Se Italia Nostra si preoccupasse anche di capire …

Riceviamo, inopinatamente, da Italia Nostra Roma questo testo di Stefano Serafini: …

L’egemonia artistica di Corviale
Fonte: http://www.grupposalingaros.net

“Chi ha paura di abbattere l’ecomostro romano Nuovo Corviale, di proprietà
dell’Azienda per l’edilizia pubblica? Lager “popolare”, esperimento
fallito e tragico dello spirito classista nella periferia romana (due
stecche a ballatoio lunghe un chilometro per 7-8500 abitanti, acqua sulle
pareti interne, cemento brutalista in avanzato stato di compromissione,
criminalità e abusivismo), che qualche furbo amministratore, consapevole
degli stratosferici costi di manutenzione, vorrebbe rovesciare
completamente sulle spalle degli inquilini con una svendita avvelenata, il
“mostro” è anche un simbolo ideologico.
Se ne parlò fin da prima della sua realizzazione, negli anni ’70: Nuovo
Corviale è un errore dagli incalcolabili costi economici e sociali. Dati
alla mano, abbatterlo conviene a tutti, e negli ultimi mesi l’idea della
dinamite è tornata con forza a farsi sentire. La reazione di alcune figure
del potere culturale nazionale, sebbene in modo strisciante, badando bene
a non entrare nel merito della questione, si è attivata subito: pur di
salvare il mostro, lasciandovi murati dentro gli abitanti, hanno proposto
di vender loro gli appartamenti sottocosto (e che se la vedano poi da
proprietari con il crollo delle strutture); evocato la resistenza
antifascista del Karl Marx Hof di Vienna; ipotizzato un cambio di
destinazione d’uso; persino inventato un “parco dell’arte” intorno alle
stecche.
Ad es. contro l’abbattimento annunciato dall’assessorato alla casa della
Regione Lazio, Giorgio Montefoschi, sul Corriere della Sera, ha proposto
di “rivitalizzare” il Corviale occupandone i due piani del basamento con
una sede universitaria. L’idea ha il fascino del paradosso, e l’eterno “ex
assessore alla cultura” Renato Nicolini ci è andato a nozze: con un lapsus
significativo ha aggiunto che il corpaccione del Corviale si salverà con
«iniezioni di studenti» (e restauri della segnaletica). Chiede perciò di
sostituire parte della sua popolazione con inquilini transeunti e di certo
più allegri degli attuali residenti, gli universitari: gente giovane che
va e viene, e gli rammenta i migliori anni della sua vita.
Dal canto loro Franco Nucci e Bonito Oliva hanno presentato in Campidoglio
un “Parco Nomade” di installazioni artistiche con le quali cingere
gaiamente il Serpentone, “per valorizzarlo”. Opere di autori non proprio a
buon mercato, come Paladino, Botta, Fuksas, si succederanno insieme alle
stagioni. C’è anche il comitato scientifico, che non abita, chissà perché,
nelle case popolari che assisteranno alla kermesse.
Fumo per salvare a tutti i costi il simbolo (e purtroppo, col simbolo,
anche gli effetti) d’un esperimento urbanistico sbagliato e terribile, in
ossequio all’ideologia della classe intellettuale egemone, che definire
proterva è ormai un eufemismo. Mentalità politica da deportazione-lego,
colorata, spiritosa, ma non meno aberrante. Finite le brillanti citazioni
sulla Vienna antifascista di Nicolini e le discettazioni sul rilancio del
paesaggio di Bonito Oliva, si torna al grigiore del cemento di periferia e
delle sue forme disumane, alle strutture fatiscenti, all’isolamento, a
ulteriori, artificiosi esperimenti sul corpo sociale, usato come
lavagnetta per il gioco del colto e buon esteta di sinistra.
Si parla d’arte per non parlare di “volgare” buon senso; per non ammettere
che se i servizi del Serpentone non sono mai entrati in funzione lasciando
gli inquilini nel deserto, se gli spazi abbandonati sono stati occupati,
se gli abitanti “non hanno compreso” il progetto del geniale Fiorentino,
se il cemento armato cede, non è colpa dei politici, delle ditte, dell’ignoranza
di tutti, insomma, tranne che dell’architetto e dei suoi ammiratori da
salotto. La colpa è di un progetto ambizioso e sbagliato che nella sua
arroganza di classe (sempre quella intellettuale egemone) non ha tenuto
conto della vita.
Buttare altri soldi nel mercato farsesco dell’arte contemporanea, dopo i
220 milioni spesi per il Maxxi, e nelle condizioni – pagate dai suoi
cittadini – in cui versa Roma, è un affronto. Di fronte a Corviale, dove
la gente vive con i funghi sulle pareti di cemento sgretolate in un
panopticon architettonico che divora le loro vite e milioni di euro ogni
cinque-sei anni, è uno sconcio voluto.”

