante per capire Piacentini, peraltro anche particolarmente intrecciato con una cosa a cui tengo molto, cioè le arti decorative, o con l’arte tout court, Cadorin da un lato, le Tedofore di Dazzi dall’altro, evidentemente scultura, pittura, tutto si tiene all’interno di un ragionamento che non è pura arte decorativa ma è architettura nel senso migliore e accademico del termine, in cui l’architettura come nel fregio di scuola andreottiana che sta sull’ingresso del suo studio a Lungotevere è la colonna circondata dalla figura con la tavolozza e la figura col martello che sono le due immagini forti che alludono alla pittura e alla scultura.

Ma torniamo a via Veneto, restiamo in curva praticamente, lì di fronte costruisce un capolavoro, quella sede della BNL, sicuramente uno degli edifici più invisibili della città, perché se passate lì davanti non sapete che cosa è quella cosa, è una cosa quasi da tralasciare, non è che suscita l’attenzione perché ci mette lo straordinario bassorilievo, quel rilievo di granito rosso sull’angolo, no, suscita comunque un’assoluta disattenzione. Ecco credo che in questo stia la grandezza di quell’edificio, cioè questa capacità di un edificio così importante, così angolare, così cardinale nella costruzione di quello spazio, di manifestare l’idea di non esserci.

Pensiamo a cosa fa a pochi passi più in giù l’edificio dell’INA, quello con tutti quei riccioloni, quei cornicioni, cinquanta metri più in basso, volgarissimi anche se frutto del lavoro di un ottimo architetto come Broggi, altrimenti altrove decisamente raffinato, ma insomma questa BNL credo proprio che raggiunga il massimo della tensione in questo suo dissolversi sostanzialmente come immagine  forte.

E se poi scendiamo verso piazza Barberini, il palazzo delle Corporazioni, non mi dispiace di usare un termine così inutilizzabile, ma ecco è un “capolavoro” a tutti gli effetti, è un’architettura littoria, il palazzo che più di altri rappresenta il fascismo, ma è anche un’architettura di un’intelligenza incredibile, che potrebbe stare ovunque in Europa, a prescindere dallo sperone verde e dal tufo che ne è connotazione essenziale in quanto romano, ma potrebbe stare anche dalle parti della piazza Rossa, dietro l’Accademia delle Scienze, ecco se ci trovassimo un edificio del genere ci starebbe benissimo, magari firmato da qualche nipotino di Jofan, che peraltro e non a caso ha studiato a Roma negli stessi anni.

Ecco, questa capacità di segnare i luoghi del potere con edifici di enorme dignità, di enorme valore, di enorme spessore culturale. Quindi evidentemente non è un architetto al servizio del potere tout court, è un architetto che capisce l’importanza di un messaggio collegato a un’opera importante dello Stato, più che del regime.

Poi, siamo praticamente arrivati a piazza Barberini, dobbiamo quindi risalire per via San Giovanni da Tolentino che oggi è una stradina, un vicolo praticamente, che sale su verso via Bissolati, saliamo e lì troviamo addirittura una sequenza straordinaria, in questo caso Piacentini gioca da maestro, perché le sequenze per lui sono importantissime, in quegli stessi anni già ci aveva provato e ci era riuscito sul Lungotevere, quando nella palazzina Pateras, quella strana struttura complessa che non è neanche un villino, neanche una palazzina, non si capisce neanche cosa sia, in fondo a via Giulia costruisce quella specie di prua che è l’inizio di un percorso lungo il Tevere e che lui sviluppa  e che poi troveremo nel suo studio di cui qualcuno ha parlato ieri, che è un’opera senz’altro importante, quasi loosiana per certi versi, che rappresenta una torre panoramica su quella che era la sua idea di città, di fronte al palazzo di Giustizia,  la grande mole romana, e poi una delle sue opere migliori, la Casa madre dei mutilati e poi quella importantissima operazione quasi postuma, che è via della Conciliazione. Quella è una strada importante che segna la conclusione di secoli di dibattiti, che poi, se dobbiamo parlarne male per forza, certo, ha cambiato la fisionomia dei luoghi, ma va anche bene, per fortuna.

E poi continuiamo in questa sua processualità tiberina con quel capolavoro straordinario delle case intorno a piazza Nicosia, l’isolato Federici, che credo che sia una delle operazioni più interessanti fatte da un Piacentini monumentale? Littorio? No. Semplicemente intelligente. E’ uno che è riuscito a fare un pezzo di città attorno allo sventramento di quattro case fetenti che si affacciavano sul Tevere, non è che il rimpianto sia enorme, se vedete le fotografie delle abitazioni che c’erano, io credo che sia molto più importante quello che c’è adesso.

Ma torniamo a piazza Barberini, il tempo stringe, solo un secondo che risalgo su via San Nicola da Tolentino dove praticamente c’è prima una cosa che ha fatto anche con il padre, il collegio germanico, se non sbaglio, sulla destra salendo, che è un edificio di mattoni, un po’ ottocentesco, un po’ si vede un vecchio convento in cui c’ha messo le mani più volte, c’è ritornato, però è già un isolato importante che riesce a dialogare con quello che c’è di vecchio centro storico da una parte e dall’altra con la nuova realtà che si andava sviluppando sulla nuova direttrice verso Termini

Ma se si va più avanti troviamo l’isolato dell’INA, e in particolare il lato est che è un capolavoro assoluto, sopratutto in quella facciata prospiciente l’ex cinema Fiammetta. Credo che sia uno dei pezzi di architettura più belli mai realizzati da Piacentini,  e anche da altri architetti nella Roma di quegli anni.

Addirittura la lezione di un personaggio pressoché sconosciuto come Pistrucci viene recuperata, vengono riprese le sue case di San Francesco a Ripa, rielaborate e metamorfizzate in un’opera straordinariamente contemporanea. Credo che quella facciata breve su via San Nicola da Tolentino sia semplicemente unica, anche nell’uso del materiale, non più il tufo verde di via Veneto ma quel tufo rosso, giallastro, anzi molto rosso utilizzato per quel fianco.

Chiudo con una citazione, una battuta, l’ultimo edificio che io attribuisco assolutamente a Piacentini, anche se non c’è nessuna prova, negli elenchi urbani manca quindi non è di Piacentini, ma io sono convinto che sia suo, o comunque piacentiniano, non lo so, io credo che sia di Piacentini, glielo attribuisco postumo, il palazzo della Montecatini, quello all’incrocio tra il Ministero delle Finanze, il Ministero dell’Industria, e quello dell’Agricoltura, questo palazzo triangolare straordinario in cui  da una parte c’è un frammento di mura serviane sormontato da un arco, un arco citato in un momento in cui l’arco non si citava più, quindi anche una operazione quasi post modern, post mortem, che naturalmente fa con grande eleganza, e dall’altro questo angolo americano, stondato, decorato che è uno dei pezzi più importanti dell’architettura romana dell’epoca, che sia di Piacentini oppure no.

Grazie dell’attenzione.

G.M.

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3 risposte a “PIACENTINIANO” …

  1. sergio 43 ha detto:

    A roman classic IronFlat, aren’t you?

  2. andrea_B ha detto:

    s43 mi ha preceduto….stavo per dire “altro che Flat Iron Building!”…

  3. filippo de dominicis ha detto:

    “la fruizione dell’architettura avviene nella distrazione”, sempre vero.

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