giancarlo galassi :G commented on PRIMA INTERNAZIONALE ARCHITETTONICA …
“Una delle ragioni inconscie per la ripubblicazione di questa articolessa, che ho tagliato come Gordon Lish ha tagliato Carver, nonostante i generosi spazi che il nostro bloggeditor ci concede (ma per vostro sollucchero e curiosità vi posto di seguito la seconda metà non proprio indimenticabile dell’elzeviro), è che ho l’incoscienza sporca.
La frase di Piacentini: «Perché questa musoneria, questa rinuncia, questo francescanesimo architettonico?» è la stessa identica precisa uguale spiccicata usata da Paolo Portoghesi a ricordo dell’amico Caniggia in uno degli ultimi anniversari dedicati a questo maestro della scuola romana prematuramente scomparso e di cui si stanno per stampare i libri addirittura in cinese! (chi l’avrebbe mai soltanto immaginato venticinque anni fa).
Tutta l’opera di Caniggia, teorica e progettuale, è da annoverare alla schiera del moderno funzionale tale e quale poteva intederlo un Giuseppe Pagano con in aggiunta la STORIA come processo razionale, cosa cui Pagano non poteva pensare per ideologia antistoricista. Pagano è stato un riferimento per Caniggia come Borromini lo è stato per Portoghesi. Per questo che ai miei studenti consiglio la lettura de “L’architettura rurale” come primo testo appena iscritti ai miei seminari.
E ancora la frase: «E tutto il seicento, non è tutta una continuata, spudorata bugia?», ricorda e chiarisce bene la nota e azzeccata (dal suo punto di vista) accusa di Pagano a Terragni di fare del “secentismo del funzionale”, osservazione che può essere estesa a tutti i terragnoli dei nostri giorni, dagli stagionati Five americani all’altro maestro della scuola romana tuttora in pista che è Purini (grattacielo escluso).
Capirete il mio coinvolgimento emotivo tirati tanto in ballo i miei due maestri e con loro la sostanza di tutto ciò che di importante ho imparato in composizione (a Muratore devo la partaccia fondamentale di ‘mediocrizzatore albertiano’ – messa in questi termini ‘sta cosa mi sa che non gliel’aveva mai detto nessuno, AH AH AH -: cioè saper insegnare a prendere la distanza da ogni fissa ideologica in architettura).”
Giancarlo Galassi :G
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PRIMA INTERNAZIONALE (seconda e ultima parte)
«Bisogna invece studiare il vero fattore fondamentale di questa nuova architettura: e questo è il fattore economico, anzi l’economico-sociale.
Come il grattacielo americano ha avuto origine per il fortissimo costo delle aree dei centri di New-York e di Chicago, costo che ha obbligato a costruire il maggior numero possibile di metri cubi sopra un metro quadrato d’area che valeva quanto un milione di lire italiane, così oggi, per l’accrescimento spaventoso della popolazione nelle città e la sempre crescente difficoltà economica della vita, siamo obbligati a trovare sistemi di abitazioni pratici, a bassissimo prezzo: quindi a serie, quindi spogli di ogni cosa inutile; sistemi industriali.
L’origine economica s’è poi via via, se non sperduta, almeno in parte dimenticata, e quella che costituiva una ragione di economia ragionevole, è ora divenuta teoria, smania, vizio: oggi si batte il record del minimo spazio, dei minimi movimenti e dei minimi mezzi nella vita di famiglia. I letti alla mattina si ripiegano in su, e spariscono nelle pareti: sopra il lavandino, dopo che ha servito alle pulizie si abbassa – come nei wagons-lits – una tavoletta e li sopra si scrive, si legge, si mangia. È lo sforzo che diviene accademico per raggiungere il puro necessario con i minimi spazi. Pane e acqua. Non v’ha dubbio: gli acrobatismi statici delle cattedrali gotiche erano ben più geniali!
Ragioni economiche dunque: ma quando queste non esistono, o per lo meno non esistono con così ferrea intransigenza, perchè ascoltarle?
Si sostituisca questa nuova visione architettonica ai presepi delle città-giardino operaie, ai giocattoli scomposti e presuntuosi dei mille quartieri della piccola borghesia. Saranno queste le forme elementari dell’architettura, il nuovo abecedario delle future metropoli, e tanta nudità e tanto lindore saranno perfettamente al loro posto in mezzo ai giardini e ai viali alberati di fuori città.
Ma quando cominciamo a salire qualche gradino nella scala dei quesiti architettonici, quando cominciamo ad affacciarci ai problemi estetici, allora questa rinunzia, là ragionevole, diviene aridità, insufficienza, assurdità.
Quando insomma entriamo – e nelle nostre belle città italiane questi casi sono novantanove su cento – nell’ambientismo; allora entra in ballo il passato, la stirpe, e quindi la responsabilità. E qui non potranno più essere sole valide le ragioni della stretta economia e del tornaconto spaziale. Qui dovremo tener conto di quello che esiste, e si dovrà immaginar alto o basso, ricco o moderato, a forte chiaroscuro o piatto, in armoniche consonanze d’ambiente.
Non dico che ci debbano essere due architetture, una popolare e una aristocratica, una in mutande e una in frack.