………………..

personalmente, non condivido affatto le tesi di Serafini, …

ma posso facilmente comprendere la sua posizione … ideologica …

un po’ meno quella di Italia Nostra …

chi vivrà … vedrà …

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16 risposte a Se Italia Nostra si preoccupasse anche di capire …

  1. isabella guarini ha detto:

    Le macro-strutture residenziali, Corviale di Roma e le Vele di Napoli, realizzate sperimentalmente per l’edilizia pubblica, hanno sufficientemente dimostrato che l’assenza di varietà sociale e funzionale produce guasti irreparabili. Di ciò è consapevolezza generale ma si è radicato il dissidio tra i conservatori delle strutture, come prototipi architettonico-urbanistici dell’architettura moderna, e i demolitori- portatori di modelli “tradizionali” storicamente collaudati. Uno scontro insanabile sulle soluzioni, ma concorde sul fallimento sociale delle macro-strutture. Personalmente, non credo che la sostituzione di parte della popolazione del Corviale con studenti transeunti e l’accerchiamento dell’insediamento con il “Parco nomade”, della transeunte arte contemporanea possa risolvere la questione sociale, perché ritengo che la questione dell’insuccesso, del Corviale di Roma e delle Vele di Napoli, sia nella mancanza di una struttura urbana che consenta lo scambio e l’integrazione sociale. Mancano gli elementi della forma urbana che fungono da facilitatori dell’integrazione sociale: le vie, le piazze, gli slarghi, le prospettive verso il paesaggio urbano. Quando, verso la fine degli anni ottanta, mi interessai delle Vele di Napoli-Scampia con una commissione di Italia Nostra, proposi di conservare due delle sette Vele, una per attività terziarie e l’altra per abitazioni provvisorie in attesa della ricostruzione del Centro Storico dopo il sisma del 1980, ma anche per le operazioni di restauro urbanistico in generale. Ricordo perfettamente l’acceso dibattito tra i demolitori della commissione comunale, i conservatori della Facoltà d’Architettura a difesa dell’architettura moderna, e la mia scelta di parziale conservazione, appoggiata da Italia Nostra, rappresentata dal compianto Antonio Iannello. Dopo circa venti anni, la questione ritorna per il Corviale, mentre la demolizione totale delle Vele è rimasta incompiuta e non si conosce cosa sostituirà la loro fama. Paradossalmente la sfida è di realizzare un luogo che abbia la stessa capacità d’identificazione urbana, in positivo. Finora nulla è successo!
    Sono convinta che anche per il Corviale si possa pensare a una parziale conservazione, rimodulando la forma urbana, non certo con le “iniezioni”di studenti transeunti e con installazioni di arte precaria, come gli stessi studenti.

  2. Stefano Serafini ha detto:

    A professo’… se l’è cercata… ideologica un corno.

  3. Nikos Salìngaros ha detto:

    Caro Professore:

    Italia Nostra ha capito la situazione troppo bene. Purtroppo, lei continuate a fingere che niente accadesse, attaccando l’epiteto “ideologico” a Stefano Serafini. Mi permette una correzione: gli ideologi si trovano altrove — in centinaia, addirittura in migliaia, concentrati sia nei cerchi di potere che nell’accademia. Però, come diciamo qui in inglese “il gatto è scappato dal sacco” e non è possibile rimetterlo all’interno.

    Planetizen — Tear down the Corviale!

