INCONTRI … SCONTRI … DIALOGHI … CONFRONTI … DIBATTITI … SCAZZI …

“… Sono questi gli stessi anni nei quali prende corpo l’edificio più noto dei Passarelli, quello realizzato per conto dell’Istituto Romano Beni Stabili, vis a vis al vecchio studio di via Campania e al minuscolo complesso De Monfort, a due passi dalle chiese di Santa Teresa e di san Camillo. Un edificio polifunzionale che ospita residenze, uffici e spazi commerciali, che ha avuto grande notorietà e la ventura di essere annoverato da Bruno Zevi tra i rari “capolavori” dell’architettura italiana del Novecento. Non è certo questa la sede per tessere ancora le lodi di un edificio notissimo cui sono stati dedicati volumi interi, quello che è certo è che esso rappresenta quanto di meglio l’architettura romana dei primi sessanta abbia saputo esprimere soprattutto per quella rara capacità di corrispondere in maniera piena ai bisogni di autorappresentazione di un’architettura dichiaratamente moderna, ma capace di farsi carico in maniera esemplare dei necessari e vitali rapporti con la storia dei luoghi, con l’onda lunga di un’idea di architettura per tanti versi capace di esprimere il senso più profondo della città e della sua stratificata vicenda edilizia.
Un edificio che fa appunto sua l’idea di stratificazione e di contesto, che si misura con la memoria di un luogo segnato da millenni dal perimetro aureliano, che dialoga felicemente con le giaciture e le assialità, con i materiali e i segni di un contesto urbano complesso e altresì con i valori di uno sperimentalismo progettuale contemporaneo vitale e maturo. Un edificio che dialoga insieme con la Roma più antica, con quella che è andata crescendo dentro e fuori le mura ed è capace di aprire un dialogo con quelle opere esemplari che, anch’esse, hanno cercato, trovandolo, il modo di esorcizzare il tema della stratificazione come le non dimenticate realizzazioni di Mario Ridolfi a via Porpora e a via Paisiello. E come quest’ultimo era stato capace di sovrapporsi con rispettosa perentorietà al villino Astaldi di Foschini e a quello Alatri di Morpurgo in quelle che restano tra le due migliori tra le sue ultime fabbriche romane, così qui i Passarelli, quasi in continuità logica, metodologica e poetica con quelle paiono affiancarsi riprendendone significati profondi, suggetioni plastiche e motivi di ispirazione ancora oggi cariche di potenzialità espressive.
Affacciarsi alle finestre dello studio e gettare lo sguardo attorno, soffermandosi sui dettagli di quell’edificio, è, ancora oggi, un’esperienza estetica indimenticabile e che dà il senso di una vera, magistrale, lezione di architettura.” …
G.M.

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2 risposte a INCONTRI … SCONTRI … DIALOGHI … CONFRONTI … DIBATTITI … SCAZZI …

  1. andrea_b ha detto:

    bello, di tanto in tanto, assistere di nuovo, “virtualmente”, ad una lezione del professore su temi come questi, a lui tanto cari…
    bello quando la “conoscenza vera” si fa parola che fluisce armoniosa, pacata, con un suono piacevole..talvolta con il ghigno intelligente dell’ironia, ma mai con l’urlo della saccenza…

    lezione nella lezione.

  2. sergio 43 ha detto:

    Caro Prof, io in quello studio ci ho lavorato diversi anni, tra la fine di corso all’Università, dopo il ’68, e subito dopo. Seduto al mio tavolo potevo vedere, proprio di fronte, la palazzina in questione (come ben dici era una “esperienza estetica indimenticabile” (adesso il cinismo indotto dai nostri squallidi tempi ci impedirebbe di usare tale linguaggio, vero?) guardarla da quella finestra da capo a piedi, piedi robusti e solidi, fronte specchiante le Mura Aureliane e struttura che emergeva verso il cielo tra quelle ville aeree che mi facevano invidiare l’opposta esperienza estetica di chi poteva guardare al contrario il mondo da lassù, da quelle “Case sulla Cascata” del verde dei pini di Villa Borghese e sui tetti di Roma sottostante). Dalla finestra opposta invece potevo, traguardando la cesura delle Mura, rimirare Villa Marignoli che in quegli anni veniva trasformandosi in residence. Solo una cosa mi lasciava perplesso. Mentre, nei momenti di ozio e di stanca, mi veniva facile e naturale scarabocchiare, su un angolo della carta che proteggeva il tavolo da disegno, Villa Marignoli, il suo tetto a punta, i dettagli delle finestre, arricchendo ogni volta lo scarabocchio con nuovi particolari che l’occhio notava, mi era, più che difficile, privo di soddisfacente qualità, se non nella ricerca delle fughe, disegnare a mano la più vicina costruzione. La soddisfazione di questa era di guardarla, mentre la soddisfazione dell’altra su Corso Italia era disegnarla. Non ho mai avuto il tempo ed eccessivo interesse, per chiarirmi l’arcano. Ho soltanto apprezzato, da semplice osservatore, la soddisfazione che mi dava l’architettura migliore quando potevo coglierne da un lato le nuove moderne ragioni razionali e dall’altro la pittoresca rappresentabilità del suo passato. Per questo non capisco il manicheismo di chi vuole tagliare perfettamente in due la storia, disprezzandosi l’un l’altro. A volte mi pare che tanta virulenza nasca da un conflitto che non nego assolutamente possa essere lo scontro di profonde e sincere convinzioni ma anche, allo stesso tempo, di difesa degli interessi della propria scuola e della propria vita professionale.

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