Ma la stessa architettura sarà più o meno splendida – ornata, composita, creata con fantasia – a seconda degli argomenti e dei luoghi.
Roma imperiale aveva, nei suoi Fori, templi corinzi di marmo e basiliche di travertino: i due milioni di popolo abitavano in case semplici, modeste, come quelle che si son trovate a Ostia, anonime, razionalissime.
È questione, dunque, di proporzione e di criterio.
Ultimo argomento: la decorazione. Non prenderla dagli altri stili: benissimo; ma questo non deve significare rinunciarvi. Perchè, nel vostro abito razionalissimo, non rinunciate alla cravatta, al fazzoletto di colore nel taschino della giacca?
Occorre, si dice, trovar prima il nuovo schema architettonico, il nuovo ordine del cemento armato, e poi si penserà alla decorazione, che non può essere se non un sottolineamento delle strutture. Tutto ciò non è esatto.
Non è il cemento armato l’unico materiale che oggi usiamo, anzi non è neppure il più frequente. Caratteristica della nostra epoca edilizia, a differenza delle altre, è appunto la pluralità dei materiali che abbiamo a disposizione.
Gli egiziani avevano i graniti, i greci i marmi, i romani i calcestruzzi per le immense volte, i mattoni e i grandi mezzi d’opera; i romanici mattoni, piccole pietre e modeste attrezzature; i gotici ancora marmi, e gli italiani della rinascenza ancora mattoni e pietre.
Questi materiali o mezzi dominanti generavano l’architettura. E poi ancora i temi: gli egiziani e i greci avevano i templi, i romani i templi, le basiliche e le terme, i romanici e i gotici cattedrali e dimore signorili: il resto era abitazione di popolo.
Noi invece abbiamo, per i materiali, e i marmi e il travertino e le altre pietre, e i calcestruzzi, e i mattoni e tutti i nuovi mezzi d’opera. E abbiamo, come temi, e templi, e terme, e cattedrali, e palazzi, e banche, e istituti, e teatri, e alberghi, e mille e mille altri e tutti i temi di tutte le epoche.
Perchè dunque, per un palazzo di una banca, che vuole essere signorile, io dovrei rinunciare al travertino dorato, ai marmi apuani, e costruirla, anche apparentemente, con il sordo e malinconico cemento armato?
Pluralità dei materiali, infinita varietà dei temi non ammettono ancora un nuovo ordine architettonico.
Se debbo costruire in una via del centro di Roma un palazzo a quattro piani, con finestre proporzionate alle stanze che debbono illuminare, non posso immaginare una facciata tutta di vetro e cemento armato. E allora?
Nei gradi maggiori dell’architettura potremo trovare la gioia dell’ornato e la intensificazione della espressione significativa nell’applicazione delle arti figurative. La scultura e la pittura, la pittura murale, debbono tornare a compiere le loro funzioni espressivo-decorative. Quando i pittori avranno finalmente compreso – mi sembra che siamo sulla buona via – che è vano tormentarsi nel cerebralismo delle esposizioni periodiche, fini a sè stesse e non altro, e torneranno a concepire una tempera, un affresco per quel tal posto, con quel soggetto, con quella luce, con quella volontà dell’architetto, con quei mezzi, con quel tempo a disposizione, si potrà allora ornare – nel senso più alto dell’espressione – un edificio, e renderlo bello, e leggiadro o drammatico, austero o festoso.
Quando i pittori, abbandonate le vuote e sterili accademie, torneranno nella vita, e si dedicheranno ai mosaici, alle vetrate, agli arazzi, agli intarsi, risorgerà l’architettura, complessa nell’accoglimento di tutte le arti minori, significative ed emotive.
E sarà qui, in questo rivivere delle nostre grandi arti decorative che ritroveremo finalmente – pur nelle correnti modernissime – la nostra anima oggi ancora sperduta, e allora ci accorgeremo come certi esperimenti puramente tecnici (come fu per l’architettura del ferro con la Torre Eiffel, i ponti sulla Senna e il celebre palazzo delle macchine a Parigi che doveva anche allora rivoluzionare l’architettura, e come oggi agli albori dell’architettura del cemento armato) non sono l’architettura. L’architettura è arte, quindi opera dello spirito.
Chiudo permettendomi di dare ai giovani razionalisti un suggerimento.
Un altr’anno tentino ancora una nuova mostra, ma con temi obbligati, con ubicazioni ben precisate. Potranno dimostrare che cosa pensano di fare, per creare una vera architettura nuova e italiana, dimenticando di volersi accodare a tutti i costi alla corrente internazionale.
Questo, sì, sarà infinitamente interessante e consolante.»
MARCELLO PIACENTINI




Caniggia. Purini. Muratore. E ciascuno di questi che si porta dietro una formazione fatta del meglio della scuola romana. Io sono stupito dai maestri che si è scelto questo Galassi e sinceramente invidio la possibilità che si è dato di farne una sintesi nuova e originale. Non so se ne sarà capace, mi sembra difficile se non impossibile. Gli faccio in bocca al lupo per quanto la vedo difficile ma se lui e altri ci scansionano qualcosa di buono d’antan o disperso e ce lo metteno sul blog da qui si legge tutto volentieri.