    Gli occhi del mondo stanno su Roma adesso (e non mi riferisco alle ridicole feste d’architettura e urbanistica ancora proponendo il solito Fondamentalismo Geometrico). Soldi buttati via per una ennesima volta mentre la gente vive in condizioni edilizie inumani e il patrimonio culturale crolla. Sempre seguendo lo stesso dogma di geometrie assurde confezionate con propaganda pseudo-politica.

    La struttura di potere monolitico, compiacente e corrotto che ha determinato l’architettura italiana per decadi sta mostrando le crepe, un potere pure monolitico appena come il Corviale. Gli attacchi della pressa contro le nostre proposte stanno diventando sempre più ridicoli, mentre il pubblico soltanto ora sta rendendo conto che il controllo stalinista delle scuole di architettura, delle associazioni professionali e dei mezzi d’informazione sta cominciando ad espirare.

    Finalmente, perché lei a messo la foto di questi politici sopra? Non hanno niente a fare con la ristrutturazione del Corviale.

    Saluti molto cordiali,
    Nikos

  4. memmo54 ha detto:

    “..ma non c’ nienta da capire…” dice una vecchia canzonetta.
    Non c’è alcun “retrodiscorso”, alcuna pia intenzione, alcun “vorrei ma non posso”.
    Una sciocchezza è – comunque – una sciocchezza…e prima vi si pone rimedio meglio è per tutti..Fiorentino in prima “persona”.
    Di esperimenti, con inevitabile corollario di mostri, creati a tavolino, sono piene (..rectius ; stracolme..), le città.
    Quanto al valore di testimonianza sarebbe opportuno lasciare “una” testimonianza, un quartiere modello; un campo di concentramento; il più tristemente famoso.
    Uno basta… francesi permettendo..per raccontare le follie dell’epoca.
    Evitiamo, però, di costringere i deportati a viverci ancora dentro…
    Saluto

  5. pietro pagliardini ha detto:

    Professore, so che lei è contrario alle demolizioni (ma proprio tutte?) e certamente lo è nei confronti del Corviale. Però definire ideologico chi invece è a favore, mi sembra, nel caso del Corviale, un madornale abbaglio.
    Ribellarsi al tiranno può essere definita una posizione ideologica e non, invece, una forma di difesa e un legittimo tentativo di ristabilire normali condizioni di convivenza civile?
    In quell’affare ci vivono migliaia di persone, non è un oggetto di arredo urbano un po’ “fuori misura” e, vorrà convenire, che chi ci è andato ad abitare non lo ha certo fatto per libera scelta, ma ha subito l’imposizione ideologica ed egemonica di uno Stato e di un sistema politico-culturale indifferente alle condizioni di vita dei propri cittadini.
    Ideologico sarebbe sì, ad esempio, il volerlo riproporre uguale a se stesso ma con caratteri stilistici classici o tradizionali; ideologico e violento è stato il principio che ha portato alla sua costruzione, come ideologizzato era il suo autore e tutta la “cricca”, l’ambiente, il brodo di coltura che ne favoriva le condizioni al contorno.
    Ma l’alternativa proposta è tutt’altro che ideologica, piuttosto è la speranza di ripristinare forme di vita urbana e sociale.
    E poi si dimentica sempre, o si vuol dimenticare, un fatto che fa storcere la bocca a molti, ma che è invece essenziale: nessuno vuole, né potrebbe, imporre il suo abbattimento, ma dovrebbero essere gli abitanti stessi a prendere tale decisione, una volta chiarito e acclarato che esiste l’alternativa valida senza un’altra deportazione di massa. In fondo non è difficile né strano in una società in cui ci viene ricordato ogni tre per due il valore della democrazia.
    Se dovessimo scoprire, inopinatamente io credo, che la gente è contenta di viverci, non se ne dovrebbe fare di niente e noi avremmo sbagliato, con la differenza però rispetto a chi l’ha costruito, che non avremmo fatto alcun danno, ma solo fatto….discutere.
    Dunque da dove deriva lo stupore che Italia Nostra sia favorevole? Il Corviale non è mica un monumento nazionale o patrimonio dell’umanità da salvaguardare!
    Saluti
    Pietro

  6. Pingback: Dest! Sinist! … Marsh! … « Archiwatch

  7. ettore maria mazzola ha detto:

    Concordo con tutte le lamentele circa il tentativo di voler politicizzare questo argomento. Purtroppo infatti, se fino ad oggi non si è ancora buttato giù questo mostro, è anche perché i politici hanno frainteso tutto. Quelli di destra lo definiscono “sovietico”, quelli della cosiddetta sinistra (dato che non esiste più) definiscono l’architettura tradizionale e a dimensione d’uomo come “fascista”, e così, tra le loro stupide battaglie pseudo-politiche, la povera gente continua a vivere in realtà disumane. Qui c’è una situazione gravissima che va risolta, e al più presto: l’ATER ha infatti dichiarato di non avere i soldi per mantenere in vita l’edificio, così vuole “sbolognarlo” ai residenti definendo la cosa come “buona e giusta”, perché consentirebbe agli affittuari di divenire proprietari degli alloggi in cui risiedono; i prezzi sarebbero infatti bassissimi a causa della necessità di manutenzione dell’edificio. Se questo dovesse avvenire il rischio per i residenti è che mai, in futuro, troveranno un accordo per “restaurare” quella schifezza, che tra l’altro è costruita intenzionalmente con una tecnica e dei materiali ispirati al punto n°8 del manifesto futurista di Sant’Elia: “le case dureranno meno di noi, ogni generazione dovrà costruirsi la sua città!” L’ipotesi della vendita ai residenti sarebbe un atto immorale, eticamente sbagliatissimo. Provate ad immaginare quando l’edificio cadrà a pezzi, e 1200 famiglie (ufficiali) e tutte quelle che hanno occupato abusivamente il 4° piano e tanti altri locali, dovranno mettersi d’accordo per approvare i lavori. Allora, quando qualche pezzo di edificio cadrà e qualcuno ci rimetterà le penne, qualche benpensante dirà che è stata colpa dell’incuria e dell’ignoranza dei residenti di Corviale (cornuti e mazziati). Queste riflessioni servono anche a chiarire a tutti quegli “illuminati” che hanno ipotizzato la parziale trasformazione del “serpentone” in università, o la creazione del “parco nomade” come veicolo di riqualificazione (toglierei il “ri” visto che una qualità non c’è mai stata) del mostro, che il problema manutentivo resta, e che esso grava sulle tasche della proprietà (che non può permetterselo, date le dichiarazioni dell’ATER), e che, in ultima analisi, il costo di manutenzione degli edifici pubblici grava sulle tasche di tutti noi. Non sarebbe il caso di smetterla col far confusione tra architettura, urbanistica e politica? Non sarebbe il caso che un certo genere di architetti la smettesse di confondere l’architettura con le arti figurative? Non sarebbe il caso di smetterla di chiedere “pareri tecnici” a personaggi (soprattutto docenti universitari) i quali hanno creato le basi teoriche che hanno portato alla realtà urbanistico-edilizia nella quale viviamo?
    Cordialmente
    Ettore Maria Mazzola

  8. salvatore digennaro ha detto:

    Va bene, forse è difficile difendere il Corviale, specie se giudicato con gli occhi, cmq influenzabili, degli abitanti, ma le soluzioni viste o raccontate fino ad oggi non sono affatto convincenti.
    Si vuole realizzare un quartiere, autosufficiente, con le piazzette, le strade commerciali, la chiesa, il parco dei bimbi, le case con timpani ed archi dalle soluzioni d’angolo monumentali…il tutto, ammesso che sia bello, chiuso in se stesso, isolato dalla città. O forse è una operazione immobiliare dove si sfrattano di nuovo i “popolari” e si crea un ambientino rassicurante, cigni compresi, per un target più ricco?
    Anche il parco artistico mi sembra inappropriato.
    Cmq io continuo a non capire perchè un mondo costruito sul numero 1,618033…dovrebbe essere bello e perfetto. Mi sembra un altro dogma, che si va ad affiancare ad altri, puntualmente crollati.
    La proporzione, l’armonia sono già studiate nelle facoltà di architettura, specie ai primi anni, ma ci sono altri fattori, anche imprevisti, che rendono il progetto più complesso e interessante.
    La bellezza, non solo quella divisibile per 1,618033, salverà il mondo.

  9. maurizio gabrielli ha detto:

    E se fosse che il problema delle case è chi ci abita ?E se fosse che mettendo delle bestie a vivere in una residenza di civile abitazione mi ritrovo che nella vasca da bagno ci coltivano il basilico,come accadeva a Torino nel’60,dove popolazioni vissute e tenute nella miseria più nera vedevano un bagno per la prima volta e non sapevano che farci ? L’ideologia che fine fa ? Nel cesso dove è giusto che stia.Insieme alla Religione e ad ogni forma di “ismo”.

  10. isabella guarini ha detto:

    L’ortodossia produce mostri urbani! Vivendo a Napoli, città architettonicamente complessa – e per questo non apprezzata dal pensiero moderno-ho imparato che nessuno stile architettonico può conservarsi puro, a meno della sua mummificazione. Dall’antichità a oggi, le varie città si sono costruite l’una con i resti dell’altra, costituendo singolari sincretismi architettonici, impuri, che trovano identificazione solo nel paesaggio naturale. Quando Le Corbusier visitò Napoli, durante il famoso Viaggio d’Oriente, cercò nella complessità napoletana ciò che rispondesse al suo credo di semplicità geometrica e rilevò la facciata della Chiesa del Gesù Nuovo caratterizzata dal bugnato a punta di diamante, simbolo dell’ordine razionale in una tormentata città, fatta di frammenti delle tante città interrotte dalle vicende storiche. Ma la Piazza del Gesù è “impura” perché contiene visibilmente i frammenti della storia urbana, dai decumani all’insula medioevale di Santa Chiara e oltre, mentre la stessa Chiesa del Gesù è stata costruita con il corpo di un antico palazzo signorile. Per me sarebbe naturale trasformare le Vele o il Corviale con i loro stessi resti, perché la vita scorre e nulla può fermare il suo divenire fatto della stessa sostanza umana permanente.

  11. pasquale cerullo ha detto:

    Isabella Guarini, sacrosante verità sulle Vele e su Corviale.

    Del Rinascimento puro a Napoli, di quello che è rimasto, è sulle dita di una mano. C’è tutto e nulla, tutto in un corpo, il corpo di Napoli. Palazzo Sanseverino, il più sontuoso, elegante palazzo rinascimentale di Napoli, neanche quello fu risparmiato…

  12. ettore maria mazzola ha detto:

    a Salvatore Di Gennaro vorrei chiedere dove e chi abbia mai parlato di numerologia … forse sei reduce dal Codice Da Vinci? Ti consiglio di leggere attentamente il testo descrittivo del mio progetto che puoi trovare il sito de “Il Covile” che ha pubblicato anche numerose tavole, magari ci trovi qualcosa di più chiaro che è ben lungi dalle cose che affermi.
    A Maurizio Gabrielli suggerisco invece di studiare un po’ di Sociologia Urbana, a partire dalla storia degli anni a cavallo tra il 1905 e il 1910 di Testaccio, magari ti accorgerai di quanto le tue affermazioni risultino razziste, o per lo meno classiste, nei confronti della gente che vive in quelle realtà. Potrai scoprire come il comportamento degli esseri umani sia influenzato gravemente dai luoghi in cui si vive, e di come una giusta realtà urbanistico-edilizia possa generare un miglioramento comportamentale e sociale delle persone: Grazie ai risultati positivi derivati dagli edifici costruiti da Magni e Pirani in collaborazione con il proto-sociologo Domenico Orano e il Comitato per il Miglioramento Economico e Morale di Testaccio, lo slogan dell’ICP divenne “la casa sana ed educatrice”!
    Ad Isabella Guarini, che stimo moltissimo, voglio dire che non ritengo abbia alcun senso trasformare Corviale o le Vele, sarebbero soldi sprecati poiché i materiali di cui sono costituiti si comportano come delle sanguisughe, necessitano di una manutenzione continua, che non va assolutamente d’accordo con il contenimento dei costi. Il paragone con gli edifici storici, saggiamente costruiti, non può valere quando si parla di edifici nati secondo il principio consumista secondo il quale ogni generazione debba costrirsi la sua città.

  13. salvatore digennaro ha detto:

    Per quanto riguarda il numero suddetto, mi riferivo alla teoria “frattalista”…serie di fibonacci, rapporto aureo, ecc. non alla proposta sul Corviale.

    Cmq è proprio dalla visione della proposta pubblicata che ho fatto alcune considerazioni.
    Anche se si tratta solo di una proposta di massima e non di un progetto esecutivo, mi sembra una riproposizione nostalgica, pari pari, di un impianto urbano storico medioevale. Il concetto di corte è condivisibile, ma così come presentato, con i riferimenti fotografici è, secondo me, anacronistico.
    Inoltre, proporre un aspetto vagamente irregolare dell’impianto mi sembra una forzatura, anche ingenua, per raccontare una spontaneità di formazione, che in realtà non ha, appare un falso storico.
    per quanto mi riguarda, non è una questione ideologica.

  14. Pietro Pagliardini ha detto:

    salvatore, è assolutamente vero che la coscienza spontanea è andata perduta, e dunque è il progetto che determina le scelte, ma proprio per questo non puoi parlare di nostalgia, quanto di una scelta progettuale consapevole che ripropone, con la coscienza critica, impianti a suo tempo nati spontaneamente e quindi “collaudati” ed efficaci. L’alternativa sarebbe comunque un progetto, ma di tipo diverso, che non potrebbe che riproporre fallimenti certificati oppure invenzioni destinate al fallimento.
    Questa non è nostalgia, è logica razionale: proporre città che hanno funzionato e funzionano.
    Saluti
    Pietro

  15. salvatore digennaro ha detto:

    Caro Pietro P., sono assolutamente d’accordo nel considerare la città e l’architettura prodotti dalla coscienza spontanea un riferimento fondamentale e indispensabile per la progettazione, materiale prezioso da cui trarre un insegnamento, cogliendone i pricìpi e anche soluzioni per il presente, ma non, secondo me, imitandone letteralmente le forme.
    Anche perchè non possiamo far finta che non esista una disciplina, nel bene e nel male, che ha una coscienza di sè (a volte eccessiva) e che tenta di creare delle forme, degli spazi, ecc. secondo lo spirito del proprio tempo…magari rielaborando i modelli spontanei.
    Tornando alla questione Corviale…ad esempio non credo che il Karl Marx Hof, sia stato un fallimento.
    Cmq sui cortili, magari più grandi, sono d’accordo e aiuterebbero i bambini a riconquistare una dimensione più umana e salutare giocando all’aperto…
    Saluti
    Salvatore

  16. ettore maria mazzola ha detto:

    caro Salvatore Di Gennaro, mi dispiace che si parli ancora in termini di “falso storico”, ovvero di un falso problema come ho scritto più volte, nel mio testo (in inglese purtroppo) pubblicato negli atti del convegno per la riscrittura della Carta di Venezia, in un articolo ad-hoc su il Covile e in un post sul blog De-Architectura (penso ti farebbe bene leggere attentamente quei testi). Anche il Prof. Paolo Marconi ha scritto un saggio magistrale, dimostrando le verità nascoste dietro questa idiozia tutta italiana targata Cesare Brandi. In ogni modo vorrei farti presente che non c’è un gesto gratuito dietro l’irregolarità del tessuto che ho proposto, bensì la volontà di rispettare l’orografia e le infrastrutture preesistenti, nell’intento di realizzare un quartiere autosufficiente che recuperi la tipologia a corte. Intenzionalmente, nel progetto non ho mostrato alcun prospetto o modello tridimensionale, perchè pensavo – evidentemente sbagliando – che in questo modo non sarebbero comparse accuse di “falsificazione della storia”. E’ davvero ridicolo che si possa muovere un’accusa come questa basandosi semplicemente sulle planimetrie! … Evidentemente non si finisce mai di imparare quanto l’autolesionismo italiano ci porti ad attaccare gratuitamente chi ha il coraggio di proporre un cambiamento urbanistico/architettonico più rispettoso dell’uomo e dell’ambiente.

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